Inter-Crotone, Zenga torna a San Siro: la storia di un romantico "spaccone"

Serie A

Vanni Spinella

Zenga ieri e oggi: nella figu "Collezione Panini" della stagione 1988/89 e da allenatore del Crotone

L'ex portiere nerazzurro, oggi allenatore del Crotone, torna da avversario nel suo stadio per la terza volta. Quattro in tutto i precedenti, zero vittorie: anche per questo, per Mourinho, è "un vero interista"

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«Papà, raccontami chi era Walter Zenga». Alla lettura delle formazioni di Inter-Crotone, San Siro applaude l’allenatore ospite e la cosa sorprende qualche giovane tifoso che non ha idea di chi sia. La ragione è semplice: Zenga, in quello stadio, non è ospite. Da allenatore ci torna per la terza volta, e come sempre sarà un tuffo al cuore. Anche ora che ha smesso da un pezzo di tuffarsi.

Per rispondere al nostro giovane tifoso: Walter Zenga è stato uno dei migliori portieri della storia dell’Inter. Riformuliamo: Walter Zenga è stato uno dei migliori portieri della storia, punto. A cavallo tra la fine degli Ottanta e l’inizio dei Novanta il più forte del mondo, titolo che gli contendeva solo Rinat Dasaev – quello che a Euro ‘88 vide l’arcobaleno di van Basten passargli sopra la testa – e che gli fu assegnato per tre anni di fila, dall’89 al ‘91. Nerazzurro fino al midollo, come i compagni di reparto che lo proteggevano: Bergomi, Ferri, Beppe Baresi. Trofei pochi, ma significativi per il suo popolo: lo scudetto dei record, una Supercoppa, due coppe Uefa, con quella del ’94 che fu il suo regalo d’addio agli interisti, quando in finale parò tutto il Salisburgo prima di raccogliere le sue cose e lasciare il posto – dopo 12 stagioni, senza considerare il settore giovanile – a Pagliuca, con cui la società aveva già deciso di rimpiazzarlo. Titolare della Nazionale delle Notti Magiche inseguendo un gol: tutte magiche tranne una, con lui che finì sul banco degli imputati al primo che incassò, beffato da un colpo di nuca di Caniggia.

Zenga fino in fondo anche in quell’occasione: a fine partita affrontò le telecamere, spiegò che l’errore non era il suo e che chi capiva di calcio sapeva che in realtà era stato bravo Caniggia ad anticipare la sua idea di anticiparlo. Nessuna uscita a vuoto, lo ripeterà anche a distanza di anni diventando un tormentone da Youtube. La gomma in bocca, il naso storto, la catenina fuori dalla maglietta, il sorriso di quello che ha tutta l’aria di volerti prendere in giro. Allora come oggi, che da allenatore si presenta davanti alle telecamere e usa sempre l’arma dell’ironia per lanciare i suoi messaggi. Ecco chi era, chi è, Walter Zenga.

Sotto la scorza da “spaccone”, però, c’è un cuore romantico, che accelera il battito ogni volta che gli nominano l’Inter, la squadra che sogna di allenare da sempre e che non riesce mai ad acciuffare. Da avversario non l’ha mai battuta, in 4 precedenti da allenatore di Catania, Palermo e Sampdoria: 3 sconfitte e un pareggio. L’ex che tutti sognano di affrontare.

La prima volta coincise con l’esordio di Mourinho a San Siro, una sorta di passaggio di testimone tra miti nerazzurri. Anche un po’ simili, se vogliamo: il sorriso furbo e seducente quando vogliono loro, soprattutto per attaccare, i toni serissimi quando si mettono sulla difensiva. E poi il dialetto milanese, masticato bene da entrambi, che non sono mica dei pirla. Zenga guidava il Catania, raccolto in corsa e salvato nella stagione precedente, era il 13 settembre 2008. All’ingresso in campo la Curva interista lo salutò con lo striscione “La Nord non dimentica i suoi eroi: Walter Zenga uno di noi” e le mega iniziali "WZ1" in giallo su sfondo nerazzurro. Baciò il prato di San Siro, rispose agli applausi emozionatissimo, ricevette da Zanetti la maglia nerazzurra numero 473 (come le partite giocate con l’Inter). Poi uscì sconfitto, perché il vantaggio di Plasmati fu ribaltato dalla prima trivela di Quaresma (deviata) e da un’autorete di Terlizzi. Ritorno il 28 gennaio 2009, altra sconfitta: Stankovic e Ibrahimovic firmano il 2-0 a Catania.

Mourinho mette alla prova Zenga: "Vediamo se lui è un vero interista e domani perde per noi"

L’anno dopo Zenga il giramondo è rimasto in Sicilia, ma è passato al Palermo: il problema lo vedono solo gli altri, lui è un allenatore professionista e l’Inter è l’unica che non tradirebbe mai. Parla di scudetto in una conferenza “alla Mourinho”, poi una nuova sfida con José, da cui nasce un duello tattico piuttosto interessante. È il 29 ottobre 2009, siamo di nuovo a San Siro e l’Inter chiude il primo tempo 4-0: doppiette di Eto’o e Balotelli, Maicon sulla destra che asfalta tutto ciò che trova sulla sua corsa, specialmente il povero Melinte all’esordio in A. Nello spogliatoio “sbagliato” del Meazza, Zenga decide che piuttosto che limitare i danni vuole provare a vedere cosa succede giocandosela ancor più a viso aperto. Al tridente mica male Pastore-Cavani-Miccoli aggiunge Abel Hernandez, togliendo chiaramente Melinte. Quattro a uno, quattro a due, quattro a tre, nel giro di 20’, e solo Milito a 7’ dalla fine eviterà la beffa atroce con il gol del 5-3. Per Zenga, però, arrivano i complimenti special di Mou e una sorta di investitura, lasciando intendere che, al momento dell’addio, lo consiglierebbe alla dirigenza nerazzurra come suo successore. L’esonero di Zenga tre giornate dopo non renderà possibile la rivincita al ritorno, mentre ha un fascino particolare il quarto precedente tra l’Uomo Ragno e la sua Inter.

Si salta alla stagione 2015-2016, Zenga siede sulla panchina della Sampdoria mentre su quella interista c’è Roberto Mancini. Bandiere incrociate. Due simboli, da giocatori, della squadra avversaria, ma anche compagni di Nazionale e per un paio di stagioni (dal ’94 al ’96) in blucerchiato. Si rispettano, anche se Zenga sa che il Mancio l’ha battuto in volata quando la panchina nerazzurra si era liberata dopo l’esonero di Mazzarri e lui, per qualche giorno, ci aveva sperato. Il 4 ottobre 2015, a Genova, finisce 1-1 (Muriel e Perisic); un mese dopo finisce anche l’avventura di Zenga alla Samp. Adesso eccoci al quinto atto, di nuovo a San Siro. Con un'altra "maglia" ancora, ma con l'intenzione di fare bella figura davanti alla sua gente, perché chissà mai che un giorno...

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