Le 7 cose da seguire della 24^ di Serie A

Serie A

Dario Saltari e Francesco Lisanti

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Dalla corsa per non rimanere impantanati nella lotta salvezza a quella per l'Europa, fino ad arrivare al ballottaggio tra Cutrone e André Silva: i temi da tenere d'occhio nel weekend di campionato

 

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1. Chi esce e chi rimane nella lotta salvezza

Se si esclude solo il Benevento, che forse possiamo già dare per spacciato, la lotta salvezza rimane apertissima, con i restanti due posti che decretano la retrocessione in Serie B potenzialmente ad appannaggio di ben sette squadre. Se Verona, SPAL e Crotone sono ovviamente le prime candidate a giocarsi quei posti, anche Cagliari, Sassuolo, Chievo e Genoa non possono dirsi del tutto tranquille. E se finora la sfida per non rimanere nelle sabbie mobili della bassa classifica era rimasta a distanza, il cinismo del calendario di Serie A ha voluto che queste quattro squadre si scontrassero direttamente tra di loro nella stessa giornata, trasformandola in una specie di talent show ad eliminazione.

Chievo-Genoa e Sassuolo-Cagliari decideranno molto del futuro della lotta salvezza dato che nessuna di queste quattro squadre può permettersi di perdere punti, soprattutto se Crotone e SPAL riuscissero insperatamente ad ottenere un risultato positivo contro Atalanta e Milan.

Chievo e Genoa in questo momento sono in due momenti di forma agli antipodi, cosa che rende la loro sfida particolarmente interessante. Il Chievo sta attraversando una crisi lunga e nerissima: non vince addirittura dal 25 novembre e ha fatto appena 2 punti nelle ultime 9 giornate. La squadra di Maran ha perso le certezze difensive su cui aveva basato il proprio successo nelle precedenti stagioni, mantenendo però quel problema atavico della sterilità offensiva che si trascina dietro ormai da diversi anni. Il passaggio al 3-5-2 nelle ultime giornate, se da una parte ha restituito un minimo di solidità difensiva, dall’altra però ha peggiorato ulteriormente i problemi offensivi del Chievo, che contro Atalanta e Juventus ha tirato in porta solo una volta.

Il nuovo 3-5-2 del Chievo in fase di possesso.

Il Genoa, invece, è una delle squadre più in forma del campionato (10 punti nelle ultime 6 partite) e viene dall’entusiasmante vittoria contro la Lazio. Ballardini ha forgiato uno dei sistemi difensivi più solidi del campionato (da quando è arrivato a Genova, solo la Juventus subisce meno gol del “Grifone”), senza però perdere del tutto quell’aggressività e quella verticalità lasciata in eredità da Juric. Con una vittoria a Verona, il Genoa potrebbe lasciarsi definitivamente alle spalle l’incubo della retrocessione.

Sassuolo e Cagliari si ritrovano in una situazione simile. Il Sassuolo, che come il Chievo è appena due punti dal Crotone quartultimo, non vince dal 23 dicembre e viene dal drammatico 7-0 in casa della Juventus. Anche la squadra di Iachini ha grossi problemi realizzativi (ha ricavato appena 12 gol, esclusi rigori e autogol, dai 22,9 Expected Goals creati) e a gennaio ha cercato di porre rimedio a questa situazione acquistando Babacar, che però ha bisogno di tempo per integrarsi e allo Stadium è sembrato molto spaesato.

Una delle pochissime occasioni avute dal Sassuolo contro la Juventus, sciupata malamente da Lirola.

Il Cagliari invece viene dall’importantissima vittoria contro la SPAL e adesso può guardare alla classifica con un po’ più di tranquillità. Diego Lopez, all’interno di un 3-5-2 molto scolastico e che fa affidamento soprattutto sul gioco lungo (e quindi sulle seconde palle distribuite generosamente dalla testa di Pavoletti, il giocatore che vince più duelli aerei in Serie A), lascia grande libertà ai suoi giocatori, e questo al momento è sembrato bastare per salvarsi, dato che probabilmente il Cagliari ha anche la migliore rosa tra le quattro squadre prese in esame. Una sconfitta in casa del Sassuolo, però, potrebbe rimettere nuovamente tutto in gioco.

2. Chi continua a sperare nell’Europa

Udinese e Torino hanno iniziato il campionato con obiettivi differenti. Seguendo l’orizzonte temporale fissato da Cairo, questa sarebbe dovuta essere la stagione del ritorno in Europa, obiettivo a lungo termine declamato già negli anni passati e confermato attraverso l’ambiziosa campagna acquisti estiva. Delneri, invece, aveva chiesto che l'Udinese giocasse «senza dimenticare l'obiettivo salvezza, poi si può vedere».

Dopo quasi sei mesi dall’inizio di questa stagione, Torino e Udinese si ritrovano appaiati a quota 33 punti, entrambe a tre punti di distanza da quel settimo posto che in linea teorica dovrebbe valere un piazzamento europeo. Entrambe hanno sostituito l’allenatore nel corso del campionato, e hanno poi saputo approfittare degli effetti positivi che sono seguiti al cambio in panchina.

Oddo ha ridisegnato l’Udinese alternando 3-4-3 e 3-5-2, due moduli che esaltano le caratteristiche dei giocatori a disposizione. L’Udinese concede poche occasioni pulite agli avversari, per merito del baricentro basso e della linea difensiva a cinque, e può contare sulla straordinaria forza motrice di centrocampisti e attaccanti (su tutti Jankto, Barak, De Paul, Lasagna) per condurre transizioni pericolose, attraverso giocate codificate che i giocatori hanno ormai assimilato.

Il movimento ad esca si vede spessissimo quando l’Udinese gioca con le due punte: nell’immagine qui sopra, Lasagna lascia scorrere il pallone per Maxi López, poi con un cambio di direzione controintuitivo si porta alla sua destra, dove Spolli non può raggiungerlo. La difesa del Genoa in qualche modo se la cava, rinunciando però a coprire gli inserimenti dei centrocampisti, così Behrami può sganciarsi, raccogliere la seconda palla e segnare.

Dopo 12 giornate alla guida dell’Udinese, Oddo sta confermando una media punti che è quasi da Champions League (1.75 punti a partita), ma Mazzarri ha fatto anche meglio nelle 4 partite in cui ha allenato il Torino (2 punti a partita). Il Torino sta attraversando una stagione indecifrabile, in cui i due giocatori di maggior valore sul mercato (Belotti e Barreca) sono stati ripetutamente fermati dagli infortuni, così come altri potenziali titolari come Obi, Acquah e Lyanco, e questo ha reso impossibile delineare un undici titolare di partenza.

Per adesso, Mazzarri continua ad affidarsi al 4-3-3 che ha in parte ereditato da Mihajlovic. È probabile che abbia intenzione di passare alla difesa a tre prima o poi (e per questo avrebbe trattenuto con forza Bonifazi durante il mercato di gennaio), ma al momento attuale il Torino ha degli equilibri ben definiti, che poggiano soprattutto sulle catene laterali: quella sinistra comandata dalla forza trascinante di Niang, quella destra guidata dalla visione di gioco e dalla morbidezza di tocco di Iago Falque.

Mentre Belotti sarà presumibilmente soffocato dalla presenza di tre difensori centrali in area di rigore, toccherà proprio alle due ali la responsabilità di stirare in ampiezza lo schieramento dell’Udinese per poi creare vantaggi con gli uno contro uno, o con i repentini cambi di fronte, due temi tattici ricorrenti nella fase offensiva del Torino. In ogni caso, si affronteranno due squadre che poggiano le rispettive fortune proprio sulla solidità difensiva, e non dovremmo vedere otto gol come l’ultima volta che Oddo si presentò all’Olimpico di Torino.

Era il 12 febbraio 2017, esattamente un anno fa. Il Torino sconfisse il Pescara per 5-3 e Oddo fu esonerato il giorno seguente. Adesso ritorna in quello stadio con tutt’altre prospettive, anche quella, impronosticabile a inizio stagione, di un piazzamento europeo.

3. La Roma andrà avanti con il 4-2-3-1?

Dopo la recente crisi di risultati, che prima della vittoria di Verona aveva portato la Roma a raccogliere appena 3 punti nelle precedenti 6 partite, Di Francesco ha deciso di apportare alcuni cambiamenti profondi al suo assetto di gioco, a partire dalla sua manifestazione più esteriore, e cioè il modulo.

Contro la squadra di Pecchia, la Roma si è presentata con un 4-2-3-1 più ortodosso e istituzionalizzato, con Nainggolan rimesso nella sua vecchia posizione da trequartista, e con libertà simili a quelle di cui godeva quando in panchina c’era Spalletti. Il belga è un giocatore istintivo e addirittura anarchico, per certi versi, che preferisce coprire vaste porzioni di campo di pura corsa invece che rispettare dei movimenti codificati e automatizzati, come quelli previsti dal tecnico abruzzese.

La mossa, almeno nel primo tempo, ha avuto i suoi effetti, e la Roma è sembrata molto più a suo agio nell’arrivare sulla trequarti avversaria attraverso i corridoi centrali, che di solito invece svuota per risalire il campo attraverso i triangoli di fascia, lasciando la trequarti ai movimenti incontro al centrocampo di Dzeko.

Sull’azione da cui nasce lo 0-1 di Ünder è già visibile il 4-2-3-1 della Roma, con Florenzi che cerca di servire Nainggolan, che si propone centralmente tra le linee.

Contro il Benevento, però, Nainggolan non ci sarà (squalificato) e Di Francesco è quindi di fronte al dilemma se ritornare al 4-3-3 mettendo in campo una delle ali a sua disposizione (probabilmente Defrel), oppure continuare sulla via della sperimentazione, provando qualcun altro nella posizione di trequartista.

L’opzione più naturale, per caratteristiche tecniche, sembra essere Perotti. L’argentino è stato utilizzato in zone centrali solo nella primissima parte della sua esperienza romana, quando Spalletti decise di impiegarlo da falso nove con risultati sorprendenti. Perotti infatti agiva da moltiplicatore di linee di passaggio, abbassandosi sulla trequarti e togliendo punti di riferimento alla linea difensiva avversaria, con un’abilità unica nel ricevere spalle alla porta senza far perdere verticalità alla propria squadra. Rivederlo sulla trequarti potrebbe non essere una cattiva idea, togliendo a Dzeko quelle responsabilità creative che gli tolgono lucidità nell’area avversaria.

Ma Perotti non è l’unica freccia nell’arco di Di Francesco, che potrebbe approfittare di una sfida sulla carta non molto complessa per sperimentare ulteriormente. Un’altra possibilità potrebbe essere quella di spostare centralmente El Shaarawy, facendolo agire da seconda punta, dove potrebbe associarsi in verticale con Dzeko, o raccogliere le sue seconde palle per andare direttamente in porta. Ma non bisogna dimenticare nemmeno Gerson, che in Brasile ha iniziato proprio da trequartista, è che fa nel gioco spalle alla porta il suo punto forte. Con il brasiliano in campo, la Roma potrebbe contare su una gestione del possesso corto più tranquilla e ragionata.

In ogni caso, con la Roma che ha disperato bisogno di trovare nuove risorse di gioco, la sfida con il Benevento potrebbe essere l’occasione migliore per provare qualcosa di nuovo e guardare al prossimo futuro con un po’ più di serenità e sicurezza.

4. Contro il Bologna finirà la crisi dell’Inter?

Il Bologna è la squadra che ha messo maggiormente in difficoltà l’Inter nella prima parte di campionato, quando soltanto un goffo fallo da rigore di Mbaye negli ultimi minuti permise alla squadra di Spalletti di evitare la prima sconfitta stagionale. In quell’occasione, Donadoni espose in parte le debolezze dell’Inter che sono poi emerse con maggiore intensità nell’ultimo periodo.

Il Bologna giocò una partita di grande intensità, cercando sempre quando possibile di accorciare in avanti e disturbare il possesso dell’Inter, in difficoltà se deve aggirare una fase di pressing organizzato (di recente lo abbiamo visto contro la Fiorentina, la Roma, il Crotone). All’Inter manca soprattutto qualità tecnica sulla propria trequarti, motivo per cui Gagliardini è progressivamente scomparso dalle rotazioni, ma mancano anche i necessari movimenti codificati a cui fare riferimento in caso di incertezza.

Nell’immagine qui sopra, l’Inter si ritrova profondamente spaccata dopo l’arretramento di Borja Valero. Handanovic potrebbe servire entrambi i terzini, e preferibilmente Nagatomo a sinistra, invece sceglie di lanciare un pallone molto casuale al centro che Poli intuisce con grande anticipo, e che poi conduce a una ghiotta opportunità per il Bologna. In quell’occasione, l’Inter non aveva trovato neanche una risposta ai movimenti nello spazio alle spalle del centrocampo di Verdi e Di Francesco, che nel primo tempo avrebbero potuto segnare due/tre gol, e anche questo è un difetto che si è poi riproposto con più frequenza.

È probabile che il Bologna ambisca a interpretare una partita simile, anche se in questo desolante momento di forma dell’Inter potrebbe essere sufficiente anche un registro diverso, una partita al di sotto della linea della palla con grande densità centrale come quella che ha impostato la Spal, per impedire alla manovra dell’Inter di svilupparsi velocemente. Ovvero, al di là delle caratteristiche dell’avversario, l’Inter ha soprattutto bisogno di ritrovare fiducia nei propri mezzi e qualità nell’esecuzione.

Molto dipenderà dai primi venti minuti di partita. L’Inter non segna più di un gol nell’arco della stessa partita dal 3 dicembre, data che corrisponde anche all’ultima vittoria in campionato. Premere sull’acceleratore a inizio gara potrebbe rivelarsi un azzardo ragionevole, con l’obiettivo di immettersi nuovamente nel circuito chiuso della fiducia, che poi conduce a giocate migliori, e così si rinnova.

L’Inter ha diversi problemi, a livello tattico e a livello strutturale, di costruzione della rosa, ma sono meno grandi di quanto questo momento tenda a far credere, a meno che questo momento non diventi più grande dei problemi stessi.

5. I progressi del Crotone alla prova dell'Atalanta

«Non ho mai visto una squadra che gioca male, vince e si salva: sono convinto che si esca dalle difficoltà attraverso la qualità». Con questa personale convinzione, Walter Zenga si è presentato a Crotone in un momento molto delicato della stagione, con la responsabilità di ricomporre un ambiente fratturato e di risollevare le sorti di una squadra probabilmente non all’altezza della categoria.

In quel momento sembrava una promessa irrealizzabile, un anticipo dei mesi a seguire di campagna elettorale, e invece, partita dopo partita, Zenga sta dando forma e immagine a quella visione, trascinando il Crotone (di poco) al di fuori della zona retrocessione. Oggi il Crotone gioca con un 4-3-3 divertente e a tratti spregiudicato, un bel paradosso rispetto all’epica miracolosa del Crotone scolpita nell’immaginario del tifoso italiano, tutta sudore, sacrificio e raddoppi, spazzate e colpi di testa.

Prima di affrontare il Napoli, in una partita controversa in cui il Crotone avrebbe anche potuto strappare un pareggio, Zenga aveva ripetuto che «la formazione azzurra gioca con tutta la squadra nella metà campo offensiva, cosa che nel nostro piccolo stiamo provando a fare anche noi». Da allora, Zenga ha continuato a inseguire quest’idea del calcio di provincia come riproduzione in miniatura del calcio di alta classifica, che ha poi raggiunto la sua espressione più alta nello 0-3 conquistato al Bentegodi di Verona.

In quell’occasione hanno esordito i tre nuovi innesti del mercato di gennaio, Capuano, Benali e Ricci, che si allenavano soltanto da pochi giorni con la squadra ma hanno dato l’impressione di giocare lì da sempre.

Ricci è arrivato da due giorni e si intende già a memoria con Barberis e Sampirisi, qualche secondo dopo serve un pallone delizioso per Stoian che deve solo appoggiare in porta.

Zenga ha ribadito di aver «fortemente voluto questi giocatori perché il concetto è quello di giocare a calcio, uscire palla al piede anche nei momenti di affanno», ma il suo merito principale è quello di aver migliorato le prestazioni di quelli che c’erano già.

Quanto a sfrontatezza e fiducia cieca di poter vincere ogni contrasto, Ceccherini è uno dei migliori difensori del campionato, mentre Mandragora ha consolidato la sua funzionalità in una squadra che cerca maggiormente trame e triangolazioni palla a terra, e Barberis ha finalmente lasciato intendere perché portasse il “10” sulle spalle, muovendosi in tutte le zone del campo per raccordare i reparti.

Il risultato è una squadra molto determinata nel pressing, tanto da bloccare l’Inter nella sua metà campo per lunghi tratti di partita, e molto lucida nel gestire le fasi della partita, tanto da dividere alla pari il possesso con l’Inter fino al gol del pareggio, per poi abbandonarlo e preoccuparsi di difendere l’area e creare pericoli in transizione.

Nonostante il differente tasso tecnico, la partita con l’Atalanta potrebbe rivelarsi equilibrata, o se non altro divertente. Gasperini e Zenga non hanno intenzione di rinunciare al pressing, sarà un’occasione in più per imparare come si allena il calcio in provincia.

6. Perché Cutrone e non André Silva

Il Milan andrà a Ferrara senza Kalinic, fermato da un infortunio muscolare, e si è ritrovato nuovamente di fronte al dubbio che lo ha assillato per tutta la stagione, cioè chi fosse veramente il suo centravanti titolare. Senza il croato, Gattuso alla fine ha scelto Cutrone (che ha premiato la scelta con una doppietta) su André Silva, due giocatori che prima dell’inizio di questa stagione non avremmo mai pensato potessero contendersi una maglia.

Il centravanti portoghese è arrivato a Milano sull’onda dell’hype generato dalla sua ultima stagione al Porto, acceso anche dai circa 40 milioni spesi dal Milan nell’ultima sessione di mercato, e probabilmente non si sarebbe mai aspettato di vedersi sorpassato nelle gerarchie da un attaccante della Primavera, promosso in prima squadra da Montella solo nei tour estivi. Al di là del differenziale di appeal mediatico che possono avere, comunque, André Silva e Cutrone sono anche tecnicamente lontani, e quindi contribuiscono al gioco della propria squadra in maniera profondamente diversa.

Cutrone ama molto muoversi senza palla, ma soprattutto in profondità, scappando alle spalle della difesa avversaria per andare direttamente in porta. L’attaccante di Como mette sempre grande intensità nella corsa, ma in realtà non ha un gioco molto fisico nei duelli corpo a corpo, soprattutto spalle alla porta. Quando gioca Cutrone, il Milan deve riempire la trequarti con i movimenti a venire dentro al campo di Calhanoglu e Suso, mentre i terzini attaccano l’ampiezza.

Anche André Silva è un centravanti dinamico, ma principalmente con movimenti incontro o verso l’esterno, per ricevere tra le linee per associarsi con centrocampisti o ali. L’attaccante portoghese ha un buon gioco spalle alla porta e a volte ama anche partire da lontano con il pallone progressione per puntare la linea difensiva avversaria. Oltre a soffrire del fatto che non abbia mai segnato in campionato e di una certa smania nel voler dimostrare il proprio valore con il pallone, che lo porta spesso a prendere scelte forzate, Silva, venendo incontro tra le linee, rappresenta anche un “ostacolo” nelle connessioni che si vengono a creare sulla trequarti tra Calhanoglu, Suso e Bonaventura, che è forse la cosa che sta funzionando meglio da quando Gattuso si è seduto in panchina.

Tutti i problemi di André Silva in questa azione contro l’Udinese: viene incontro per ricevere spalle alla porta, prova un tacco velleitario per Bonaventura con cui si pesta quasi i piedi, e poi sul rimpallo cerca un tiro ambiziosissimo che finisce di poco alto.

Al di là del giudizio di valore che ognuno di noi può dare sul giocatore, quindi, per André Silva sembra esserci poco spazio anche tatticamente nel nuovo Milan di Gattuso, che senza grandi incursori a centrocampo (l’unico sarebbe proprio Bonaventura) sembra avere bisogno di un centravanti che abbassi la linea avversaria per creare spazio tra le linee. André Silva non sta vivendo un grandissimo momento di forma, insomma, ma il contesto non sembra comunque metterlo a suo agio.

7. La Sampdoria rincorre il sogno Champions League

Quando si arriva alla metà di febbraio le squadre iniziano ad intravedere, all’orizzonte, il traguardo della propria stagione e ogni partita può rivelarsi fondamentale nel raggiungimento di un obiettivo che a inizio anno non era previsto. La Sampdoria di Giampaolo è attualmente a 7 punti da un piazzamento in Champions League, una distanza difficile da colmare ma che, viste le condizioni di forma di Roma e Inter, sembra giornata dopo giornata sempre più raggiungibile. Nelle ultime sei partite i blucerchiati hanno recuperato 5 punti alla squadra di Di Francesco e 6 a quella di Spalletti.

La “rincorsa” al sogno europeo continuerà domani contro il Verona, una sfida sulla carta abbordabile ma che vedrà la squadra di Giampaolo senza alcuni dei suoi interpreti più importanti, come Ramirez (squalificato), Praet (fermato da un infortunio muscolare) e forse anche Zapata (influenzato). Domani, quindi, sarà interessante innanzitutto vedere come la Sampdoria reagirà a queste assenze a livello di rendimento, e se magari Giampaolo arriverà addirittura a cambiare l’assetto tattico della squadra per sopperirne.

Ma la partita sarà anche importante per testare i limiti dei blucerchiati contro una squadra che fa quasi del tutto affidamento alle transizioni veloci e che ritroverà una delle sue poche risorse offensive, cioè Moise Kean.

La Sampdoria cerca di imporre il proprio gioco sull’avversario con un possesso corto prolungato, attraverso la superiorità a centrocampo che le garantisce il rombo, ma tende a disordinarsi facilmente una volta perso il pallone, dimostrando una fragilità difensiva che fino ad adesso è rimasta solo sotto la cenere. La squadra di Giampaolo è una delle squadre che concede più Expected Goals (ben 35,2 fino ad adesso, solo Verona e Benevento hanno fatto peggio), ma finora ha subito “solamente” 27 gol (se si escludono rigori e autogol).

Qui la Sampdoria perde palla nella trequarti avversaria e la Roma arriva in porta con due passaggi in verticale. Giampaolo deve ringraziare Defrel.

Il Verona ha già dimostrato di saper sfruttare le debolezze di una squadra molto fragile in transizione come la Fiorentina. Se la Sampdoria dovesse batterla, magari con una prestazione molto convincente, sarebbe un risultato da non sottovalutare, soprattutto perché permetterebbe ai suoi tifosi di fantasticare ancora per una settimana sulla musichetta della Champions League.

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