La Fiorentina tra il Napoli e un "sogno": come ai tempi di Baggio e Maradona

Serie A

Alfredo Corallo

Roberto Baggio e Diego Armando Maradona dall'Album Panini della stagione 1986-87
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Con il successo della Juventus a Milano il Napoli è costretto a vincere a Firenze, ma i viola cullano ancora la possibilità di staccare il pass per l'Europa League e non faranno sconti... Anche nel 1986-87 (anno del primo scudetto dei campani) e nella stagione successiva la Fiorentina giocò un ruolo importante nel destino degli azzurri: erano gli anni di Maradona e Roberto Baggio 

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"Chi siete? Cosa fate? Cosa portate? Sì, ma quanti siete? Un fiorino!". Come insegnava l'inflessibile doganiere di "Non ci resta che piangere" i toscani non sono storicamente avvezzi a fare sconti. Non li fecero nel 1988, quando non avevano più niente da chiedere al campionato e non si vede perché - con la possibilità di conquistare ancora un posto in Europa League - dovrebbero "scansarsi" proprio adesso. Perfino nel giorno del primo scudetto di Maradona, il giovane - e viola - Roberto Baggio provò a rovinare la festa agli azzurri. E se ciò non dovesse bastare i gigliati hanno un conto in sospeso con i partenopei, quella finale di Coppa Italia del 2014 che se giocata in condizioni di "normalità" avrebbe potuto avere - a loro dire - un esito diverso. Dunque - ma Sarri e i suoi lo sanno benissimo - per continuare a cullare il sogno dello scudetto, e rimanere sulla scia della Juve - da ieri sera di nuovo a +4 dopo la vittoria sull'Inter - al Franchi nel pomeriggio la concentrazione e l'impegno dovranno rimanere altissimi, quasi come il volo di Koulibaly a Torino e i decibel dei cori intonati dai tifosi in partenza dalla Stazione centrale. 

10 maggio 1987

Il ricordo più bello di ogni napoletano che si rispetti è indissolubilmente legato alla Fiorentina, ad un Napoli-Fiorentina: il giorno che un'intera città ha atteso per una vita. Il 10 maggio del 1987 la squadra di Ottavio Bianchi può festeggiare con una giornata d'anticipo - soprattutto può farlo in casa - ma per essere sicura del titolo meglio vincere. L'Inter di Trapattoni, intanto - seconda a tre punti (erano due per vittoria) - è impegnata a Bergamo con un'Atalanta non ancora spacciata; ma anche i viola non sono matematicamente salvi: insomma, non sarà una passeggiata! Trascinati da 90mila tifosi già in delirio gli azzurri vanno in vantaggio alla mezz'ora (al 29', a Napoli con i numeri non si scherza) con un'azione "da manuale": Maradona verticalizza per Carnevale, che scambia con Giordano, che di tacco la restituisce a Carnevale che d'esterno buca Landucci in uscita. Sette minuti dopo arriva pure il gol dell'Atalanta, che approfitta con Trevor Francis di un pasticcio tra Zenga e Ferri e torna a sperare. Siamo a cavallo, direte: manco per sogno. Lo stesso Diego, ammetterà: "Io ho vinto tutto soffrendo, e questo non è stato diverso". Già...

E che ve site perso!

Il boato di Fuorigrotta per il gol dell'Atalanta distrae i difensori del Napoli. che "regalano" una punizione dal limite agli ospiti: Giancarlo Antognoni - pensate - lascia la battuta al suo "erede" Roberto Baggio, reduce da un lungo infortunio, che non lo delude. Il suo primo gol in Serie A (con maglia n° 11) non poteva che essere speciale, con due spettatori illustri... Antognoni al suo fianco e Maradona in barriera! (Baggio che si ripeterà nell'anno del secondo scudetto azzurro, con quel gol alla Maradona... ma quella è un'altra storia). Il risultato non cambierà più, né al San Paolo né a Bergamo: Fiorentina salva e il Napoli è campione d'Italia per la prima volta nella sua storia, che sarà la festa più pazza mai vista per la vittoria di uno scudetto, scatenando tutto il genio dei campani (il mitico striscione al cimitero "E che ve site perso!" sarà la cartolina di quella giornata). Per la cronaca i bergamaschi di Nedo Sonetti retrocederanno in B e l'Inter chiuderà terza, scavalcata dalla solita Juventus, allenata dal tecnico che "svezzò" Maradona a Napoli, Rino Marchesi. 

Milano chiama, Napoli non risponde più 

Anche nella stagione successiva è un dominio azzurro, ma il Napoli arriva visibilmente stremato - e stressato - alla partita più importante, quella con il Milan di Arrigo Sacchi, che si celebra sempre al San Paolo il 1° maggio del 1988. Pare che nello spogliatoio si respirasse da tempo un'aria pesante, le 50 giornate in testa - considerando il biennio - avevano logorato i nervi di parecchi degli eroi del primo scudetto ("Non ce la facciamo più, ci vorrebbero i pannoloni per tenere" si lasciò scappare il portiere Garella in prossimità della gara). E Bianchi ci mise del suo schierando una formazione iper abbottonata, lasciando in panchina Giordano e Carnevale, e ignorando l'appello di Careca a schierare le tre punte ("E' stata sempre la nostra arma vincente, rinunciare è come suicidarsi"). Finirà 3-2 per i rossoneri e Gullit, Virdis e Van Basten usciranno tra gli applausi dello sportivissimo pubblico napoletano, che sarà comunque l'ultimo a crederci: in fondo il Milan aveva solo un punto in più, mancavano ancora due partite e domenica avrebbe giocato con la Juventus che, per quanto disastrosa in quell'annata, era sempre la Juventus; e il Napoli doveva andare a giocare in casa di una Fiorentina senza reali motivazioni. E invece. 

Un debito da saldare

E invece Maradona non ce la fa e guarderà la sfida dalla tribuna accanto al direttore sportivo Luciano Moggi, che aveva preso il posto di Italo Allodi. Dopo appena 8 minuti Alberto Di Chiara porta in vantaggio i viola (che erano guidati da Eriksson). Il sussulto d'orgoglio di Ciro Ferrara sarà vanificato dalla doppietta di Ramon Diaz e il pareggio di San Siro tra Milan e Juventus non farà altro che accrescere i rimpianti dei tifosi napoletani e alimentare le voci di una "interferenza" della Camorra e del Totonero. Ma il Napoli non c'era più, aveva realmente finito la benzina. E la Fiorentina voleva chiudere con una vittoria in casa  una stagione partita con ben altre aspettative dell'ottava posizione finale. Nicola Berti - giovane centrocampista di quella squadra - disse: "Abbiamo disputato la partita migliore del nostro campionato". E il presidente Righetti: "Avevamo un debito con il nostro pubblico e l'abbiamo in parte saldato". Qualche mese prima il Napoli aveva eliminato i toscani agli ottavi di Coppa Italia, ribaltando 3-1 all'allora "Comunale" il 3-2 subìto al San Paolo. Forse Righetti si riferiva anche a quel "debito". 

Non ci resta che...

Niente a che vedere con la finale di Coppa Italia vinta 3-1 dal Napoli contro la Fiorentina l'8 maggio del 2014. Perché l'epilogo - e tutto quello che successe sugli spalti all'Olimpico prima e durante il match - non c'entrò nulla col calcio. L'immagine di Genny 'a Carogna con la maglia "Speziale Libero", la morte del povero Ciro Esposito per una "bravata" di Daniele De Santis - così è stata definita nella sentenza di appello dai giudici della prima Corte di Assise di Roma - non possono nutrire sentimenti di rivalsa, per quanto la partita fu inevitabilmente condizionata da un'atmosfera surreale. Preferiamo ricordare quella dell'Olimpico di qualche mese dopo, con Baggio e Maradona in campo per la Pace. O l'aria che si respirava qualche anno prima, quando il toscano Roberto Benigni e il napoletano Massimo Troisi ci facevano piangere, ma dalla risate. 

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