Serie A, le migliori giocate della 38^ giornata

Serie A

Fabio Barcellona e Daniele Manusia

Il gol avvitato di Cutrone, il solito dominio fisico di Milinkovic-Savic, l'assist al bacio di Insigne e altre grandi giocate dalla giornata che ha chiuso la Serie A 2017-18

SERIE A, LA CLASSIFICA FINALE

SERIE A: GOL E HIGHLIGHTS DELLA 38^ GIORNATA

E così siamo arrivati all’ultima puntata della rubrica dedicata ai migliori gesti tecnici, individuali o collettivi, del campionato. È stata una stagione ricca di belle giocate, di numeri, anche se spesso sono venuti da giocatori inaspettati, che faticheremmo a inserire nella categoria dei top player. Anche in Serie A però qualche giocatore eccezionale con costanza c’è: per questo ancora una volta ci troviamo a commentare il talento di Dybala, la grandezza di Milinkovic-Savic, la qualità di Insigne. A cui abbiamo aggiunto per la prima volta in stagione Kownacki e un omaggio, pretestuoso come tutti gli omaggi sinceri, ad Allegri.

Il contributo di Dybala al settimo scudetto consecutivo della Juventus è stato forse sottovalutato. Più in generale, l’impressione comune è che "la Joya" abbia mancato l’ultimo step per raggiungere il livello del fuoriclasse perfettamente compiuto. Eppure la sua stagione è stata, numericamente, la migliore della sua carriera. Dybala non ha mai dribblato di più, né tirato di più, non è mai stato più preciso nei passaggi, non ha subito mai così tanti falli. In Champions League ha giocato più key pass che nelle 3 precedenti partecipazioni. Solo gli assist sono diminuiti, a vantaggio del numero dei gol, che sono raddoppiati dagli 11 della scorsa stagione. Anche nei momenti importanti Dybala è stato presente: basti ricordare i gol decisivi contro Lazio a Roma e a Wembley contro il Tottenham, oppure i 2 assist da subentrato nella decisiva vittoria a San Siro contro l’Inter. La ritrovata vena realizzativa di questa stagione ha ricordato gli anni di Palermo, in cui Dybala giocava da prima punta e il compito di fare da raccordo e rifinitura era sulle spalle del Mudo Vazquez. Talvolta, vedendolo giocare spesso lontano dall’area di rigore, ci si dimentica delle enormi capacità da attaccante puro della Joya, e del suo incredbile mix di tecnica sullo stretto, fantasia e doti balistiche con l’amato piede mancino.

Contro il Verona, Dybala ha dato l’ultima dimostrazione della stagione delle sue doti. Al 39° del primo tempo, Dybala conquista una seconda palla nel cuore dell’area avversaria. Con il primo controllo scarta Fossati e mette il pallone sul sinistro. Sta però correndo in diagonale verso l’esterno, sta guardando verso la bandierina del calcio d’angolo, la linea che passa per le sue spalle forma un angolo di 90° con la linea di fondo. E qui entrano in gioco la fantasia e le doti balistiche di Dybala, unite all’istinto da goleador puro. Senza guardare la porta, e senza un ulteriore controllo del pallone, Dybala inventa un pallonetto, che, in fondo, a ben pensarci, è l’unica maniera efficace di calciare verso la porta in quello spazio e con quella postura del corpo. Mette il piede sinistro sotto il pallone e, facendo perno sul piede destro, ruota il corpo di 180° accompagnando il calcio effettuato con il piede mancino. Il pallone disegna una parabola perfetta. Nicolas è sorpreso e può solo accompagnare con lo sguardo la palla che, fortunatamente per il Verona, si spegne sulla traversa dal lato opposto a quello da cui era partito il tiro. Un’azione nel cuore dell’area che restituisce una delle tante dimensioni di Dybala, quella di finalizzatore assieme fantasioso e spietato.

Lazio-Inter è stata una partita bellissima, ricca di emozioni e colpi tecnici notevoli. La partita della squadra di Inzaghi è stata una sineddoche dell’intera stagione dei biancocelesti: una grande attacco, un calcio verticale estremamente brillante e divertente, focalizzato sulle qualità tecniche degli interpreti e una difesa poco affidabile. Nel primo tempo la Lazio sembrava poter dominare la partita. In particolare, il secondo gol del vantaggio, giunto poco dopo il pareggio dell’Inter, sembrava certificare la forza della squadra di Inzaghi contro gli accadimenti imprevedibili del calcio. Dopo appena 12 minuti dal pareggio di D’Ambrosio i biancocelesti sono tornati meritatamente in vantaggio con un’azione che ha messo in evidenza la natura verticale della squadra biancoceleste.

A testimonianza della qualità tecnica della partita, l’azione del gol della Lazio nasce da una bella iniziativa di Cancelo che, da ala vecchio stampo, dribbla verso l’esterno Lulic e mette un pericoloso cross verso l’area avversaria. Strakosha riesce ad allontanare in uscita sulla testa di Vecino e, la ribattuta sembra essere preda, al limite dell’area, di Brozovic. Qui cominciano le meraviglie della Lazio. Con un guizzo improvviso Felipe Anderson riesce ad anticipare l’avversario e con un delicatissimo esterno volante fa passare il pallone sulla testa di Brozovic e serve Lulic. Il bosniaco inizia a correre in verticale e Felipe Anderson gli corre accanto divergendo impercettibilmente verso destra dal compagno avanzando lungo il campo. A correre accanto al brasiliano è D’Ambrosio, ma quando sono a cavallo della linea di centrocampo Felipe accelera, e D’Ambrosio non può più stragli dietro. Il filtrante di Lulic è perfetto per direzione e velocità: passa esattamente nello spazio compreso tra Miranda e D’Ambrosio e raggiunge Felipe Anderson senza che quest’ultimo debba in qualche maniera modificare traiettoria e velocità di corsa. Con un raffinato tocco di esterno sinistro, Anderson si prepara il tiro e, l’ultima finezza dell’azione, è il tiro in leggero controtempo che lascia Handanovic sulle gambe. In un’azione, tutta la tecnica e la velocità degli attacchi laziali. Che però non sono bastati per andare in Champions League.

Milinkovic-Savic è stato uno dei giocatori più citati in questo appuntamento settimanale. Avremmo potuto scrivere una rubrica dedicata interamente alle “migliori giocate di Sergej Milinkovic-Savic” e quasi sicuramente non saremmo rimasti senza materiale. Prima di chiederci se quella con l’Inter è stata l’ultima partita di SMS in Serie A, fermiamoci ancora un attimo in contemplazione della sua grandezza. In questa stagione Milinkovic-Savic ha esercitato un dominio fisico e tecnico che lo ha reso semplicemente “ingiocabile” per quasi tutti i suoi avversari. Non sono solo le sue dimensioni, o la forza con cui resiste alle cariche senza sforzo apparente, l’equilibrio con cui riesce a coordinarsi in fazzoletti di campo con la leggerezza di un ballerino, ma anche la sensibilità con entrambi i piedi, con il collo, con l’esterno, con la suola, e infine sono anche le sue idee, il modo in cui pensa calcio, a renderlo un giocatore unico nel panorama mondiale.

Abbiamo scelto tre azioni dalla partita di ieri, ma sarebbero potuto essere di più (ha anche colpito un palo su punizione). Lo stop di petto e l’assist di suola per Marusic in occasione del primo gol mettono in evidenza l’equilibrio ma anche l’intelligenza, perché nel momento in cui fa rimbalzare il pallone sul petto in quel modo ha già pensato al successivo allungo con cui appoggiare la palla al compagno. Nel controllo di petto al 43esimo del primo tempo è fenomenale a sfruttare lo scontro con Skriniar per girarsi con il corpo in direzione della porta interista, facendo sbattere Vecino sulla sua schiena, ma è anche incredibilmente tecnico nel controllo della palla con una zona del petto individuabile tra la spalla e la clavicola, con cui Sergej schiaccia la palla a terra. In questo caso le sue doti di improvvisazione lo portano anche al tiro, una botta di collo pieno che Handanovic respinge ma non senza qualche pensiero, e che dimostra la grande fiducia nei propri mezzi.

Infine c’è l’assurda giocata al 16esimo del secondo tempo. Quando prima spezza la caviglia di Vecino che lo pressa da dietro con un controllo di suola seguito da un esterno che gli permette di invertire il senso della propria corsa, e poi salta Rafinha con un cross-over destro sinistro che gli apre il campo davanti. Lo avesse fatto un giocatore alto venti centimetri in meno l’avremmo trovata comunque una giocata eccezionale, ma fatta da SMS su di noi ha lo stesso effetto che avrebbe se vedessimo un rinoceronte giocare in mezzo a un branco di Jack Russell, senza schiacciarli. Milinkovic-Savic ha rinnovato la tradizione recente del trequartista alto e grosso (che, giusto per accennare a dei precedenti diversi, va da Lamberto Zauli a Marouane Fellaini, dall’Eric Cantona di fine carriera a Talisca) sintetizzando come nessuno, oggi, la tecnica, la forza e la visione di gioco necessarie per dominare lungo tutta la metà campo offensiva. In ogni campionato, probabilmente, contro ogni squadra.  

La stagione del Milan è di difficile interpretazione. Partita con una campagna acquisti che ha fatto addirittura parlare qualcuno di Scudetto, con addirittura due centravanti nuovi di zecca, finisce che una delle più belle notizie della stagione è l’esplosione dell’attaccante delle giovanili Patrick Cutrone. L’istinto di Cutrone per il gol è calato come un deus-ex-machina sui problemi offensivi del Milan, risolvendo i periodi di maggiore confusione tattica e, oggi, la prevedibilità che si accompagna all’undici di base scelto da Gattuso. Cutrone ha chiuso la sua prima stagione in Serie A arrivando in doppia cifra (10 gol) con uno dei suoi gol più belli: un tuffo all’altezza del primo palo, con cui anticipa il marcatore e devia un cross basso e forte di Calhanoglu sul palo lontano. Anche il turco ci ha tenuto a concludere la stagione con una prestazione positiva. Dopo aver segnato il primo gol del Milan su punizione, ha fatto precedere all’assist per Cutrone un passo di danza che ha disorientato il marcatore viola. La partita con la Fiorentina era importante per evitare i preliminari di Europa League, ma anche per l’autostima della squadra di Gattuso.

Il cammino di Lorenzo Insigne in Nazionale è stato, come noto, piuttosto accidentato. Molto diverse invece le sue fortune al Napoli, sebbene, persino nella sua squadra di club, in alcuni momenti i suoi tifosi non gli hanno risparmiato qualche fischio. In particolare Insigne è stato criticato per l’eccessivo numero di tiri effettuati. L’esterno sinistro del Napoli è il calciatore che in Serie A (tra quelli che hanno giocato almeno 500 minuti) tira di più in porta (5.1 tiri ogni 90 minuti), producendo però solamente 7 gol su azione. In Europa, con diversa efficacia, tirano in porta più di Insigne solo Cristiano Ronaldo, Messi, Kane e Lewandowski. Insigne ha però mandato al gol per ben 11 volte i compagni, secondo solo a Luis Alberto e Douglas Costa in Serie A. I numeri, e, in fondo anche in rendimento in Nazionale, restituiscono un giocatore, sì talentuoso, ma capace di esaltarsi solo in un contesto organizzato, dalla natura profondamente associativa e, invece, poco efficace nelle soluzioni individuali. D’altronde, i momenti migliori della carriera del napoletano coincidono con il suo incontro con Zeman e Sarri, due allenatori che amano un calcio estremamente programmato.

La specialità di Insigne è il cross da sinistra, con il piede destro, verso il secondo palo a servire i tagli chirurgici di Callejon. Anche contro il Crotone, il Napoli, ha segnato utilizzando questa soluzione. Ma nel primo gol, è andata in scena una variazione sul tema. La squadra di Sarri recupera palla con il suo gegenpressing e Mario Rui serve Insigne che può puntare la difesa del Crotone che però è ben schierata. Invece di intestardirsi in una giocata personale, Insigne, con una notevole padronanza del tempo di gioco, ferma il pallone con la suola e ruota di 180° tornando indietro e effettuando una pausa.

La pausa consente ai compagni di disegnare i movimenti più opportuni e regala a Milik il tempo necessario ad attaccare lo spazio alle spalle di Capuano. Il cross di Insigne, è, come quasi sempre, dolce e preciso e per Milik non è difficile colpire di testa e realizzare il gol del vantaggio. Tutto nasce però dalla frenata di Insigne, dalla sua gestione del tempo e dalla sua pausa, che ridefinisce a vantaggio dei movimenti dei compagni il ritmo dell’azione.

Il precoce gol del vantaggio di Antenucci e l’espulsione di Caprari hanno presto svuotato di significato la sfida tra SPAL e Sampdoria, che ha consentito agli emiliani di festeggiare la salvezza. Per l’ultima partita di campionato, Marco Giampaolo, ha lasciato in panchina Quagliarella e ha schierato in attacco le due punte meno impiegate in stagione, Caprari e Dawid Kownacki. Il ventunenne attaccante polacco è stato acquistato l’estate scorsa dal Lech Poznan, dove aveva segnato 9 gol in 27 partite nell’ultima stagione. Kownacki è stato usato da Giampaolo come attaccante di scorta, da impiegare a partita iniziata. Delle 6 presenze da titolare, 4 sono arrivate negli ultimi 4 turni di campionato. Nonostante i pochi minuti disputati a partita da subentrante, Kownacki ha messo in mostra le sue doti, lasciando presagire più di una possibilità di un impiego più ampio la prossima stagione. Ha realizzato 5 gol in campionato e 3 nelle 2 partite di Coppa Italia disputate. È una punta dotata di buona fisicità, capace di svariare su tutto il fronte d’attacco, come richiesto alle punte del 4-3-1-2 di Giampaolo e, soprattutto, con uno sviluppato senso del gol. La rete contro la SPAL è una dimostrazione delle capacità realizzative di Kownacki.

La Samp batte un calcio di punizione da posizione laterale, crossando la palla in area. La difesa avversaria ribatte e, dai 25 metri, Capezzi rimette la palla in area di testa, mentre tutta la difesa spallina si alza per togliere profondità e lasciare in fuorigioco gli avversari. La palla giunge nei pressi di Kownacki che, spalle alla porta, è rapidissimo a coordinarsi e girare al volo di destro la verso la porta di Gomis, impattando in maniera perfetta il pallone. Un gol da attaccante vero, come si dice.

Abbiamo inserito Allegri in questa classifica per farlo felice. Un omaggio all’allenatore che ha scelto di combattere la battaglia in difesa dei gesti tecnici di cui in Italia, a suo dire, si parla troppo poco. Anche se, pensandoci, il fatto che abbia detto una cosa del genere significa che probabilmente non ha mai letto questa rubrica… Ad ogni modo: Buffon era appena uscito dal campo tra gli applausi e le lacrime dei suoi tifosi, per alcuni era la fine di un’epoca, un momento carico di gravitas. In contrasto con la leggerezza tipicamente toscana di Allegri, che con aria indifferente indifferente si alza la palla con il tacco e la restituisce al suo giocatore con un palleggio. Allegri compirà 51 anni il prossimo agosto e ormai è parte della storia del calcio italiano. Sarebbe bello, però, se a parte le vittorie ci ricordassimo anche delle sue idee (al di là del modo in cui le ha espresse verbalmente).

La sensibilità di Allegri per le connessioni tra giocatori, le intuizioni tattiche che, in più di una partita, hanno messo a proprio agio i suoi giocatori, lui direbbe “al posto giusto”, responsabilizzandoli, spingendoli a dare qualcosa in più, spiegano in parte il divario tra quanto ci si sarebbe aspettato che la Juventus ottenesse e quanto in realtà ha ottenuto. Sia sul piano di un giudizio di valore, perché in molti faticano a riconoscere alla Juventus 2017/18 i giusti meriti, che su quello statistico (perché la Juventus ha segnato più di 60 reti con meno di 40 Expected Goals, e non può essere solo fortuna). Un gesto tecnico eseguito bene può risolvere una partita, una stagione, ma non significa che l’allenatore non influisca sulle prestazioni della propria squadra. Ecco qual è, semmai il problema degli allenatori: che i loro “numeri”, di solito, sono nascosti al nostro sguardo. Questo palleggio in giacca e cravatta può funzionare come simbolo tascabile di tutta questa qualità celata.

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