Di Francesco story a Roma: dalla semifinale di Champions all'esonero dopo Porto

Serie A

Marco Salami

Giocatore, dirigente e allenatore: tre come le vite nella Roma e come i difensori messi in campo in quella partita contro il Barcellona, in una mossa "da pazzo". L'impresa europea che mancava dal 1984 fino all'ultima in Portogallo. La sua storia in 633 giorni di panchina

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"Io sono un pazzo, perché un allenatore che fa una cosa del genere in una partita del genere è a suo rischio e pericolo: m'avreste ammazzato". E invece… tre, a zero. L'impresa Roma contro i marziani del Barcellona che porta una firma gigantesca: Eusebio Di Francesco. Enorme quanto la gioia dei romanisti quel 10 di aprile, attraverso le generazioni nel racconto ai più giovani che, una semifinale di Champions o Coppa dei Campioni, non l'avevano mai vista. Perché era dal 1984 che i giallorossi non andavano così in là nella coppa più importante di tutte. Ai tempi c'era il "barone" Liedholm che la finale la raggiunse per davvero, ma perdendola ai rigori contro quello stesso Liverpool dove si è infranta anche la corsa di DiFra, apice dei sui 633 giorni sulla panchina giallorossa. Dal 12 giugno 2017 al 7 marzo, giorno dell'esonero. Via dopo due derby persi: quello contro la Lazio in campionato e quello contro l'ex Lazio Conceição nell'incrocio di panchine in Champions.

Quell'estate del 2017 è invece il flashback che riporta tutti i tifosi della Roma allo scudetto del 2001, quello di un Di Francesco al capolinea della sua storia giallorossa da calciatore ma che lo vede trionfare: solo cinque le presenze e zero i gol, ma quel tricolore è anche suo. Prima di chiudere da calciatore tra Piacenza, Ancona e Perugia e di diventare team manager della sua Roma nel 2005. Poi la panchina, dalla Lega Pro alla Champions, nella sua terza vita nella capitale. Arrivato col curriculum scritto per lo più nel Sassuolo: il bel calcio e una prima promozione. Un esonero e un ritorno, ma anche quel 433 esportato in giallorosso. All'Olimpico DiFra, nella sua prima annata, esordisce solo con quattro punti nelle prime tre partite, ma poi ingrana subito la marcia: una nona, perché tante sono le vittorie nelle seguenti dieci giocate in Serie A. Tra quelle c'è anche il suo primo derby, deciso da Perotti e Nainggolan e quasi col sapore della vendetta, visto che 2-1 (ma a parti invertite per i biancocelesti) era stato anche il risultato con cui era finita la sua ultima stracittadina da calciatore. Ma è in Europa che l'ex Sassuolo prova a scrivere la storia.

Il modulo con cui Di Francesco gioca nella sua Roma è lo stesso visto a Reggio Emilia, e che tanto bene aveva fatto: 433. I suoi fedelissimi sono fin dal primo anno Dzeko davanti (24 centri per lui a stagione conclusa), Fazio e Kolarov dietro più Nainggolan e Strootman a centrocampo. Il girone sorteggiato a Nyon somiglia per lo più a un incubo: il piccolo Qarabag ma anche Atletico Madrid e Chelsea: una montagna… poi scalata. Il primo mattoncino è un 3-3 a Londra dove Dzeko (due volte) e Kolarov ribaltano il 2-0 iniziale della banda di Conte. Poi il capolavoro è il 3-0 dell'Olimpico, come sarà anche col Barcellona, sui campioni d'Inghilterra in carica; e la vittoria nell'ultima sul Qarabag cancellerà il ko del Wanda. Dzeko ribalta anche gli ucraini dello Shakhtar negli ottavi e poi si va al Camp Nou.

Lì è beffa e vendetta, in un colpo solo. All'Olimpico si riparte da un 4-1 apparentemente insormontabile, ma con una novità: addio 433, benvenuta difesa a tre - la mossa "da pazzo" di Di Francesco: Dzeko più Schick giocano davanti, con due esterni di spinta e il consueto trio Strootman-De Rossi-Nainggolan in mediana. Le due autoreti di Barcellona (De Rossi e Manolas) si trasformano in gol, dopo il vantaggio del solito Dzeko. Il risultato è estasi allo stato puro per la Roma. Un esperimento, la sua difesa a tre, che si rivedrà poi anche nel derby di ritorno pareggiato 0-0 e nell'imbarcata di Anfield contro il Liverpool, che vanifica anche il 4-2 del ritorno e che non strappa un biglietto per la finale di Kiev. Al termine di una cavalcata comunque storica.

Il campionato Di Francesco lo chiude invece al terzo posto, con cinque vinte e un pari nelle ultime sei, tornando al 433 e lasciando la lotta per l'ultimo posto Champions solo a Lazio e Inter. In estate arriva il rinnovo (il 18 giungo, con prolungamento fino al 2020) ma l'inizio della nuova stagione va a rilento. Si parte con cinque punti nelle prime cinque partite (con annesso pugno di stizza alla panchina dopo il pari contro l'Atalanta che lo costringe all'operazione alla mano). Il nuovo credo, alla sesta col Frosinone, diventa così il 4231, e la mossa viene ancora premiata in una partita pesante: il secondo derby vinto su tre in panchina battendo la Lazio 3-1. Ma è la continuità la vera bestia nera dei giallorossi.

Dopo le tre vinte in fila iniziate col derby, arriva infatti il ko con la Spal che segna il peggior inizio di sempre del club dall'epoca dello Zeman-bis; mentre in Champions pare solo il sorteggio favorevole - con Cska e Plzen (oltre al Real) - a spingere la Roma agli ottavi, raggiunti nonostante le tre sconfitte. Nel frattempo il 7-1 incassato dalla Fiorentina in Coppa Italia, tre giorni dopo la rimonta 3-3 dell'Atalanta, è una mazzata. E il 2-2 subito in undici contro nove dal Cagliari anche. Pallotta è una furia e la fiducia viene confermata partita dopo partita, a oltranza. "Non mi dimetto", dice DiFra, che poi si gioca tutto, e perde, tra il ko 3-0 subito dalla Lazio e quello 3-1 dall'ex laziale Conceição in Champions. "Grazie Eusebio - scrivono i social giallorossi - non ci dimenticheremo mai di una notte come quella contro il Barcellona". Quella della pazzia e dell'impresa. Firmata DiFra.

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