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03 aprile 2019

Calcio e razzismo, il caso Kean: perché non doveva finire così

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Il ruolo dei media, le nostre responsabilità: è un dovere determinare la portata dell’evento, circoscriverne la gravità e attribuirne la colpa ai veri responsabili senza sparare nel mucchio. L’intervento del direttore di Sky Sport, Federico Ferri

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Premessa numero 1: chi scrive ieri sera era allo stadio e dunque la testimonianza è diretta.

Premessa numero 2: un ululato o un insulto razzista sono da condannare allo stesso modo, poco conta che provengano da uno, cinque, cinquanta, mille persone. I responsabili vanno combattuti, tutti, senza se e senza ma.

Premessa numero 3: la reazione della persona offesa non può essere giudicata a livello umano da chi non è coinvolto. Va compresa, e basta.

Nel merito di quanto accaduto a Cagliari, è giusto tuttavia notare che il risalto mediatico dato a episodi del genere, quello sì varia in funzione della dimensione. Dunque si pone il problema di dare spazio o meno, e nel caso quanto, a venti trogloditi razzisti, magari come si farebbe con ventimila, amplificandone la visibilità e concedendo quello che in fondo essi cercano. La risposta di Kean a chi lo ha provocato, perché chiamarla esultanza sarebbe fin eccessivo, influisce su questo aspetto. E a livello professionale è meno giustificabile che da semplice ragazzo: esporre se stesso alla curva avversaria, sia pure senza battere ciglio, non è il miglior modo di festeggiare un gol, e sarebbe il caso in assoluto di smettere di andare sotto qualunque curva, dei propri tifosi e ancor peggio dei rivali, e di tornare a condividere la gioia e l’emozione con i compagni in campo, in modo spontaneo e meno costruito. Sia ben chiaro, qui non stiamo parlando di huevos, di Simeone o di Ronaldo. Il caso è di portata inferiore e soprattutto c’è da considerare la non trascurabile sensibilità umana di chi è stato oggetto di quegli insulti. Ma la maturità di un giocatore dovrebbe passare anche da questo. Senza volerlo, e per questo non è facile fargliene una colpa, mediaticamente il gesto del giovane azzurro ha amplificato il rumore di quegli ululati, fino a quel momento opera di pochi ignoranti razzisti.

E qui ci permettiamo di fare entrare in gioco la testimonianza diretta. Chi era allo stadio ieri sera, o in tribuna, o vicino alle panchine, davvero non ha avvertito nulla che potesse essere descritto come l’ennesimo episodio di razzismo diffuso in uno stadio. Dobbiamo dunque scusarci con chi, da casa, magari per via dei microfoni posti a bordo campo in uno stadio piccolo e raccolto, ha sentito come fenomeno di massa quello che dalle nostre posizioni, dai nostri inviati, non è stato percepibile. Non c’era ovviamente alcun intento censorio. Ma davvero la dimensione reale, dal campo, non era di portata neanche lontanamente tale da meritare un intervento. Né da parte di chi raccontava l’evento, né da parte di chi l’ha diretto, ovvero l’arbitro Giacomelli. Che poi giustamente è intervenuto quando, dopo il gol di Kean, la situazione è diventata più pesante. E lì, senza cuffie da telecronista o da bordocampista addosso, dunque dalla visione e dall’ascolto tramite lo schermo più che dallo stadio, qualche maledetto ululato si è udito. E nessuna eventuale provocazione li può giustificare.

Non doveva però finire così, e anche noi dei media, che facciamo questo lavoro, dobbiamo assumercene la responsabilità: è un dovere determinare la portata dell’evento, circoscriverne la gravità e attribuirne la colpa ai veri responsabili senza sparare nel mucchio. Non lo meritava la schiacciante, indiscutibile maggioranza del pubblico che ha assistito alla partita, non lo meritava Cagliari e il Cagliari, e ovviamente neppure Kean, finito coinvolto in qualcosa di più grande di lui.

Adesso lavoriamo almeno affinché l’ennesima notte sbagliata serva per affermare che l’unico modo per combattere i razzisti, soprattutto se come nel caso di ieri sera sono una minoranza, è individuarli, segnalarli ed espellerli per sempre dagli stadi. Ad esempio, con un sistema di telecamere come quello presente allo Juventus Stadium. La tecnologia c’è, bisogna diffonderla e usarla. Questo non vuol dire minimizzare l’accaduto, ripetiamo: uno è da condannare come mille. Ma quell’uno va colpito, senza concedergli vie d’uscita. E che tutto questo serva anche perché sia l’ultima volta che questi fatti, come è successo anche ieri, vengano letti con le lenti distorte del tifo. Perché il fondato timore, oggi, è che del razzismo nel mondo del calcio ci si accorga a seconda del colore della bandiera, e non della pelle, e che ci si scopra colpevolisti o innocentisti alla luce della squadra alla quale appartiene il malcapitato giocatore coinvolto. Sguazzare in questa acqua sporca è da irresponsabili.

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Il giorno dopo la pubblicazione di questo articolo, il direttore di Sky Sport, Federico Ferri, ha scritto questo commento:

Dopo il pezzo di ieri su quanto accaduto a Cagliari, mi è stato riferito un commento di una lettrice che, a proposito delle mie parole sull’esultanza di Kean, ha scritto che è stato come dire a una donna: “Aveva la minigonna, se l’è cercata”. Mi si è gelato il sangue.
Se una persona ha percepito questo, sento il dovere e la necessità di scusarmi, di fermarmi e fare un passo indietro. Non sono così presuntuoso da pensare che la responsabilità di tale deviazione rispetto al senso di ciò che volevo esprimere sia di chi ha ricevuto il messaggio, è di chi lo ha scritto, dunque io.

Chiaramente ho sbagliato. Mai avrei voluto essere accusato di questo. Dunque credo sia necessario da parte mia ribadire, come scritto ieri, che:
- Un ululato o un insulto razzista sono da condannare allo stesso modo, poco conta che provengano da uno, cinque, cinquanta, mille persone. I responsabili vanno combattuti, tutti, senza se e senza ma.
- Raccontare la realtà vissuta sul posto non vuol dire minimizzare il fenomeno, ma rispondere alla responsabilità degli operatori dell’informazione di raccontare quello che vedono e sentono. Non si può descrivere un episodio di massa se non lo è, non si può accusare persone perbene che non hanno insultato nessuno, ma questo non vuol dire negare che ci siano state persone che l’hanno fatto, e condannarle, privandole di qualunque alibi.
- La reazione della persona offesa non può essere giudicata a livello umano da chi non è coinvolto. Va compresa e basta. Nessuna eventuale provocazione può giustificare i razzisti.

Tutto il resto non conta più e sparisce di fronte a quello che i fatti di Cagliari hanno generato, anche a livello internazionale. Un dibattito tra colpevolisti e giustificazionisti, per non dire negazionisti. Di fronte a questo, se questo è diventato, non ho dubbi a proposito di dove schierarmi, ovvero sempre e comunque contro i razzisti, sempre dalla parte di chi combatte per la crescita e lo sviluppo della cultura e dell’educazione. Non avevo dubbi quando ho chiesto e ottenuto dall’Azienda per la quale lavoro la possibilità di inserire in palinsesto la storia di Arpad Weisz, una vittima della Shoah, in prima serata al posto di un pre partita, o la testimonianza su Auschwitz di Sami Modiano; non li ho avuti quando abbiamo scelto di raccontare le storie di Muhammad Ali, Jessie Owens e Messico ’68, proprio per parlare di simboli di lotta contro il razzismo; non ho avuto dubbi sulla linea da tenere sul caso Koulibaly e sulle campagne per la parità di genere. Non ho dubbi, non li avrò io e non li avranno i miei figli, mai.

Ci saranno altri momenti per approfondire i fatti o per parlare di quello che penso a proposito di chi esulta o festeggia una vittoria davanti ai tifosi avversari e non con i compagni, Simeone e Cristiano Ronaldo compresi. Non era tempo di farlo ieri perché la partita si stava già giocando su un altro campo: pro o contro Kean, in quanto vittima di razzismo. E su questo non possono esserci fraintendimenti: sempre dalla parte di Kean e di chi subisce mille o un insulto, mille o una discriminazione. Comunque e dovunque. Discutere del suo comportamento dopo il gol ha evidentemente generato anche il commento dal quale è partita questa mia riflessione. Una frase che ho letto e riletto con profonda tristezza. E della quale ancora mi rammarico, profondamente.

Federico Ferri

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