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17 maggio 2019

Juventus Allegri: i veri motivi dell’addio

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Dopo cinque anni passati insieme a fine stagione si divideranno le strade dell'allenatore livornese e della scoeità bianconera. Una decisione arrivata dopo due giorni di incontri e che probabilmente si poteva anche intuire da alcuni indizi. Ma qual è il vero motivo della separazione?

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La Juventus e Allegri hanno deciso: a fine stagione, dopo 5 anni passati insieme, le strade dell’allenatore e dei bianconeri si divideranno. La comunicazione ufficiale è arrivata questa mattina attraverso una nota abbastanza stringata, dopo due giorni di intensi confronti tra le parti in causa: Allegri da una parte e la società, nelle figura di Agnelli, Paratici e Nedved, dall’altra. Alla fine, dunque, l’intesa che inizialmente poteva sembrare facile da raggiungere non si è concretizzata. Ma allora qual è la vera motivazione alle spalle di questa decisione? Perché alla fine, anche se Allegri negli ultimissimi giorni aveva ribadito più volte di voler restare e di averlo comunicato al presidente, la prossima stagione sulla panchina bianconera siederà un altro allenatore?

Una cosa, anzi due, sono certe. A dividere Allegri dalla Juventus non sono state esclusivamente le scelte di mercato né i dettagli di un suo eventuale rinnovo di contratto (che a giugno 2020 sarebbe arrivato a scadenza naturale). Allegri aveva chiesto un aumento di ingaggio e avrebbe voluto un maggior ruolo decisionale all'interno delle logiche di mercato, sempre più proteso verso l'idea di un allenatore-manager all'inglese, ma non è stata questa la causa scatenante della separazione. Il problema, quello che è veramente mancato negli ultimi mesi (ma non solo) del rapporto e la cui assenza è stata poi confermata dalla due giorni di colloqui, è stata soprattutto l’unità di intenti tra le parti. La piena comunione mentale e umorale tra allenatore e società. Allegri soprattutto ha capito come da parte della società, o meglio da una parte della società, Nedved in primis, non ci fosse più quella sintonia e quella totale fiducia che negli ultimi anni gli era sempre stata pubblicamente riconosciuta. Come se si fosse scollato e poi rotto qualcosa. Come se, reciprocamente, nessuno sentisse più la necessità di proseguire oltre insieme.

Se tre indizi fanno una prova

D’altronde Allegri l’aveva sempre detto e qualche indizio nell’aria era stato lanciato. Anzi, almeno tre indizi. Il primo parte proprio dall’allenatore e dalle sue ultime dichiarazioni. Anche se meno di una settimana fa Allegri aveva spiegato come avesse già comunicato ad Agnelli la sua volontà di restare e come avesse un progetto in testa da almeno 6 mesi, lo stesso livornese aveva anche ribadito la necessità di doversi sedere attorno a un tavolo col presidente Agnelli e la società per discutere dei programmi e pianificare l’avvenire. Insomma, voglio restare, ma prima dobbiamo parlarne. Quindi, evidentemente, qualche dettaglio seppur decisivo ancora mancava.

Anche il secondo indizio, proprio come il primo, era nascosto in altre dichiarazioni, quelle rilasciate da Pavel Nedved prima della partita contro la Roma. “Questo incontro c’è sempre stato ogni stagione a giugno, quest’anno è stato anticipato alla prossima settimana, quindi restiamo in attesa. Se Allegri sarà sulla panchina della Juve il prossimo anno? Chi vivrà, vedrà. Uso un detto di mio figlio: aspettiamo”. Parole piene di incognite e che lasciavano aperti diversi dubbi, in pieno contrasto con i toni usati dall’allenatore meno di 24 ore prima.

Il terzo indizio, infine, sta nei tempi, nella durata e nei modi della due giorni di colloqui avuti tra Allegri e la dirigenza. Negli anni passati, oltre a non essere mai stato per così tanto tempo un tema d’attualità, il vertice tra l’allenatore e la Juve per decidere il futuro era sempre stato una questione rapida e indolore, risolta in poche ore e senza il bisogno di continui rinvii e nuovi appuntamenti. Si stava impiegando troppo tempo per decidere. Alla fine si è capito il perché.

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