Ricordando Radice, Urbano Cairo e il tremendismo granata

Serie A
Giorgio Porrà

Giorgio Porrà

In occasione della puntata de “L’uomo della domenica” dedicata a Gigi Radice, abbiamo incontrato il presidente del Torino, Urbano Cairo per una chiacchierata sullo spirito granata

FOTO. RADICE, UN ANNO SENZA IL SERGENTE DI FERRO

Ci sono state tante interpretazioni poetiche sulla fede torinista: Mondonico dice “noi del Toro siamo gli indiani contro i cowboys”. Pulici diceva “se ci rubano il cuore, noi ce lo andiamo a riprendere”. Cairo come declina il senso dell’essere granata?

"Essere granata per me in fondo è un po’ ripercorrere alcune tappe della mia vita. Io parto come dipendente di un’azienda poi comincio a fare l’imprenditore, senza grandi risorse, ma inventandomi via via delle soluzioni per crescere, con tanta voglia di superare i miei limiti, ponendomi degli obbiettivi molto ambiziosi. Ecco, il Toro ed io siamo simili in questo. E’ una squadra con risorse inferiori ad altri club, che però a volte riesce a superare i propri limiti. Lo ha fatto alla grande negli anni ’40 e poi nei ’70, anche se quello era un calcio diverso. Resta comunque il grande cuore di questa squadra, l’atteggiamento romantico di gettare il cuore oltre l’ostacolo che ti permette di fare imprese apparentemente impossibili".

 

Se si pensa al Toro vincente, si pensa a Radice, oltre che al Grande Torino. E’ stato un innovatore in tutto, anche nel modo di pensare. Lui pensava che il calcio, se non è anche scuola di vita, non servisse a nulla.

"Sono d’accordo con Radice e, se diceva questo ai suoi tempi, chissà cosa direbbe oggi! Allora in fondo erano in gioco le risorse economiche dei singoli imprenditori che investivano un po’ di più o un po’ di meno, ma ancora non c’era lo squilibrio che vediamo oggi. Poi il fatto che il calcio debba essere una scuola di vita è molto importante. Per me lo è anche nella scelta dei giocatori che devono condividere una sorta di filosofia di vita e dei valori che la quadra rappresenta, il lavoro, l’impegno, la costanza".

 

Il presidente di quello scudetto di Radice era Orfeo Pianelli, che trattava i giocatori come i suoi operai quasi come dei familiari.

"E’ vero, era un presidente molto vicino ai suoi giocatori, un padre di famiglia. E’ quello che cerco di essere anche io, pur con le differenze dettate dal fatto che sono passati oltre 40 anni, quindi oggi è un po’ più difficile avere quel tipo di rapporto. Oggi non si va al circolo a giocare a carte insieme, però si cerca di mantenere quello spirito".

 

Radice era anche clamorosamente scaramantico. Mise un cappotto di lana fino all’estate inoltrata perché aveva portato bene.

"Si, anche io lo sono, anche se ultimamente un po’ meno, però conservo nell’armadio un vestito portafortuna che ho usato allo stadio. Adesso è troppo logorato per essere indossato ancora".

 

Gramellini dice che bisognerebbe fare un monumento a quei padri che sono riusciti a far innamorare i loro figli del Toro anche in questi anni di sofferenza. E' d’accordo?

"Si, certo. Quando ho preso il Toro nel 2005 era una squadra che faceva l’ascensore tra Serie A e B e che invece in questi ultimi sette anni si è mantenuta prevalentemente nella parte sinistra della classifica con buoni piazzamenti e un paio di incursioni in Europa, arrivando una volta fino agli ottavi. Quindi, alcuni passi avanti li abbiamo fatti con dei giocatori che sono diventato delle icone, come Belotti, Sirigu e altri nel passato. Nel calcio di oggi non è facile tenere dei giocatori-bandiera: io ci provo quando posso. Il Toro ha la voglia di fare ulteriori passi avanti e credo che ce la farà lavorando bene sul settore giovanile e sullo scouting, visto che con la Primavera abbiamo vinto tanto".

 

Lei è del 1957 e quando il Toro vinse lo scudetto del ’76 aveva solo 19 anni, però giocava a calcio e fu ispirato da un giocatore di Radice.

"Si, quando giocavo ero un’ala destra e chiaramente mi ispiravo a Claudio Sala con i suoi dribbling. Ma anche Pulici era un mito e Zaccarelli lo ammiravo per la sua eleganza di gioco. Il portiere Castellini, il giaguaro, era un gatto assoluto, poi Graziani e tanti altri".

 

Il Toro di Radice e di Pianelli è un modello ripetibile oppure non più?

"E’ cambiato tutto, allora i giocatori non avevano neppure un contratto, il cartellino era di proprietà a vita della società, c’era un rapporto diverso. Oggi i giocatori sono delle piccole-medie aziende con le quali bisogna misurarsi, la gestione dei rapporti è molto più complessa. I giocatori sono molto più indipendenti ed è difficile a volte mantenere la coesione di un progetto comune di tutta la squadra".

 

Come spiegherebbe ad un giovane tifoso la definizione di tremendismo granata?

"Significa non accettare mai la sconfitta, cercare sempre di ribaltare le difficoltà, dando tutto fino all’ultimo con l’impegno massimo, senza mollare mai. In questo mi sento tanto vicino al Toro. Tanto che anche nella mia attività imprenditoriale ho cercato di essere tremendista".

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