Inter, la lunga lettera di Zanetti ai tifosi: "Costruiamo insieme il futuro"

Serie A

L'ex bandiera e attuale vicepresidente ha voluto scrivere una lunga lettera sui suoi (tanti) anni in nerazzurro. Dall'arrivo a Milano alla magica notte del Bernabeu: "L'arbitro diede il recupero e io iniziai a piangere". Dalla semifinale di Champions persa con il Milan nel 2003: "Tornai a casa stravolto" al Triplete: "Gli interisti sono speciali. Costruiamo insieme il nostro futuro"

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"Penso al futuro, voglio che sia bellissimo per noi interisti. Continuiamo a costruirlo, insieme". Termina così la lunga lettera scritta ai suoi tifosi da Javier Zanetti. L'ex capitano oggi ha 46 anni e, in questi giorni di emergenza Coronavirus siede dietro una scrivania da vicepresidente. Un occhio al domani senza dimenticarsi il passato. Già, proprio da quello ha attinto ricordi e aneddoti. Lui che è il calciatore con più presenze nella storia dell'Inter (858), con cui ha vinto sedici trofei. Fra questi pure una Champions, attesa per una vita: "Quando Julio (Cesar ndr) ha afferrato quella palla, l’arbitro aveva già dato i tre minuti di recupero. Ho capito che era fatta. Ho iniziato a piangere. Il treno delle emozioni, delle fatiche, dei ricordi, delle sofferenze era finalmente arrivato in stazione. Mi sono voltato, ho detto a Samuel: “Abbiamo vinto, è nostra”. Walter non ha fatto una piega: “Mancano ancora tre minuti, gioca”, ha scritto l'argentino, tornando alla notte del 22 maggio del 2010, quando a Madrid l'Inter si laureò campione d'Europa battendo 2-0 il Bayern Monaco in finale: "Durante l’intervista post-partita mi hanno poi fatto vedere le immagini di Milano. Piazza del Duomo piena, la gente per strada impazzita di gioia. Mi sono commosso, perché ho realizzato che la mia felicità, quella di tutti i miei compagni, era soprattutto quella del nostro popolo interista".  

La svolta di Kiev

La Champions, gioie e dolori per Zanetti. Nel 2003 l'Inter perse la semifinale con i cugini del Milan: "La sera arrivai a casa stravolto". Nel 2010 tutto stava per finire a Kiev: "Sento ancora le parole di José (Mourinho ndr) negli spogliatoi a fine primo tempo: “Siamo fuori”. Abbiamo rischiato tutto. Fuori Chivu, dentro Balotelli. Fuori Cambiasso, dentro Thiago Motta. E poi fuori Samuel, dentro Muntari. Abbiamo finito la partita con centrali di difesa Lucio e... il sottoscritto. Era però il segnale: quella squadra era disposta a rischiare, a dare tutto fino alla fine". Un'emozione dietro l'altra, il 2010 - l'anno del Triplete - è sempre stato così: "Più si avvicinava maggio e più ci sentivamo come i piloti di Formula1: non potevamo sbagliare una curva. La sera prima delle partite io dormivo, qualcun altro, come Cambiasso, faceva molta più fatica a prendere sonno". Sullo sfondo un amore incondizonato per l'Inter: "Del tifoso nerazzurro ho sempre ammirato la resilienza, la capacità di starti vicino - ha continuato Zanetti nella sua lettera - ed è anche per questo che quando il mio tendine d’Achille si è strappato, a Palermo, mentre mi accompagnavano negli spogliatoi, pensavo: ok, tra qualche giorno mi opero, poi inizio la riabilitazione e tra qualche mese torno in campo. "Lo devo a me stesso e al popolo nerazzurro, dobbiamo salutarci come si deve. Avevo 39 anni. Per tanti, quel giorno, la mia carriera era arrivata alla fine. Non avevo mai patito un infortunio così tosto, ma non mi sono spaventato, non ho fatto drammi. Mi sono rimesso al lavoro, passo dopo passo, fino ad arrivare a Inter-Livorno, al mio ritorno in campo a meno di 200 giorni dall’infortunio. Il boato che mi ha accolto quel giorno mi ha ripagato degli ultimi sforzi". 

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