Mario Corso, il ricordo di Marani: "Fantasia pura, uno dei più grandi negli Anni '60"

Serie A
Matteo Marani

Matteo Marani

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Estroso, creativo e istintivo. Un rapporto unico quello tra Mario Corso, scomparso all'età di 78 anni, e i nerazzurri con i quali ha scritto la storia nella "Grande Inter" di Herrera. Dall'idolo Sivori giocando con i calzettoni abbassati alle qualità di un giocatore intoccabile per Angelo Moratti. Così lo ricorda Matteo Marani

Un pezzo fondamentale della Grande Inter, se vogliamo l'irregolare di quella squadra. Era diverso da tutti gli altri. Aveva un suo pubblico di devoti e fedelissimi, c’era una sorta di grande chiesa che lo seguiva. È stato un giocatore divisivo: c'era chi lo amava tantissimo, pendeva dalle giocate di sinistro e dalle punizioni a 'foglia morta' ovvero una sorte di copyright. Altri come il "Mago" Herrera oppure Mazzola, dal rapporto abbastanza dinamico, ma anche il Ct Fabbri non lo accolsero sempre così. Un calciatore straordinario: 94 gol con l’Inter in 502 partite in 15 stagioni, 75 gol solo in campionato. Estroso, creativo, istintivo. Un rapporto unico con l’Inter, meno in Nazionale complice il rapporto con Edmondo Fabbri. Per i più giovani, con le proporzioni dovute, fu un po’ Recoba per Massimo Moratti. Per papà Angelo era così: genio, passione e protezione. Ogni estate Herrera lo metteva tra i partenti ma Angelo Moratti lo toglieva, non si poteva toccare.

Mario Corso, eroe della Grande Inter

Arrivò a Milano nel giugno 1958 dall’Audace di San Michele Extra: fu accolto in maniera deliziosa dal presidente che gli regalò un marengo d’oro, episodio e ricordo per il quale "Mariolino" è sempre rimasto legatissimo. Una persona per bene, ha vissuto con semplicità e generosità: dal rapporto con moglie Enrica all’impegno verso i nipoti, molto semplice nel suo modo di vivere e nelle sue abitudini come la messa che non saltava mai. Il grande legame con l'Inter è continuato: quando l’Inter fece il Triplete nel 2010 a Madrid, lui soffriva talmente tanto che non riuscì a guardare la finale di Champions e iniziò a camminare nel quartiere in attesa di capire cosa sarebbe successo. Proprio lui che aveva vinto due Coppe con l’Inter in campo.

Mancino numero 11 e fantasia

Mario Corso frequentava ancora l’Inter, andava sempre allo stadio e verrà ricordato in modo speciale dalla società. È stato uno dei più grandi calciatori italiani degli anni ‘60 e in parte dei ’70. Edmondo Berselli, nel 1995, gli dedicò un libro: "Il più mancino dei tiri". Si tratta di un pamphlet filosofico, già, perché Corso diventò anche materia di un pamphlet. Aveva caratteristiche di fantasista puro: giocava con maglia numero 11, trequartista, partiva da destra per colpire col sinistro. Il suo idolo era Sivori: portava i calzettoni abbassati come omaggio, diventò una rappresentazione di sé. Quel sinistro era figlio della sensibilità nel piede. Corso era inoltre cosciente che dal punto di vista fisico era inferiore: Brera lo descriveva come "participio passato del verbo correre", non gli piaceva correre. Suppliva a questa carenza con colpi e invenzioni uniche. Nell’immaginario è diventato il più fantasioso di quell’Inter nonostante la presenza di Mazzola e Suarez con il quale era molto legato come lo era con il conterraneo Bedin. Era la fantasia allo stato puro, ecco perché i Moratti da intenditori lo hanno sempre amato. Un grandissimo protagonista, di grande rilievo. Nella storia del calcio uno spazio importante è suo.

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