Lo scudetto di Dybala, l'erede al trono

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Paolo Condò

Paolo Condò

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Il 9° scudetto consecutivo della Juventus ha in copertina il suo numero 10. Ecco come Dybala è passato da rivale a erede di Ronaldo e Messi

JUVE, LO SPECIALE SCUDETTO

La sera dell’11 aprile 2017 in molti pensammo che Paulo Dybala avesse scalato anche l’ultima rampa diventando il leader tecnico della Juventus. Quella notte due magnifiche reti dell’argentino, completate dal terzo gol di Chiellini, avevano messo in ginocchio il Barcellona nell’andata torinese dei quarti di Champions: era l’anno di Cardiff, la seconda finale raggiunta da Allegri, e il fatto che Paulo fosse riuscito ad avere la meglio su Leo Messi nel confronto diretto aveva aperto il vaso di Pandora dei paragoni inopportuni. Messi è inarrivabile, punto. Premesso questo, soltanto un calcio ingrugnito come il nostro poteva dividersi nei soliti due partiti, esaltando Paulo come se davvero fosse salito al livello del connazionale, o dileggiandolo per l’ardito accostamento.

Il problema Cardiff

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Il vero problema di quella primavera fu proprio Cardiff, dove Dybala combinò poco a cospetto di un Ronaldo scintillante. Quella stessa sera la dirigenza juventina combatté l’amarezza della seconda finale perduta in tre anni chiedendosi se ciò che mancava non fosse semplicemente uno dei due migliori giocatori del mondo (se CR7 era appena stato decisivo, a Berlino il top era stato Messi). Vennero fatti due calcoli proprio su Ronaldo, scoprendo che il suo ingaggio, per quanto meno distante rispetto all’inizio del ciclo bianconero, era ancora fuori portata. Dodici mesi dopo l’operazione venne invece conclusa nel giubilo di tutto il popolo bianconero. Tranne forse di un ragazzo, che però si guardò bene dal dirlo.

Il migliore al mondo senza posto fisso

Paulo Dybala è di gran lunga il miglior giocatore del mondo a non avere il posto garantito. Non ce l’ha nella Juve, perché ogni tanto - sempre più di rado - Sarri gli preferisce Higuain, e non ce l’ha nell’Argentina, perché Messi fa praticamente il suo lavoro ma, essendo Messi, lo fa meglio. Entrambe le convivenze col superuomo sono complicate perché ogni compagno, nel momento in cui alza lo sguardo, è istintivamente portato a passarla ai due fenomeni.

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Da rivale a erede

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Il punto è che l’anno scorso la consapevolezza di aver perso i gradi a favore di un compagno non rimontabile per un cumulo di motivi schiantò Paulo, autore di una stagione men che mediocre. Quest’anno, invece, abbiamo ammirato un altro Dybala, più tosto e determinato a non perdere altre posizioni e a giocarsi la carta che i due fenomeni non possiedono più: l’età. Paulo ha 26 anni, Ronaldo ne ha 35 (Messi 33). Per quanto il portoghese sia un prodigio di longevità atletica, la distanza anagrafica non fa pensare a una rivalità, ma a un’eredità. Dev’essere venuto in mente a Dybala la scorsa estate, quando decise di rifiutare le offerte di Manchester United e Tottenham: migliori le prospettive alla Juve, di vittorie e di carriera, e forse ha contato anche un pizzico di amor proprio. Dopo un anno a leccarsi le ferite per un investimento che di fatto lo sconfessava, Dybala ha ripreso a giocare come nei giorni migliori. E a risolvere le partite segnando i gol dell’1-0, quelli che pesano.

Il dito e la luna

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I numeri di Ronaldo restano impressionanti, anche perché i suoi record ormai sono un genere letterario. Ma chi ha occhi per vedere si sarà accorto di quanto Dybala lo assista. Juventus-Lazio, ultimo snodo sul cammino del nono scudetto consecutivo, è stata raccontata come l’ennesima serie di prodezze ronaldiane: noi ci abbiamo visto prima una palla rubata da Paulo seguita da un contropiede condotto a ritmo travolgente sino al (tecnicamente giusto) assist a CR7 perché la spingesse nella porta vuota; poco dopo abbiamo visto anche un cross corto di Dybala da sinistra perfetto per l’incornata di Cristiano, che ha spedito contro la traversa. Insomma, forse abbiamo guardato il dito che indicava la luna, anziché la luna stessa. Cose che succedono, quando hai tanto sole negli occhi.

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