Eriksen, perché l'Inter farebbe bene a non cederlo

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Paolo Condò

Paolo Condò

L'Inter aveva aperto la Scala di Milano per presentarlo ai tifosi, ma Eriksen ci ha messo un anno per salire finalmente sul palcoscenico nerazzurro. La sliding door? E' stata il derby di coppa Italia che ha riscritto il suo presente e (forse) anche il futuro

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Le porte girevoli che indirizzano il destino interista di Christian Eriksen si spalancano a tre minuti dal limite del tempo massimo. È il 97’ del derby di Coppa Italia, il 26 gennaio, e come accadeva all’epoca il danese è entrato da poco, all’88’ per Brozovic. Quel 97’ racconta di un recupero infinito - dieci minuti - dovuto a un match nel quale è successo di tutto, perfino l’infortunio dell’arbitro Valeri, sostituito dal quarto uomo Chiffi. Inter e Milan sono sull’1-1 in coda a una serie di eventi: dopo aver portato avanti i suoi, nel finale del primo tempo Zlatan Ibrahimovic è stato protagonista di una violentissima rissa verbale con Romelu Lukaku, sedata a stento e che l’intervallo evidentemente non riesce a scaricare del tutto. Lo svedese, ancora nervoso, viene espulso allo scadere dell’ora di gioco per un secondo giallo più che evitabile, e l’Inter prende il sopravvento raggiungendo il pareggio con un rigore di Lukaku.

La punizione vincente di Eriksen al Milan
La punizione vincente di Eriksen al Milan - ©IPA/Fotogramma

Il gol che cambia tutto

Eriksen entra dunque nel rettilineo finale di una gara che corre su binari precisi: l’Inter attacca a tutto volume per chiuderla prima dei supplementari, il Milan è deciso a resistere fino ai rigori. C’è un calcio di punizione a favore dei nerazzurri, poco oltre la linea dei sedici metri, ma sono tre anni che l’Inter non ne realizza. Christian si avvicina al pallone: al Tottenham il suo piede destro sapeva essere una sentenza... Occorre adesso pensare a un giocatore di accertato talento arrivato all’Inter esattamente un anno prima, convinto - come tutti - di diventare in fretta una delle grandi stelle della squadra, e finito dopo alcuni abortiti tentativi di decollo nella zona della panchina in cui non batte mai il sole. Fuori dai piani di Conte, Eriksen ha atteso tutto gennaio la telefonata liberatoria di un altro club europeo: non è arrivata, o se è arrivata l’Inter ha deciso di trattenerlo perché il mercato in entrata è chiuso, e allora privarsi anche solo di un panchinaro diventa rischioso. C’è questa situazione nella sua testa, mentre prende la rincorsa: la parabola è misurata e tagliente, scavalca la barriera e lascia basito Tatarusanu. È il gol del 2-1, quello che risolve il match in favore dell’Inter. Decisamente, non è una rete come tante. E’ la rete che cambia tutto.

Il gioco di prima nel sangue

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A fine settimana la finestra invernale di mercato chiude senza novità ed è chiaro che l’equipaggio a disposizione è questo, occorre sfruttarlo al meglio. Ormai stanco di Vidal, sempre distante dal livello degli anni juventini, Conte decide di dare nuove chance a Eriksen per aumentare la qualità del centrocampo; in cambio, ottiene la sua piena adesione al lavoro di copertura che al Tottenham gli veniva risparmiato, ma questo è un altro mondo. Non diventerà mai un mediano, Christian: ma giocando di posizione con grande attenzione, aiuta l’Inter in fase di non possesso, si piazza sulle linee di passaggio, recupera palloni e... li fa cantare. Perché Eriksen ha il gioco di prima nel sangue, e la sua capacità di rovesciare il fronte rapidamente è un invito a nozze per Lukaku e Lautaro.

Quanto abbiamo visto del vero Christian?

Il 50 per cento, non di più. Il che significa che questo è uno dei versanti sui quali l’Inter può più crescere senza bisogno di mercato, che come sappiamo non sarà semplice nemmeno quest’estate. Tornerà la tentazione di ricavarci una plusvalenza, forse. Resisterle potrebbe essere l’idea vincente.

da inter.it
da inter.it

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