Inchiesta arbitri, Rocchi e caso sala Var: Procura Monza chiede archiviazione
l'inchiestaLa Procura di Monza ha chiesto l'archiviazione della tranche di indagine che vedeva indagati per concorso in frode sportiva l'ex designatore Gianluca Rocchi, l'ex supervisore Var Andrea Gervasoni e gli ex varisti Luigi Nasca e Rodolfo Di Vuolo. Il capitolo, trasmesso dai pm di Milano, era quello che riguardava le "bussate" alla sala Var di Lissone in alcune partite, tra 2024 e 2025. Secondo la Procura dagli atti non sono emerse condotte "di natura fraudolenta" né il "dolo" per la "alterazione" dei risultati
Per l'ex designatore arbitrale Gianluca Rocchi, per l'ex supervisore Var Andrea Gervasoni e per gli ex operatori Var Luigi Nasca e Rodolfo Di Vuolo, la Procura di Monza – dopo aver ricevuto per competenza territoriale gli atti dai colleghi milanesi - ha chiesto l'archiviazione della tranche di indagine che vedeva i quattro vertici arbitrali indagati per concorso in frode sportiva. Si parla del capitolo relativo alle "bussate" all’interno della sala Var di Lissone: secondo la Procura di Monza durante alcune partite, tra 2024 e 2025, gli interventi non avrebbero avuto né “natura fraudolenta", né con "dolo" finalizzato all’"alterazione" dei risultati del campo. Dagli atti firmati dal Procuratore capo, Claudio Gittardi, risulta come Rocchi e gli altri indagati per la presunta frode sportiva volessere "correggere gli errori arbitrali" in sala Var. I Pm di Milano già a luglio avevano chiesto di archiviare l'accusa di frode sportiva per Gianluca Rocchi in merito al filone delle designazioni di arbitri in alcuni match e avevano archiviato anche la posizione della società Inter.
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"Né natura fraudolenta né dolo"
La Procura, coi pm Carlo Cinque e Marco Santini, chiarisce che in questi casi va verificata la "natura fraudolenta" delle condotte, ossia "la direzione finalistica verso un risultato diverso da quello conseguente al leale e corretto svolgimento della competizione e, nei casi di concorso, il contributo consapevole alla medesima finalità illecita". I pm nel chiedere di archiviare (deciderà un gip) hanno ritenuto che "la nozione di 'atto fraudolento' non coincida con qualsiasi violazione di una regola sportiva o organizzativa. La frode richiede un 'quid pluris' di artificiosità, inganno, dissimulazione o abuso strumentale idoneo - si legge - secondo una valutazione ex ante, a incidere sul corretto svolgimento della competizione al fine di alterarlo". Diversamente, spiega ancora la Procura, "ogni errore arbitrale intenzionale nella sua dimensione decisionale, ogni inosservanza del protocollo Var e persino ogni indebita interlocuzione interna verrebbero automaticamente attratti nell'area penale, con una sovrapposizione incompatibile con il principio di offensività tra illecito sportivo, responsabilità tecnica e delitto". Dunque, "gli atti di indagine raccolti - spiegano i pm - non consentono di sostenere in giudizio, con ragionevole previsione di condanna, né la natura fraudolenta delle condotte né il dolo specifico richiesto dalla norma, ossia che le condotte fossero finalizzate all'alterazione del risultato di campo piuttosto che a correggere errori arbitrali".
"Criticità istituzionali e organizzative nel settore arbitrale"
La Procura, analizzando il sistema arbitrale, sottolinea infine come "gli atti di indagine forniscono un quadro di criticità istituzionali e organizzative nel settore arbitrale, segnato da tensioni interne, contrapposizioni sulla governance, perplessità sulla regolamentazione della sala Var e rischi derivanti dalla promiscuità dei rapporti tra organi arbitrali, Federazione e società calcistiche. Tali profili possono, al limite ed eventualmente, assumere rilievo in altre sedi, disciplinare, regolamentare o politico-sportivo, ma non risultano sufficienti a fondare l'esercizio dell'azione penale per frode sportiva”. In sostanza, la Procura di Monza spiega che semmai saranno temi da giustizia sportiva, a cui, tra l'altro, la Procura di Milano ha già trasmesso le carte dell'inchiesta con più filoni a luglio.