Calciomercato Story: Batistuta e i suoi fratelli

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Giorgio Sigon

Batistuta_Getty

Nuova tappa della storia del calciomercato degli stranieri in Serie A. Dopo l'arrivo del terzo straniero, la situazione non mutò per tre anni. Dall'estero però i giocatori arrivarono anche nel mercato di riparazione

Dall’introduzione del terzo straniero, a livello normativo, nulla cambiò per tre stagioni. Poi le CEE costrinse a cambiare ancora ma di quello ne parleremo. Dal campionato 1989-1990 al torneo 1991-1992, popolarono la nostra Serie A ben 61 nuovi volti stranieri.

Dalla riapertura delle frontiere c’è sempre stata una corsa “puntuale” all’ingaggio dei calciatori provenienti dall’estero. Se qualcuno sbagliava, si teneva il “pacco” per tutto l’anno. Da un certo punto in avanti però il mercato di riparazione (che ai tempi era autunnale) permetteva il ricambio straniero. C’erano parecchi paletti ma la cosa era fattibile.

Tra le squadre, che in questi tre campionati, avevano fatto più acquisti c’è stato il Bari che in tre sessioni prese (o ottenne) 8 stranieri. Nel 1991-1992 i pugliesi ebbero in dono dal Milan Zvonimir Boban che andò a sostituire il non indimenticabile Frank Farina. La Juventus occupa il secondo posto della speciale classifica “acchiappa stranieri” con 5 volti nuovi in 3 annate. Bologna, Cremonese, Fiorentina e Genoa si fermarono a 4. E i miliardi (di lire) spesi a quanto ammontarono? Furono poco meno di 160, con ognuna delle singole sessioni di mercato che scollinò i 50 miliardi.

Il Bologna fece arrivare il primo bulgaro nella storia della Serie A? Lo ricordate? Era Iliev. Il Genoa prese Perdomo: sì… quello della famosa frase di Boskov sul suo cane. La Juventus provò a risollevare il morale di Zavarov affiancandogli Aleinikov. Dalla Spagna sbarcarono Gallego (Udinese) e Martin Vazquez (Torino) mentre a Roma, sponda giallorossa, arrivò un certo Aldair.

Come detto ci furono anche acquisti nel mercato autunnale: Waas al Bologna, Neffa alla Cremonese furono tra i primi ad arrivare a stagione inoltrata. Il Pisa nel campionato 1990-1991 aveva preso il “Cholo” Simeone e il danese Larsen. Ai due si aggiunse, nel mercato di riparazione, Chamot.

In quei tre anni arrivarono cognomi che, a distanza di anni, fanno venire ancora i brividi (in senso buono): Abel Balbo, Enzo Francescoli e Oliver Bierhoff, giusto per ricordare i più prolifici. Non mancarono i “bidoni”: Geovani a Bologna non aveva là davanti Romario e Roberto Dinamite (come invece succedeva al Vasco da Gama); al loro posto scelse i tortellini della signora Orianna. Segnò solo 2 reti ma furono ben di più i chili che mise sui fianchi. E poi ci fu Mazinho: “E’ proprio bella Pescara” disse appena sbarcato in Italia. Il problema è che l’aveva preso il Lecce e lì era atterratocon l’aereo. “Il mio procuratore mi aveva detto Pescara ma va bene lo stesso” chiosò il papà di Thiago Alcantara.

Il focus di oggi è dedicato all'uomo dei record e a un Premio Nobel

1) Nell’estate del 1991, nonostante un pool di scettici, Gabriel Omar Batistuta mise piedi e testa in Italia. Si narra che anche Sivori lo sconsigliò alla Juventus. Cecchi Gori sganciò 6 miliardi e il Boca Juniors lo spedì nel nostro paese. Diventerà lo straniero più prolifico nella storia del nostro campionato dalla riapertura delle frontiere a oggi. Segnò nelle prime 11 giornate del campionato 94-95 cancellando il precedente record di Pasculli che resisteva dal 1962. Andò in doppia cifra, quanto a gol segnati, per 10 stagioni di fila (nove in A e una in B). Restò a Firenze per 9 stagioni, rinunciando a vincere scudetti e (probabilmente) Pallone d’Oro. Quando andò alla Roma non chiese a Vincenzo Montella la maglia numero 9 ma scelse la 18. E dire che quando “Batigol” segnò il suo primo gol in A (8 settembre 1991) Marco Branca disse: “Mi viene da ridere. Non avrei mai potuto credere che un giorno in panchina si sarebbero seduti due giocatori come me e Borgonovo”. Il 20 ottobre del 2013 la Fiorentina ospitò la Juventus. Bianconeri avanti con Tevez e Pogba. Entrambi festeggiano la rete imitando la mitraglia di Batistuta. Lo spirito di “Batigol” punì il peccato di "ubris" dei due juventini. I viola rimontarono e trionfarono 4-2

2) Doveva essere l’ultimo grande discendente della gloriosa stirpe calcistica magiara. Lajos Detari aveva piedi raffinati e lampi di classe purissima. Purtroppo per Bologna, Genoa e  Ancona però l’umiltà non era il suo pezzo forte: giocava male? Colpa degli altri. “Detari hai sbagliato un gol clamoroso. Com’è potuto succedere?” gli chiese un cronista a Messina. “L’ho sbagliato di proposito” rispose sereno l’ungherese. Cose così. Doveva andare al Barcellona ma l’Olympiacos del ricchissimo Koskotas sganciò 13 miliardi e lo portò in Grecia. Pochi mesi più tardi però il presidente del club del Pireo fuggì dalla Grecia a causa di un “piccolo buco” da 3 mila miliardi. Detari finì a Bologna: cambiava macchina ogni mese. Ad Ancona ne aveva poco meno di una decina e, nella stessa settimana, non si presentava mai all’allenamento due volte con la stessa vettura. Girava sempre con le cuffiette: un giorno un suo compagno gli chiese “Ehi Lajos ma che musica ascolti?”. “Tieni, senti tu stesso” rispose il nostro eroe. Il suo compagno si aspettava musica (rock? classica?) ma nella cassetta c’era registrato il coro “Lajos, Lajos, Lajos” che i tifosi dell’Olympiacos intonavano allo stadio. Se ci fosse stato un Premio Nobel per egocentrismo e autostima, il buon Lajos Detari non avrebbe avuto rivali.

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