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Calciomercato, "Affaracci": Sforza, il regista ricordato per un film (non suo)

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Vanni Spinella

Ciriaco Sforza nella cultura popolare: la sua figu dell'album Panini 1996/97 e nella scena di "Tre uomini e una gamba"

Lo porta all'Inter Roy Hodgson, nell'estate 1996: saluterà dopo un anno passato a pestarsi i piedi con Paul Ince. Nella cultura popolare, però, il suo nome è legato a una battuta ormai di culto. "Quella di Ronaldo era finita..."

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È triste dover constatare come il motivo principale per cui ancora oggi viene ricordato in Italia sia la citazione in un film, peraltro comico, in cui la sua maglia numero 21 viene usata come pigiama da un Giacomino che si trascina in ciabatte lungo il corridoio di un ospedale dove è stato ricoverato dopo un’intossicazione alimentare da cozze. C’è ben poco di eroico, ancor meno di poetico, nel quadretto dipinto da Aldo Giovanni e Giacomo in "Tre uomini e una gamba". E lui, Ciriaco Sforza, ci si è trovato dentro semplicemente perché “quella di Ronaldo era finita”, battuta che in un amen lo consegna alla storia, quando invece con un intero anno in nerazzurro era passato quasi inosservato. Un pigiama, e pure di ripiego.

Il telefono a gettoni sullo sfondo, la maglia tarocca, la camminata strascicata: sembra il neorealismo di Remo Garpelli!

Ma Ronaldo chi?

E dire che lui, Ronaldo, non l’ha mai nemmeno incrociato nel corso della sua carriera. Né da avversario, né tanto meno da compagno di squadra nell’Inter, perché quando lui lasciava triste e solitario, al termine di una stagione al di sotto delle aspettative, il Fenomeno approdava a Milano, riportando l’allegria. Eppure quel confronto se lo porterà sempre dietro, perché se Ronaldo rappresenta il massimo che un tifoso interista di fine anni Novanta potesse chiedere al Massimo, Ciriaco Sforza passerà alla storia soltanto come uno dei tanti flopponi collezionati dal presidente nerazzurro nei suoi anni al timone, nel disperato tentativo di rendere grande l’Inter. Spesso affidandosi totalmente all’allenatore di turno, accontentandolo in ogni sua voglia, ed è proprio così che il regista svizzero approdò in Italia.

Lo volle l’allora allenatore Roy Hodgson (e qui si ritorna al mitico trio comico, dato che Giacomo che lo intervista correggendogli l’inglese è una delle cose che ricordiamo con più nostalgia di quel calcio e dei suoi autoironici protagonisti): da Ct della Svizzera aveva già avuto modo di apprezzarlo fino a consegnargli le chiavi del centrocampo della squadra e così lo presentò a Moratti come la soluzione a tutti i problemi di un’Inter incapace di ragionare. Corre l’estate di calciomercato 1996, ed è un peccato che solo un anno prima Moratti si sia tolto un suo sfizio personale, regalandosi Paul Ince, il prototipo del centrocampista centrale che piace a lui. Inglese, carismatico, mai indietro la gamba: se Sforza dirige con la bacchetta in mano, sporcandosi il meno possibile, Ince lo fa con la clava, infangandosi, tuffandosi nella lotta. E il posto “lì nel mezzo” è uno solo, con i due a pestarsi i piedi per tutto l’anno.

Foto di rito prima della finale di Coppa Uefa 1997. L'abbraccio tra Ince e Sforza non è tra i più calorosi

Subito bene, alla Vampeta

Pagato 6 miliardi di lire (ma il super saldo del Bayer Monaco, che inizialmente ne chiedeva 17, in qualche modo avrebbe dovuto insospettire i nerazzurri), come tanti altri flop del nostro calcio diede tutto all’esordio, con una prima partita che rassicurò i dirigenti interisti sulla bontà dell’operazione. Alla prima di campionato, contro l’Udinese di Zaccheroni, l’Inter fa 1-0 proprio con un gol di Sforza, e che gol (mezzo esterno sinistro di controbalzo appena dentro l’area, con palla nell’angolino): seguono altre 25 presenze in campionato, quasi sempre da titolare, senza più non diciamo un gol, ma un guizzo, un’idea. Meglio il cammino in Coppa Uefa, 11 partite e 3 reti (tra cui doppietta agli ottavi col Boavista), se non fosse che all’atto finale l’Inter si fa soffiare il trofeo dallo Schalke, ai rigori, rendendo ancora più amara l’ultima di Sforza in nerazzurro.

Colpa di uno stivale puzzolente

Prova a risollevarsi facendo ritorno in Germania, ma forse gli va anche peggio. Dopo tre stagioni al Kaiserslautern, infatti, ecco nuovamente il Bayern Monaco: nel 2001, con il 10 sulle spalle, fa anche parte della rosa che vince la Champions  a San Siro (pensa il destino) contro il Valencia di Cuper (futuro nemico di Ronaldo), peccato che la finale la veda tutta dalla panchina; ed è riserva anche a dicembre quando i bavaresi alzano l’Intercontinentale a Tokyo (1-0 al Boca), ma qui almeno assaggia il campo nel finale. Il divorzio però si sta già consumando, dato che il vice-presidente, l’ex interista Rummenigge, ha la brillante idea di definirlo pubblicamente uno “Stinkstiefel” (tradotto letteralmente: “stivale puzzolente”; in pratica si usa per definire una persona lamentosa e scontrosa), rovinandogli la carriera, a detta del giocatore. Torna allora al Kaiserslautern, e qui litiga con l’allenatore, Michael Henke, decidendo di farla finita col calcio giocato nel 2006.

Sforza e coraggio

Molto meglio provare ad allenare… o forse no, dato che nel 2012, da tecnico del Grasshoppers, conosce anche il tunnel della depressione, con la paura del fallimento che lo assale fino a indurlo a uscire dal mondo del calcio per un paio d'anni. Oggi, da uomo nuovo e più forte, ne può parlare con la consapevolezza di chi si è lasciato tutto alle spalle, e riesce persino a scherzare su quella battuta che ormai è culto per noi italiani. “Il film è stata una cosa positiva perché i giovani, in queste occasioni, fissano la tua immagine in testa e non ti dimenticano”, ha detto. E come dargli torto, tutto sommato.

Con il maestro Hodgson, da allenatore del Grasshoppers, prima di un'amichevole contro il Liverpool di Zio Roy