Introduzione
Un colpo al giorno, tutti i giorni. Dal 1° al 31 gennaio, per tutta la durata del mercato invernale, riviviamo affari e trattative del passato: dai colpi che hanno fatto la storia alle storie curiose che si nascondono dietro i colpi. Un viaggio nel tempo, girando ogni giorno la pagina del calendario del mercato, svelando un colpo al giorno con un tuffo nel passato quotidiano, saltando da un anno all’altro. Pronti ad azionare la macchina del tempo del mercato? Il colpo del giorno è…
Quello che devi sapere
21 gennaio 2014: il mitico scambio Vucinic-Guarin
“In trent’anni che tratto i calciatori non ho mai visto niente del genere”. Le dichiarazioni forti di Beppe Marotta, all’epoca ad della Juventus, la dicono lunga su cosa sia stato “lo scambio Vucinic-Guarin” per la storia del calciomercato. Che poi scambio non fu, perché all’ultimo istante non si concretizzò, ma nel linguaggio comune è rimasto così, e bastano quelle poche parole per riportarci al gennaio del 2014. Di affari praticamente fatti e poi saltati è pieno il calciomercato; più rari sono quelli in cui a far saltare la trattativa è l’intervento diretto dei tifosi. Club d’accordo, presidenti che si sono stretti la mano, ma poi interviene “il popolo” e dice la sua. Il 21 gennaio 2014 mancano solo le firme. Vucinic ha già sostenuto le visite mediche con l’Inter, Guarin si è sbilanciato dedicando parole dolci alla Juve di Conte. Tutti felici, tranne i tifosi nerazzurri che non ci stanno e protestano: striscioni, cori, fumogeni sotto alla sede del club in corso Vittorio Emanuele, a due passi dal Duomo. Alle 18 il comunicato del presidente Thohir: “Internazionale informa di aver deciso di non procedere nella trattativa con la Juventus”. E fuori dalla sede nerazzurra si fa festa. Decisivo il ruolo di Massimo Moratti, nel ruolo di “consigliere” di Thohir in materia Inter. E infatti, “Il presidente Thohir, dopo essersi confrontato con Massimo Moratti, suo figlio Angelomario e con i dirigenti della società, ha ritenuto che non sussistessero le condizioni tecniche ed economiche per il raggiungimento dell’accordo”, si legge nel comunicato interista. Con i due club che non si parlano più, diventa un ping-pong, una battaglia a suon di comunicati. Che la Juve chiude così, col suo: “Non commentiamo lo sconcertante accaduto”.
20 gennaio 2016: Luiz Adriano e il contratto cinese senza cifre
Immaginate la faccia di Adriano Galliani che l’aveva imbarcato con tutte le valigie su un volo per la Cina per poi andare ad aggiornare i conti del club. Pagato 8 milioni allo Shakhtar solo sei mesi prima, il brasiliano Luiz Adriano era stato rivenduto a 15 allo Jangsu Suning, dopo una prima parte di campionato poco convincente, diciamo così. Ecco: immaginate la faccia di Galliani che pochi giorni dopo se lo vede rispuntare a Milanello. Sbarcato in Cina, Luiz Adriano aveva effettuato le visite mediche, ma poi al momento della firma si era accorto che nel contratto mancava un dettaglio: non era stata inserita la cifra dell’ingaggio. Gli avevano promesso 7 milioni netti all’anno per tre anni, il doppio di quanto prendeva al Milan, ma dopo averlo fatto arrivare in Oriente avevano cambiato le carte in tavola, impegnandosi a versargli la metà dello stipendio, mentre l’altra metà – sotto forma di retribuzione per i diritti di immagine – sarebbe stata corrisposta da una terza società. A quel punto Luiz Adriano, perplesso, lascia il tavolo delle trattative e prende il primo aereo per Milano senza aver nemmeno disfatto le valigie. Il 20 gennaio rieccolo a Milanello, con il suo agente che conferma: “Porterà avanti il suo contratto con il Milan, lo Jiangsu Suning non ha rispettato quello che era stato deciso e il contratto non è stato firmato”. Mancava solo la firma. Anzi, no: anche la cifra dell'ingaggio.
19 gennaio 2007: "Non si vende Kakà" (non a gennaio)
Sono trascorse da poco le 20 del 19 gennaio 2007 quando Ricardo Izecson dos Santos Leite per tutti Kakà si affaccia alla finestra della sua casa in via Aurelio Saffi a Milano, si batte un pugno sul petto e poi mostra una maglia del Milan ai tifosi assiepati di sotto. Solo poche ore prima sembrava lontanissimo dal Milan, già venduto al Manchester City dello sceicco Mansour che aveva messo sul piatto 120 milioni di euro, cifra in apparenza folle in quel momento storico, eppure spaventosamente reale. La mobilitazione dei tifosi rossoneri in rivolta era partita già da tempo, non appena le voci dell’assalto del City al loro idolo avevano iniziato a circolare. “Non si vende Kakà”, il coro più gettonato a San Siro, corredato da inviti ad andarsene per Galliani. Tra i “nemici” dei tifosi, poi, figura anche Bosco Leite, il papà-procuratore di Kakà, che sta conducendo un'opera di convincimento nei confronti del figlio al quale il City offre 15 milioni di euro all’anno. Quando, come si dice in questi casi, “siamo ai dettagli” e “mancano solo le firme”, ecco il colpo di scena. Kakà che appare alla finestra come un Papa e che tranquillizza i suoi fedeli. Accanto a lui anche la moglie Caroline, con i pugni alzati, sollevata dopo un pomeriggio passato cercando di tranquillizzare il figlioletto spaventato dal frastuono. Poco dopo, il presidente Silvio Berlusconi conferma che la trattativa è saltata intervenendo in diretta anche a Sky Sport 24: “Kakà resta al Milan. è stata una scelta di cuore e sono contento che un uomo del genere vesta la nostra maglia”. Ricky conferma: “Tutti i messaggi che mi avete mandato, le lettere, il vostro calore, tutto mi diceva di scegliere con il cuore. L'ho fatto. Non è una scelta economica”. Non si vende Kakà. Almeno non a gennaio. Perché sei mesi più tardi arriva il Real Madrid e…
18 gennaio 1999: Henry alla Juve col 9 "rovesciato"
Tre giorni dopo il blitz per Esnaider (vedi 15 gennaio), la Juventus piazza un altro colpo in attacco. O meglio: sulla fascia. Sì, perché all’epoca Thierry Henry quello era: “un’ala moderna, completa e veloce”, per usare le parole con cui lo descrive Marcello Lippi al suo arrivo. Un equivoco, un abbaglio, che costerà ai bianconeri parecchi rimpianti, quando Titì chiuderà la carriera con 450 gol segnati in 994 presenze fra club e nazionali. Nel gennaio del ’99 Henry ha 21 anni, viene dal Monaco ed è già stato protagonista del Mondiale conquistato a luglio dai Bleus (sei presenze, tre gol) trascinati da quel Zinedine Zidane che alla Juve inizia a lanciare messaggi: si mormora che (la moglie Veronique) non ami troppo Torino perché non ha il mare. Henry chiarisce subito: “Io sono nato a Parigi e non ho problemi del genere”. Eppure qualche sospetto sul suo “vero” ruolo poteva sorgere, vedendo che l'anno prima con il Monaco aveva chiuso la Champions da vicecapocannoniere (7 gol, alle spalle di Del Piero, 10). E lo stesso Henry aveva spiegato: “Dicono che segno poco, ma in realtà spesso vengo utilizzato sulla fascia; ma così ho meno occasioni di concludere”. Ci si mette anche l’Equipe, avvisando la Juve: “Non si tratta affatto di una prima punta”. Sei mesi in bianconero (3 gol), tutti trascorsi facendo su e giù sulla fascia sinistra con il 6 sulla schiena. Un "9 al contrario" che gli raddrizzerà Arsene Wenger all’Arsenal.
17 gennaio 2007: Pepito Rossi salva il Parma in 6 mesi
Avrebbe compiuto 20 anni di lì a due settimane e non era ancora Pepito, all’epoca. La notizia del suo ritorno in Italia sui quotidiani occupava letteralmente due righe, quelle in chiusura di una paginata dedicata interamente a Ronaldo “il Fenomeno” che al Real Madrid faceva i capricci e che “vuole il Milan”. “Giuseppe Rossi, 20 anni, emigrato dal Parma al Manchester United, torna a casa. Giocherà nella squadra gialloblu in prestito per sei mesi”, si legge nel paragrafetto. Torna a casa perché nel Parma ci è cresciuto, giocando nelle giovanili dai 12 ai 17 anni, il tempo di segnare 205 gol ed essere scelto da Sir Alex Ferguson in persona; e la mossa del Parma che lo richiama è quella di una squadra disperata, penultima in classifica e con Stefano Pioli in panchina ancora per poco. Quando il 18 gennaio del 2007 Ferguson dà il via libera al prestito di Giuseppe Rossi, fa una sola raccomandazione: “Fatelo giocare”. Esordio tre giorni dopo da titolare e gol-vittoria contro il Torino: doppio dribbling e sinistro che piega le mani di Taibi. Stavolta i giornali sono in estasi e gli dedicano i titoloni: “Bentornato a casa, signor Rossi”. Nel frattempo la panchina del Parma è affidata a Claudio Ranieri, chiamato per fare il miracolo, impresa realmente firmata dalla combo Ranieri-Pepito, all’ultima giornata. Rossi segna 9 gol in 19 partite: ha 20 anni e il futuro sembra tutto suo.
16 gennaio 2019: Higuain ha la febbre... e va al Chelsea
Gonzalo Higuain passa accanto alla Supercoppa a testa bassa, si sfila dal collo la medaglia riservata ai finalisti sconfitti e con il pensiero è già lontano dal Milan. È il 16 gennaio 2019 e a Gedda si è giocata la gara di Supercoppa italiana tra i rossoneri, di cui veste la “9” da sei mesi, e la sua ex, la Juventus. Ha vinto la ex, 1-0 firmato CR7. Higuain – passato dalla Juve al Milan in estate con un prestito oneroso da 18 milioni di euro, con diritto di riscatto a favore dei rossoneri fissato a 36 milioni – in realtà ha giocato solo i 19’ finali, dopo essere partito dalla panchina “causa febbre”. Quella febbre che sale quando non vedi l’ora di trovarti un’altra squadra. L’argentino l’ha anche individuata: ha capito che al Milan la sua avventura è già terminata (anche perché i rossoneri, stregati dall’inizio di campionato monstre di Piatek al Genoa vogliono buttarsi su di lui) mentre al Chelsea c’è il suo vecchio maestro Sarri che lo riaccoglierebbe volentieri. “Sembra una barzelletta ma è vero – si affretta a giustificare Gattuso – ieri Higuain aveva 38.5 di febbre”. Che si tratti del vecchio trucco del termometro sul calorifero o meno, sembra che a tutti vada bene così: a Higuain, che dopo aver fiutato che l’accordo tra Juve e Chelsea è vicino ha comunicato all’allenatore la propria indisponibilità per la finale; al Milan, che si è fatto due conti e prevede di risparmiare 9 milioni di prestito semestrale e altri 9 di ingaggio. Tesoretto buono per Piatek, che ne costa 45…
15 gennaio 1999: Esnaider, il “secondo primo obiettivo” della Juve
Quando l’8 novembre 1998 Alex Del Piero conosce l’infortunio più grave della sua carriera (crociato del ginocchio sinistro, stop di 9 mesi con la stagione appena iniziata) il mercato di riparazione in casa Juve inizia in anticipo. Sperando che gennaio arrivi in fretta si cominciano a prendere contatti e a valutare profili, con un’unica certezza: che un altro Del Piero, in giro, non ci sia. Chiarito questo punto, l’idea del dg Luciano Moggi non è sbagliata: inutile affannarsi a cercare un “sostituto” con le stesse caratteristiche di Del Piero, tanto vale trovarne un giocatore diverso che si possa sposare bene con tutti gli altri attaccanti in rosa (Inzaghi, Fonseca e Amoruso), garantendo a Lippi una buona varietà di soluzioni. La scelta ricade su un ex flop della Serie A, il turco Hakan Sukur che nel 1995 aveva deluso al Torino per poi tornare a essere un bomber implacabile in Patria. Accordo trovato e stretta di mano nel corso di un primo incontro segreto, ma al secondo – quello previsto per la firma, il 13 gennaio – il turco si presenta con una nuova coppia di procuratori che l’ha “convinto” ad alzare le pretese: contratto di 4 anni con tutto il dovuto (11 miliardi di lire) versato in anticipo, oltre a svariati benefit e a strani accordi sui diritti d’immagine. Trattativa immediatamente interrotta: il giorno dopo i dirigenti bianconeri sbarcano a Barcellona e nel giro di poche ore trovano l’accordo con il meno pretenzioso Juan Esnaider, prelevato dall’Espanyol. Il 15 gennaio 1999 Luciano Moggi lo presenta così: “Era il nostro primo obiettivo”.
14 gennaio 1998: capriola di Asprilla, torna al Parma
Le capriole dopo i gol, le voci della love story con la sexy star Petra, le stramberie: Faustino Asprilla aveva lasciato Parma nel gennaio 1996, destinazione Newcastle, a causa dei dissapori con Nevio Scala, ma a distanza di due anni esatti torna nella squadra che lo aveva reso famoso. Un’altra capriola, stavolta di mercato. È un Parma diverso (ma lo è anche lui, che giura di essere maturato): staccato di 10 punti in campionato, cercava un uomo che potesse dare la scossa (e riportare un po’ di allegria) a un ambiente depresso che contesta l’allenatore Carlo Ancelotti e il suo pupillo Hernan Crespo, pronto ad accettare l’offerta del Valencia. Asprilla sbarca a Linate, al collo ha la sciarpa gialloblu, in testa il cappellino del Parma, accerchiato dai tifosi e dalle telecamere: “Non mi aspettavo tutto questo clamore – dice frastornato – La prima volta che sono arrivato in Italia non c’era tanta gente ad aspettarmi”. Ma la notizia sta nel fatto che con Asprilla torna la fantasia in un Parma che Ancelotti aveva costruito solido e quadrato, al punto da rinunciare in estate all’acquisto di Roberto Baggio, dopo aver scaricato anche Gianfranco Zola. “Stiamo parlando di tre attaccanti – spiega Ancelotti – con la differenza che qualcuno non voleva giocare da attaccante oppure non se la sentiva di reggere la concorrenza”. Frecciatine.
13 gennaio 2000: Nakata alla Roma “brucia” 4 miliardi in magliette
A conti fatti fu un’operazione da 50 miliardi di lire (di cui 4 spesi in modo molto particolare, come vedremo), e se al momento pareva senza senso, la mossa di Sensi darà i suoi frutti sedici mesi dopo, in un Juve-Roma che di fatto assegnò lo scudetto ai giallorossi e in cui Hidetoshi Nakata diventò il protagonista a sorpresa: un gol e un altro procurato, con due tiri nei 10’ finali quando la Roma era sotto 2-0. Nakata era arrivato dal Giappone al Perugia grazie a un’intuizione di Luciano Gaucci: quando ci si accorse che si trattava di un giocatore vero e non solo di una mossa di marketing, il prezzo del giapponese era già volato alle stelle e la fila dei pretendenti parecchio lunga. Nel gennaio del 2000 la spunta la Roma, con una super offerta al giocatore (4 miliardi netti all’anno e sfruttamento dei diritti d’immagine a suo favore) e al Perugia: 32 miliardi più Alenitchev (pagato 12 miliardi allo Spartak Mosca) a titolo definitivo e la comproprietà di Blasi a fine anno. C’è solo un ultimo dettaglio da sistemare, che pare roba da poco ma non lo è, perché ballano 4 miliardi. Quattro miliardi in magliette, quelle numero 7 del Perugia col nome di Nakata: uno stock appena inviato in Giappone e commercialmente “bruciato”, ora che il giapponese vestirà la 8 giallorossa. Chi salda il conto? Alla fine si offre di farlo Sensi, pur di non ritardare ulteriormente l’affare. Nakata lo ripagherà, eccome se lo ripagherà.
12 gennaio 2012: Pato al Psg per 100 minuti. E così salta Tevez
Nel giro di cento minuti successe tutto e il contrario di tutto. Ma non in campo. In quei 90’ più recupero si scrisse – sul mercato – un futuro alternativo e parallelo in cui il Milan prendeva Carlos Tevez, e chissà come sarebbe finita quella stagione con un Apache in attacco al posto del Papero, quell’anno in versione Paperino, tanta era la sfortuna che lo perseguitava. Il 12 gennaio 2012, alle ore 14.52, le agenzie diffondono la notizia dell’accordo trovato tra Milan e Psg per la cessione di Alexandre Pato, attaccante da 41 gol nelle tre precedenti stagioni che però ha imbroccato l’annata no: un lungo infortunio muscolare e il gossip che lo perseguita da quando è il fidanzato della figlia del “Pres”, Barbara Berlusconi – con le due cose messe spesso in connessione dalle malelingue – si sono tradotti in un solo gol nelle 9 partite che è stato in grado di giocare. Il Psg, per nulla spaventato dai numeri, ha presentato un’offerta da 32 milioni e Galliani l’ha venduto, forte del sì ricevuto nel frattempo da Tevez e di un affare chiuso con il Manchester City con un volo a Londra in mattinata. Questo, almeno, alle 14.52 di quel giovedì. Perché cento minuti dopo, quando sono le 16.32, Pato sorprende tutti e fa dietrofront: “Resto al Milan, è casa mia”, annuncia con un comunicato sul sito rossonero. “Non lo chiamerei un no di Pato al Psg, ma la sua volontà di rimanere al Milan”, commenta invece Galliani. “Tevez? Le operazioni erano collegate e soggette a clausole sospensive”. Cosa è successo in quei 100’? Semplice: è intervenuto Silvio Berlusconi, pare non convinto della maxi-operazione sia per ragioni economiche che sportive. Se poi abbia inciso anche un po’ di affetto da “suocero”… chi lo sa.
11 gennaio 2025: Billing al Napoli "porta" lo scudetto
Sei mesi di prestito, 189 minuti in campo e un gol. Ma che gol. Se è vero che si pesano e non si contano, quello che Philip Billing segna nella sua brevissima parentesi in Serie A con la maglia del Napoli è un macigno sullo scudetto che a fine stagione la squadra di Conte si cucirà sulla maglia. Centrocampista danese, gran fisico ma di certo non un nome che porta entusiasmo, specie nei giorni in cui si sta per cedere Kvaratskhelia, Billing sbarca dalla Premier senza clamore: viene dal Bournemouth, nemmeno da una “big”. Eppure il primo marzo, nello scontro diretto con l’Inter, il suo gol fa impazzire il Maradona. I nerazzurri sono avanti 1-0 e sognano la fuga a +4, ma la zampata al minuto 87 di Billing (entrato al 79’) li riacciuffa mantenendo invariato il +1 di distanza. Due punti persi per l’Inter o uno guadagnato per il Napoli fa poca differenza. La differenza la vedremo a fine campionato, con il Napoli che precede i nerazzurri di un punto. Visto come può essere determinante il mercato di gennaio?
10 gennaio 2000: il Milan scarica Weah (ma non alla Roma)
L’avventura di George Weah al Milan giunge al capolinea il 10 gennaio del 2000, e non è l’addio che il liberiano ex Pallone d’Oro immaginava, dopo quasi cinque anni e due scudetti. Tutta “colpa” di José Mari, attaccante spagnolo che i rossoneri hanno messo nel mirino per giugno, salvo poi anticiparne l’arrivo fiutando la concorrenza della Roma di Fabio Capello. A quel punto Zaccheroni, con a disposizione un pacchetto di attaccanti in cui – oltre ai fantasisti Boban e Leonardo – figurano il 23enne Shevchenko (investimento da 60 miliardi), il 21enne José Mari (investimento da 40 miliardi) e Bierhoff (31enne, ma pupillo del mister, nonché l’attaccante più prolifico dell’ultimo quadriennio rossonero), deve comunicare a Weah, 33 anni, che i suoi spazi in campo saranno ridottissimi. Ecco allora che la Roma, anticipata su José Mari, si fa avanti: Capello è pronto ad accogliere Weah a braccia aperte e Weah chiede la cessione alla Roma. A fare il Don Rodrigo di turno ci pensa però Adriano Galliani, che stoppa sul nascere il possibile matrimonio dettando le condizioni: cessione solo in prestito e solo a un club estero. “Non lo cederemo mai a un’altra società italiana – le sue parole – Weah non può pensare di indossare un’altra maglia e magari di fare gol al Milan. Il Milan non rafforza la concorrenza”. Dopo un sondaggio del Marsiglia e dopo aver persino meditato l’addio al calcio, un delusissimo Weah sceglierà il Chelsea allenato da Gianluca Vialli. Ma sbattendo la porta di Milanello non le manderà a dire: “Avrei voluto chiudere la mia carriera con la maglia rossonera. La cosa che mi ha più deluso è che il Milan non mi vuole più, però si sente in dovere di decidere il mio destino. Mi hanno impedito di andare alla Roma: evidentemente temevano che disputassi un grande campionato. Perché, se mi giudicano finito?”.
9 gennaio 2015: le maxi-cosce di Shaqiri stregano l’Inter
Riassunto delle puntate precedenti: l’Inter in crisi di risultati ha salutato Mazzarri e si è affidata in corsa a Roberto Mancini per ricostruire. Ma lo spogliatoio è una polveriera: il 6 gennaio, durante Juve-Inter, Osvaldo insulta Icardi dopo un mancato passaggio e lo devono trattenere per far sì che non metta le mani addosso al compagno; poi nello spogliatoio tira un pugno al Mancio e il giorno dopo è fuori rosa, pronto per la cessione al Southampton. Intanto Mancini ha già presentato a Thohir un terzetto di nomi per il mercato invernale. In cima c’è Podolski, che arriva in prestito (vedi puntata del 3 gennaio). Poi Xherdan Shaqiri, 23 anni, trequartista (o attaccante esterno) svizzero perfetto per il 4-2-3-1. Al Bayern non trova spazio e con la formula giusta (prestito con obbligo di riscatto fissato a 15 milioni), Mancini accoglie anche lui ad Appiano, il 9 gennaio, dopo che centinaia di tifosi sono andati a prenderlo a Malpensa la sera prima. Durante le visite mediche lo staff sanitario nerazzurro può constatare perché lo chiamino “il cubo magico”: fisico compatto (è alto 169 cm, ma robusto e muscoloso), si favoleggia attorno alla circonferenza della sua coscia. Pare misuri addirittura 60 cm, più di quella di Roberto Carlos ai tempi d'oro. Non basteranno – nemmeno tutte e due assieme – a risollevare l’Inter, né a garantirgli la permanenza l’anno dopo, ceduto – dopo il riscatto – allo Stoke City per 17 milioni, facendo anche una piccola plusvalenza.
Ah, giusto: manca il terzo colpo di Mancini. Arriverà il 24 gennaio, in sordina, senza folle di tifosi ad aspettarlo all’aeroporto. Il meno celebrato dei tre era il 22enne Marcelo Brozovic.
8 gennaio 2017: Arsenal su Belotti, Cairo vuole 100 milioni
Il matrimonio tra il Toro e il Gallo fu celebrato con una clausola da 100 milioni, come quelle che firmano i vip quando si sposano. L’idea è stata del presidente Urbano Cairo, che strabiliato dalla prima parte di campionato del suo attaccante (13 gol in 16 partite) gli ha proposto un rinnovo di contratto con inserimento di una clausola da 100 milioni di euro valida per l’estero. Tradotto: Andrea Belotti è blindato, a meno che non arrivi qualche ricchissimo club straniero con una pazza offerta. Cosa che puntualmente accade. Dopo un sondaggino del Manchester United (che aveva iniziato a muoversi prima del rinnovo con clausola), è l’Arsenal a presentare ufficialmente la sua offerta da 65 milioni a Cairo. Il presidente del Torino non si fa impressionare e la rispedisce al mittente: “65 milioni? Non li prendo nemmeno in considerazione. Servono 100 milioni per comprare Belotti: se qualcuno li offrisse e il giocatore fosse d’accordo, la partenza sarebbe automatica e non ci potremmo opporre”. Concorda il ds Petrachi: “Belotti vale sicuramente più di quello che ha offerto l’Arsenal e noi ce lo vogliamo godere. Poi vediamo cosa succede in futuro”.
7 gennaio 2014: Nainggolan alla Roma col 44 per impegnarsi il doppio
Succede che nel gennaio 2014 tutte le big italiane si mettono a fare la corte a Radja Nainggolan. Neanche si fossero messe d’accordo. Come amanti innamorati fanno la fila per essere ricevute dal presidente Cellino, che valuta le proposte, annota e risponde “grazie, le faremo sapere”. È bastata la prima metà del campionato per eleggere il centrocampista belga tutto muscoli e tatuaggi come l’uomo in grado di cambiare il volto di qualsiasi squadra, portando una scintilla di energia che nessun altro ha, in Serie A. Adriano Galliani è il primo a muoversi, per conto del Milan: già prima di Natale, forte degli ottimi rapporti con Cellino, imbastisce una trattativa portando in dono mezzo Cristante (18enne prodotto del vivaio di cui si intravedono già le qualità) più conguaglio. L’Inter non può resistere al fascino del derby di mercato e prontamente si inserisce: con Guarin che ha firmato un precontratto con il Chelsea, Mazzarri indica nel “Ninja” il sostituto ideale. E poi ci sono Juventus e Roma: stanno duellando in vetta alla classifica e nessuna delle due può permettersi che l’altra si rafforzi troppo sul mercato. Alla fine a fare la differenza sarà il lavoro del ds giallorosso Walter Sabatini, capace di imbastire la strategia perfetta con un'offerta di prestito oneroso per sei mesi (3 milioni di euro) con diritto di riscatto fissato a 6 milioni. Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio il Napoli tenta un clamoroso inserimento in extremis, ma ormai Sabatini ha l’accordo con Cellino e il giocatore, che il 7 gennaio diventa ufficialmente giallorosso. Vorrebbe prendere la maglia numero 4 che indossava al Cagliari, ma è occupata da Bradley. Ripiega sul 44, spiegando: “Qui alla Roma dovrò impegnarmi il doppio”.
6 gennaio 2018: Coutinho svuota la valigetta del Barça
È un po’ come la storia di quando si vince alla lotteria: meglio non farlo sapere in giro, ché poi spuntano fuori subito parenti, vecchi amici e creditori. Con la differenza che quando il Barcellona nell’estate 2017 vende Neymar agli sceicchi del Psg per la cifra folle e fuori mercato di 222 milioni è un po’ difficile mantenere il segreto. Ora: essere quelli noti per avere in casa una valigetta (valigiona) contenente 222 milioni, in sede di mercato non è esattamente un vantaggio. Entri in una boutique e magicamente le etichette con i prezzi cambiano. Era successo pochi giorni dopo la cessione di Neymar, quando il Barça aveva bussato alla porta del Borussia Dortmund per Dembelé. “Ah, siete voi…” – la risposta – “allora Dembelé costa 148 milioni. Solo per voi. In amicizia”. Passano pochi mesi e nel gennaio 2018 il Barça passa davanti alla vetrina del Liverpool: cerca un fantasista per rimpiazzare Neymar e ha individuato Coutinho. “Ah, siete voi… Allora Coutinho costa 160 milioni. Solo per voi. In amicizia”. Centoventi milioni la valutazione, ai quali però si aggiungono bonus vari (che non verranno tutti raggiunti) per altri 40 milioni. L’ufficialità dell’affare arriva nella calza della Befana, tra lo sconcerto generale per un mercato “drogato” dai soldi arabi. E al Barça, di quella valigetta con 222 milioni resta solo il ricordo.
5 gennaio 2015: Messi ha il mal di pancia (e allora segue il Chelsea)
Si parlò di “problemi gastrointestinali” ma era chiaro che in realtà si trattasse di “mal di pancia”. Quel mal di pancia. Quello che viene a certi giocatori quando si apre una finestra di mercato: basta uno spiffero e… subito minacciano di andarsene via. Il mal di pancia di Messi tiene banco a inizio 2015, quando è in corso la sua undicesima stagione al Barcellona, la prima con Luis Enrique allenatore. E proprio "Lucio" pare essere la causa scatenante del malessere della Pulce che va a lamentarsi con il club dell'eccessivo autoritarismo dell’allenatore, descrivendolo come "il padrone dello spogliatoio". Il 2 gennaio, nel corso del primo allenamento dell’anno, un battibecco durante una partitella: Leo subisce un fallo, Luis Enrique che arbitra non fischia, l’argentino perde la pazienza e volano parole grosse. Due giorni dopo, contro la Real Sociedad, Messi parte dalla panchina e il Barcellona perde. E arriviamo al 5 gennaio, quando il mondo Barça teme la clamorosa rottura: Messi non si presenta all’allenamento (tra l’altro aperto ai tifosi) adducendo i già citati problemi gastrointestinali. Che però non gli impediscono di aprire i social per iniziare a seguire il Chelsea su Instagram. Regalando un sogno ai tifosi del Chelsea e un mal di pancia a quelli del Barça.
4 gennaio 2006: Cassano sbarca al Real Madrid col "pellicciotto"
In certi casi l’apparenza è tutto. Metti che sbagli l’outfit al primo giorno di lavoro, davanti al nuovo capo: rischi che te lo rinfaccino per tutta la vita. Quel collo di pelliccia che adornava la giacca con cui Antonio Cassano si presentò al Real Madrid lo perseguiterà per sempre. Anche la forma non era delle migliori ma intanto il 4 gennaio del 2006 Fantantonio diventava un galactico, e non sono in tanti a poterlo scrivere sul curriculum. Finito ai margini della Roma di Spalletti, tra litigi, screzi e cassanate varie, i 5 milioni che il Real Madrid mette sul piatto per portarlo in Spagna vengono accolti quasi con una festa. Tutti felici, anche Cassano che non giocava da mesi e si ritrova in un amen con un nuovo soprannome – el Gordito – meno epico di quello a cui abituato, e un comico spagnolo a imitarne le gesta (a tavola). Proprio un’imitazione, stavolta da parte sua, “nei panni” di Fabio Capello, segnerà la fine della sua parentesi galactica.
3 gennaio 2015: Podolski all’Inter con “l’errore” della formula
L’era Mazzarri è ormai alle spalle, ed esonerato a novembre il tecnico protagonista di un avvio di campionato deludente (Inter nona a -12 dalla vetta) c’è un provvidenziale mercato di gennaio a cui affidarsi per ricostruire. Thohir dà carta bianca a Roberto Mancini, richiamato in panchina per fare il miracolo, e il Mancio fa la lista della spesa. Il nome che mette in cima è quello di Lukas Podolski, nazionale tedesco quasi trentenne accantonato dall’Arsenal. Da sottolineare la formula del prestito: secco per sei mesi, senza alcuna possibilità di riscatto. Meglio essere chiari fin da subito. I tifosi lo accolgono a Linate come il Salvatore, Mancini è il primo a stringergli la mano al suo arrivo ad Appiano Gentile. “L’Inter è tra i primi dieci club al mondo”, dice Podolski. “Ringrazio Mancini che mi ha voluto ma ho sentito anche Ronaldo, che per me è un idolo: mi ha parlato benissimo dell’Inter”. Ottime premesse, pessima resa. L’Inter non si risolleverà (ottavo posto finale), Podolski passerà senza lasciare traccia: un gol in 17 presenze, arrivato a fine aprile. Mancini che l’aveva tanto voluto lo schiera titolare solo in otto occasioni, forse anche perché sa che in ogni caso a giugno lo perderà. Almeno è quello che crede Podolski, che al momento dell’addio dirà: “L’errore è stato andare all’Inter senza obbligo di riscatto”.
2 gennaio 2020: Ibra torna al Milan a 38 anni
Semplice operazione nostalgia o dietro c’è anche della sostanza? Se lo chiedono in molti quando il Milan – decimo in classifica e bisognoso di una scossa – riporta “a casa” il 38enne Zlatan Ibrahimovic, sette anni e mezzo dopo averlo lasciato partire in direzione Parigi. Un’eternità in cui Ibra riesce a racchiudere almeno tre vite diverse: quella da uomo-simbolo del Psg, quella meno fortunata e che odora di declino al Manchester United, quella ai Los Angeles Galaxy che ha tutta l’aria di essere la passerella finale della sua carriera. E invece Zlatan sa sempre come stupire, e ripresentandosi a Milano con il suo sorrisone assicura: “Sono qui per aiutare il Milan. Questa è casa mia, vi aspetto a San Siro per farlo saltare come prima”. I tifosi gli credono, sanno che quando Ibra parla non sono solo slogan: cori, sciarpe al cielo, vecchie maglie “Ibrahimovic 11” ritirate fuori dai cassetti, accoglienza da rock star. Casacca numero 21 in mano (“L’hanno scelto i miei figli") perché il 9 è di Piatek, Ibra mette la firma su un contratto da sei mesi a 3,5 milioni. Resterà per altri tre anni, guidando il Milan anche alla conquista dello scudetto e diventando il marcatore più anziano nella storia della Serie A con un gol segnato a 41 anni e 166 giorni (record strappato a Costacurta). E dire che c’era chi non gli credeva quando ne aveva solo 38.
1° gennaio 2022: Haaland annuncia “Giocherò in Spagna”
“L’anno prossimo giocherò qui, in Spagna…". Sottinteso: Real Madrid o Barcellona, devo solo scegliere in quale delle due. Capodanno 2022, Erling Haaland è in vacanza a Marbella quando un gruppo di ragazzini lo riconosce e – tra un selfie e l’altro – gli strappa la clamorosa rivelazione. Poche ore dopo le sue parole sibilline rimbalzano sulle pagine web dei principali quotidiani spagnoli e non solo, che le interpretano come farebbe chiunque: Real e Barça sono sulle sue tracce, con Florentino Perez che l’ha già designato galactico degno del Bernabeu e Laporta che invece ha invitato per una chacchierata il suo agente Mino Raiola. Haaland, da due anni esatti al Borussia Dortmund (che a fine dicembre 2019 l’aveva strappato al Salisburgo), si è già discretamente messo in luce segnando 76 gol in 75 partite, ed è chiaro che il prossimo passo sia una “grandissima” d’Europa. E così, come apostoli fortunati, quei ragazzi di Marbella si trovano ad essere i depositari della verità del gigante norvegese in vena di confidenze. O solo di scherzi?