Michele Scarponi e quel piede a terra che vuole cambiare il ciclismo
CiclismoA 10 anni da quando il corridore di Filottrano si fermò ad aspettare Vincenzo Nibali per aiutarlo a vincere il Giro d'Italia, il fratello Marco e gli amici della Fondazione Scarponi sono partiti dall'Italia alla volta della discesa del Colle dell'Agnello per mettere anche loro un piede a terra in nome della sicurezza stradale
C’è un gesto nel ciclismo semplice a livello tecnico, un gesto quasi banale se compiuto quando si ha un problema tecnico, si taglia il traguardo, ci si ferma a un semaforo o a uno stop ma complicato e "doloroso" se segna la resa, a una salita o a un avversario: girare il tallone, sganciare la scarpa dai pedali (i più tecnici direbbero lo scarpino) e mettere il piede a terra. Quel gesto, quella resa, nel ciclismo di ogni epoca lo rifugge tanto l’amatore, quanto il professionista. Ma dieci anni fa, il 27 maggio 2016, quel movimento del tallone fatto da Michele Scarponi al Giro d’Italia divenne un gesto di amicizia e di vittoria. In quel Giro il marchigiano correva con l’Astana e aveva come capitano un certo Vincenzo Nibali, già vincitore di tutti e tre i grandi giri a tappe, Tour de France, Vuelta di Spagna e appunto Giro d’Italia. All’epoca uno dei soli sette ciclisti nella storia ad averle vinte tutte e tre, diventati poi 8 con il successo nella corsa rosa di quest’anno di Jonas Vingegaard. Nibali però nel 2016 è tutt’altro che brillante, a tre tappe dal termine sembra poter ambire massimo al podio finale avendo 4’43” di distacco dalla maglia rosa Kruijswijk e 1’43” dal colombiano Chaves. L’Astana quindi, nella tappa che da Pinerolo porta a Risoul passando per il colle dell’Agnello, manda in fuga Michele Scarponi. Kruijswijk praticamente si elimina da solo con una caduta ma per Nibali c’è da recuperare ancora su Chaves. Michele ha quasi 3 minuti di vantaggio sugli inseguitori, per lui sembra arrivare una vittoria ormai scontata. Ma il ciclismo è, prima di tutto, uno sport di squadra, lo sa Michele e lo sa Vincenzo; dall’ammiraglia Beppe Martinelli e Paolo Slongo danno un ordine chiaro: aspetta Nibali, portalo su a Risoul con un’andatura che spazzi via gli avversari e proviamo a ribaltare il Giro. Michele da Filottrano rallenta, parla con l’ammiraglia, cambia le borracce e poi si ferma. Sulla discesa del versante francese dell’Agnello, nel comune di Chateau Queyras, Scarponi gira il tallone, sgancia lo scarpino e poggia il piede a terra. Sorride. Non è vinto, anzi è lì per far vincere, far vincere il suo capitano. I due impongono un ritmo forsennato, Nibali tirato da Scarponi vince a Risoul, scavalca Kruijswijk e si porta al secondo posto in classifica a 44” da Chaves. Il giorno dopo, sempre grazie a Scarponi che fa l’andatura ritrova ritmo, morale e gamba e si prende la maglia Rosa vincendo poi a Torino il suo secondo Giro in carriera. Michele se ne andrà a soli 37 anni nel 2017 vittima della strada mentre si allenava in bicicletta. Quel gesto indelebile nella memoria, di amicizia, di umiltà e profondamente di squadra è diventato però il simbolo della Fondazione Scarponi che da anni si occupa di sicurezza stradale, educazione e formazione combattendo e agendo ogni giorno per far si che la strada possa essere davvero di tutti. A poco più di 10 anni da quel momento storico per il ciclismo Marco Scarponi, fratello di Michele e fondatore dell’associazione ha voluto organizzare una pedalata di sette tappe e circa 850 chilometri, da Filottrano, dove è nato Michele e ha sede la Fondazione, fino a Risoul. Risoul dove Nibali capì che in fondo vincere un altro giro, con uno come Scarponi ad aspettarlo, era possibile. La pedalata ha ripercorso alcuni luoghi cari a Michele da Cesenatico città dell’idolo Pantani a Parma o meglio Canossa dove c’è un monumento per Scarponi a Zola Predosa vicino Bologna dove pedalava spesso con gli amici del Pedale Bolognese e si fermava sempre nello stesso ristorante a mangiare, a Tortona nelle zone di Coppi sempre presente nei racconti che nonno Marino faceva al piccolo Michele. L’arrivo di ogni tappa è stato occasione per parlare di sicurezza stradale e ricordare quanto ci sia ancora da fare. Da Filottrano sono partiti 5 ciclisti e un furgone di appoggio ma ben presto il gruppo iniziale si è trovato a pedalare con tifosi di Michele e amici della fondazione, chi per qualche chilometro chi invece in maniera più consistente. Sempre con la stessa idea in testa: ricordare che ancora oggi in strada si muore troppo. In bici ma non solo. Per quello serve, come fa la Fondazione, educare nelle scuole ad un utilizzo più consapevole e attento delle strade, per quello serve formare istruttori Federali per insegnare ai più giovani ad andare in bici, per quello servono il Trofeo Scarponi (gara nazionale Juniores), lo Scarponi Day e la Gran Fondo Michele Scarponi. Non solo per tenere vivo un campione come Michele ma anche perchè il suo ricordo e le azioni dell’associazione portino a risultati concreti. E allora lì, domenica 12 luglio, con altri 4 ciclisti arrivati dalle Marche, sul Colle dell’Agnello, sulla discesa del versante francese, nel comune di Chateau Queyras, dove dal 2022 esiste anche una targa per Scarponi, Marco e tutti quelli che pedalavano con lui si sono fermati. Stavolta non c’era da aspettare Vincenzo Nibali, non c’era da andare a vincere una tappa e poi un Giro d’Italia. Si sono fermati e hanno messo il piede a terra, con quel gesto che non significa più l’onta di una salita che ti vince, non significa più sconfitta o resa, significa aspettare gli altri, tutti quanti, per costruire una strada e un futuro migliore per i suoi utenti, a partire dai più deboli e fragili. Poi, Marco e il suo gruppo sono ripartiti e arrivati, dopo 850 chilometri totali appunto e 6100 metri di dislivello, strade percorse con 40° e una foratura al furgone prontamente risolta, al traguardo di Risoul per sganciare ancora una volta il piede, fermarsi e chiudere così, nel ricordo di un campione come Michele, un cerchio lungo 10 anni.