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08 novembre 2016

GP del Brasile, quando la F1 correva a Rio

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Il GP è a San Paolo, ma per 10 anni si è gareggiato a Rio. Oggi del tracciato di Jacarepaguà non c’è più traccia, avendo lasciato spazio al villaggio olimpico. Restano record e ricordi anni ’80 tra i quali il debutto di un giovane fenomeno: Senna

Il derby brasiliano - Nella storia del GP del Brasile non c'è stato sempre e solo San Paolo con la bellissima e tecnica pista di Interlagos. Per dieci anni, nel '78 e poi dall'81 all'89, si è infatti corso a Rio sul circuito di Jacarepaguà, dall'omonimo quartiere della metropoli carioca

Umidità, caldo, velocità - Nel 1977 viene inaugurato un autodromo costruito in una zona lagunare, quindi terribilmente umida, condizione questa che, unita al caldo torrido di Rio, non favorisce certo il comfort di piloti e motori. La pista si snoda per cinque km, è veloce e presenta dei gran bei curvoni. L’immagine della location è poi da cartolina con gli splendidi rilievi che circondano Rio de Janeiro a fare da sfondo.

La prima volta non si dimentica - Il debutto di Jacarepaguà nel mondiale di F1 coincide con la prima vittoria di Michelin in Formula1 nel 1978. Altro fatto tecnico di rilievo nel 1989 con la storica affermazione di Nigel Mansell alla prima gara con la Ferrari che porta in corsa la novità assoluta del cambio elettro-attuato con leve al volante. Da un punto di vista sportivo non si può certamente dimenticare il debutto in F1 di un ragazzo paulista che di strada ne avrebbe fatta tanta. Siamo nel 1984, lui si chiama Ayrton Senna da Silva e corre con la Toleman.

Il re di Rio - il professor Alain Prost con ben cinque gradini più alti del podio a Japarecagua è il padrone indiscusso del circuito carioca, che sarà poi intitolato all'eroe locale Nelson Piquet, tre volte campione del mondo di F1. Rocambolesca l’affermazione del francese con la Renault nel 1982, quando la vittoria gli viene attribuita dopo la doppia squalifica di Piquet e Rosberg (padre) perché le rispettive Brabham e Williams vengono trovate sotto peso. La RE30 in quella torrida giornata di marzo resiste fino alla fine della corsa, smentendo per una volta il soprannome di “teiera gialla” affibbiato alle Renault della prima era turbo a causa del maledetto vizio di chiudere le gare anzitempo con una gran fumata del turbo andato in pezzi