Formula 1, storia del GP del Bahrain. Massa: l'uomo che visse (e si ritirò) due volte

Formula 1

Simone De Luca

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Breve storia di un pilota che in Bahrain è sempre stato a casa sua. La vita di Felipe Massa da San Paolo, Brasile, è costellata di bivi che ti cambiano la carriera: un mondiale sfiorato, una molla presa in pieno in testa, 11 vittorie in Ferrari e una carriera che ha lasciato un segno tangibile nel mondo della F1. Il GP in diretta esclusiva su SkySportF1HD canale 207 e con SkyQ l'incredibile definizione del 4K HDR. Qualifiche sabato dalle 17.00 (pre dalle 16.00) e gara domenica dalle 17.10 (pre dalle 15.30)

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Ogni pilota ha uno, o più, circuiti preferiti. Per Felipe Massa, tolto Interlagos che per cuore e risultati probabilmente occupa il primo posto, il Bahrain è sempre stato uno di quelli. Una pista, insomma, su cui ha sempre fatto la differenza. Settimo con la Sauber nel 2005, nono con la Ferrari, ma secondo in qualifica, l’anno dopo, e poi vincitore due stagioni in fila nel 2007 e nel 2008.

Il 2008

E proprio nell’anno del titolo sfiorato il circuito di Sakhir fu il momento della svolta dopo i due ritiri nelle due prime gare. Il circuito da dove cominciò la sua lotta mondiale finita solo negli ultimi 300 metri dell’ultima gara della stagione. “Il mondiale si vince in 18 gare e non all’ultima curva dell’ultimo GP”. La Frase è sua, pronunciata proprio dopo l’episodio di cui sopra. Perchè questo è Felipe Massa: uno che ha parlato sempre chiaro ma non ha nemmeno cercato scuse. Uno che ha perso il titolo ma è salito sul podio battendosi il petto come un vero vincitore. Uno che ha avuto sotto al sedere macchine competitive ma anche come compagni di box dei campioni del mondo; e non tre qualsiasi: Schumacher, Alonso e Raikkonen. Uno che, inutile girarci attorno lui non lo farebbe, ha preso una molla in testa e visto la morte in faccia. Uno che si è ritirato non una, ma due volte. 

Felipe da San Paolo, Brasile, è un pilota da bivi cruciali di quelli che ti cambiano la carriera e possono cambiarti anche la vita. Arrivato in Ferrari come compagno di Schumacher, chiamato a sostituire Rubens Barrichello nel ruoto di secondo, si adatta bene e non viene schiacciato dalla pressione. Alla seconda gara della stagione finisce già davanti al compagno che poi, però come è anche giusto che sia, lo bastona per tre quarti di campionato. Nonostante questo vince tre gare nel primo anno in rosso. Poi il 2007 con il mondiale di Raikkonen in cui arrivano altre tre vittorie e mezzo. Bahrain, come si diceva precedentemente, Spagna, Turchia altra pista per lui magica, e poi il secondo posto in Brasile per consentire a Kimi di vincere il titolo.

Il 2007

L’anno dopo però è lui a lottare per il mondiale contro Lewis Hamilton. Ed è qui che quei bivi, quelle sliding doors, quelle situazioni che ti cambiano la vita o la carriera, si manifestano con chiarezza: in Ungheria parte secondo alle spalle di Hamilton. Al via scatta benissimo, lo affianca alla prima curva e lo passa all’esterno. Domina la gara ma rompe il motore a pochi chilometri dal traguardo. Una rottura banale che però toglie punti preziosissimi. Poi l’errore a Singapore con il tubo del rifornimento strappato e trascinato per decine di metri in pitlane. Due porte scorrevoli, due “sliding doors” che gli si sono chiuse in faccia. L’ultima, per quella stagione, è il sorpasso di Hamilton a Glock nell’ultimo giro. Un sorpasso che gli costa il mondiale.

Vale la pena riflettere: senza uno qualsiasi di questi tre episodi Felipe ora avrebbe il suo nome nell’elenco dei vincitori di un titolo iridato e con pieno merito. La sua carriera sarebbe sicuramente cambiata in meglio ma forse, questione di sliding doors appunto, sarebbe cambiata anche quella di Lewis Hamilton. Chissà come sarebbe stato trattato dalla Formula 1 un ragazzino velocissimo, talento cristallino, ma irascibile e umorale (le urla nelle radio e di fronte ai commissari dei primi due anni della sua carriera le raccontano in tanti) dopo due mondiali persi all’ultima gara. Situazioni che possono cambiarti la carriera. 

2008, Singapore

Ma la storia è andata diversamente e così Felipe si ripresenta al via del mondiale 2009 con la voglia di riprovarci. Ma la F60 non è una gran monoposto, la BrawnGP domina e la Red Bull è in ascesa. In Germania però, a metà luglio, arriva il primo podio. La gara dopo, in Ungheria, un’altra sliding door di quelle che ti cambiano la carriera e rischiano di cambiarti la vita. In qualifica la sua F60 va dritta contro le barriere ma c’è qualcosa di strano. Riguardando le immagini TV al rallentatore si intravede qualcosa.

Uno strano oggetto cilindrico, una molla, che rimbalza sull’asfalto, cambia repentinamente direzione e lo centra sul casco. Felipe perde conoscenza prima di impattare contro le gomme. Sono attimi drammatici che la Formula 1 moderna non è più abituata a vivere. Massa viene portato in elicottero in ospedale a Budapest, la situazione è gravissima. Non si sa, le voci nel paddock si accavallano, se passerà la notte. La notte, con la testardaggine e la caparbietà che lo caratterizzano, la passa. Fuori dall’ospedale giornalisti di tutto il mondo stazionano per giorni in attesa di un bollettino medico. In ospedale la famiglia va e viene, Jean Todt, il suo Team Principal e mentore, anche. Non può lasciarlo da solo.

Massa però è coriaceo e si riprende. Tornerà in pista nel 2009, non in macchina ma in circuito, solo ad Abu Dhabi nell’ultima gara della stagione in una sorta di viaggio premio. Lui non sta più nella pelle e saltella in giro per il paddock parlando con colleghi e giornalisti, abbracciando tutti e garantendo una stretta di mano o un sorriso a chiunque passi a meno di 10 metri. Dell’incidente non ricorda nulla. La sua carriera può continuare e la sua vita, cosa ben più importante, anche. Qualcuno nutre ancora dei dubbi sulla sua possibilità di guidare una Formula 1 ma l’anno successivo ogni perplessità viene fugata.

2010 - Bahrain

Bahrain, ancora qui, anno 2010: in qualifica è secondo ma stacca di tre decimi il suo nuovo compagno di squadra Fernando Alonso. In gara chiude ancora secondo ma Alonso vince. Felipe in Formula 1 non vincerà più ma conquisterà, compreso questo del Bahrain, altri 13 podi. È ancora un pilota, è ancora veloce. 

Saluta la Ferrari con 11 vittorie, tante quante quelle di Alonso in rosso, a Maranello lascia tanti amici e in Italia tanti tifosi. La carriera la chiuderà in Williams questo Felipe già lo sa quando firma il contratto sul finire del 2013. L’ultimo podio lo fa proprio a Monza nel 2015 davanti al suo pubblico e quando sale sul terzo gradino nessuno sembra accorgersi che non indossi più la tuta rossa. È tutto come era prima, compresi cori, applausi e urla.

 

2015 - Monza

E proprio a Monza, due anni dopo l’ultima sliding door della sua carriera: Massa annuncia il suo ritiro in conferenza stampa, tra lacrime, emozioni e applausi dei giornalisti. Lo fa in quella che sente casa sua. Poi nella gara di casa vera, in Brasile alla penultima della sua carriera, si schianta e provoca una safety car. Esce dalla macchina e torna a piedi ai box con il pubblico in delirio sulle tribune, meccanici dei team che nella sua camminata in pit lane gli danno il cinque e lo salutano e va a stringere tra le sue braccia la moglie Raffaella e il figlio Felipinho. È l’ultima corsa di casa della carriera, almeno, che sappia lui. 

2016 - Brasile

Ma l’uomo che visse due volte avrebbe potuto ritirarsi in modo “normale”? Certamente no. Nico Rosberg vince il mondiale 2016 poi decide, anche lui, di ritirarsi. In Williams lasciano libero Bottas, pilota Mercedes, e cominciano a pensare ad un sostituto per Massa. Ma di piloti più affidabili all’orizzonte non se ne vedono ed allora la pensione del brasiliano dura pochi mesi. Nel 2017 è ancora lì, con un anno di più ma sempre in forma e tiratissimo, a fare da balia a Lance Stroll. A fine stagione appenderà il casco al chiodo stavolta quasi in sordina, senza grandi proclami, abbracci, feste o saluti solenni. In fondo si era già ritirato una volta e in un modo che uno sceneggiatore di Hollywood non avrebbe saputo scrivere meglio. Di più non si poteva fare. Si poteva solo ringraziare quel quasi italiano e quasi campione del mondo dall’animo gentile e dal piede pesante: obrigado Felipe, grazie Felipe.

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