Formula 1, GP Spagna. Alfa Romeo e la storia del quadrifoglio verde

Formula 1

Simone De Luca

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Nel 1951 in Spagna con Juan Manuel Fangio l’Alfa Romeo coglie l’ultima vittoria in Formula 1 della propria storia. Una storia lunga e frammentata in cui il quadrifoglio verde ha una sua parte importante. E una sua storia curiosa che merita di essere raccontata. Una storia che torna indietro di 95 anni per un simbolo e che ha fatto sognare generazioni di appassionati di motori e della casa di Arese. Il GP di Spagna è in diretta esclusiva su SkySportF1HD canale 207. Gara live domenica alle 15.10

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Fortuna e sfortuna non esistono, diceva Enzo Ferrari. Eppure questa è una storia di buona e cattiva sorte, una storia di amicizie, piloti e nomi leggendari di vittorie e di morte. È la storia del quadrifoglio verde Alfa Romeo.

Una storia che parte da lontano, da molto lontano, da quando il mondiale di Formula 1 non esisteva, da quando le corse erano epiche, spesso tragiche, artigianali e sconfinavano nella leggenda. 

Parte da un uomo: Ugo Sivocci. Un ragazzo con la passione per il ciclismo che però, soprattutto all’epoca, non bastava per portare il pane in tavola. Serviva un lavoro vero, come quello da collaudatore di automobili. Lavoro che lui trova presso la De Vecchi Strada & C. per cui testa le auto stradali e comincia anche la carriera da pilota con i primi buoni risultati come il sesto posto alla Targa Florio del 1913. 

Arriva la guerra, la De Vecchi naviga in cattive acque e, nel 1919, viene acquisita dalla C.M.N.. Da un momento nero nasce però la nostra storia di fortuna e sfortuna prende una piega inaspettata: la fortuna, per Enzo Ferrari e Ugo Sivocci, è incontrarsi e diventare amici. Tredici anni di differenza, Ferrari appena ventenne, Sivocci oltre i trenta, e una differenza enorme nelle posizioni sociali: il milanese è affermato nel suo lavoro mentre il modenese sta cominciando a frequentare il mondo dei motori, è perennemente al verde e fatica a trovare ancora la propria via. Ma su un punto i due, che si ritrovano assieme a casa di Sivocci che offre spesso la cena all’amico, si intendono: l’amore per le corse, la velocità e la determinazione nel voler vincere. 

Cominciano a lavorare a correre insieme per la C.N.M.. Si iscrivono insieme alla Targa Florio del 1919 e partono da Milano sulle macchine con cui dovranno poi correrla. In Abruzzo, racconterà Ferrari, vengono bloccati da una tormenta e attaccati dai lupi che il giovane Enzo metterà in fuga sparando con la sua pistola. In Sicilia non va tanto meglio: Sivocci chiude solo settimo ma con la sua auto è il massimo possibile, Ferrari finisce in un corteo celebrativo per Vittorio Emanuele Orlando e arriva a Palermo quando i cronometristi se ne sono già andati. 

Risultato sportivo da dimenticare ma l’amicizia ormai è talmente solida che, quando Enzo trova un posto in Alfa Romeo, viene seguito dall’amico Ugo. 

Così i due continuano a lavorare, e a correre, insieme. Alla Parma - Berceto del 1921 Sivocci chiude secondo di categoria su un’Alfa 20-30 HP Sport. La squadra Alfa viene anche segnalata dalla stampa come quella meglio allestita e organizzata, uniformi con maglioni rosso scarlatto, macchine di un rosso brillante con i marchi della casa ben in evidenza. Decisamente di un’altra categoria rispetto alla C.N.M. da cui provenivano i due piloti.

Con il marchio del biscione, a cui nel frattempo si aggiunge Alberto Ascari, Sivocci e Ferrari conquistano i primi tre posti di categoria alla Targa Florio del 1922 vincendo anche la medaglia d’oro messa in palio dal ministero della guerra per il miglior risultato di squadra. 

Ugo Sivocci si iscrive anche al Gran Premio d’autunno che si corre a Monza il 22 ottobre. Chiude secondo. Di lui si scrive che è un pilota veloce, con una grandissima testa ma che dalla sua non ha “madama fortuna”. Eccola la fortuna che torna nella nostra storia.

Perchè Sivocci è descritto come profondamente superstizioso e per la Targa Florio del 1923, per i milleecinquanta chilometri infernali sulle Madonie della Targa Florio del 1923, vuole cambiare qualcosa. Dipinge un quadrifoglio verde sulla propria vettura. Lo fa per superstizione ma anche per far riconoscere la sua macchina da lontano alla folla che lo vede passare a bordo strada. E vince. In modo incredibile, rocambolesco, anche fortunato, ma vince. Il suo compagno di squadra Ascari, primo a 200 metri dall’arrivo rimane a piedi. I suoi meccanici lo raggiungono e riescono, perdendo parecchio tempo, a farlo ripartire ma nella confusione salgono in macchina con lui fino a tagliare il traguardo. La vittoria così non può essere convalidata. Ascari riparte, torna indietro e, stavolta da solo, si prepara a ripercorrere gli ultimi metri ma Sivocci arriva alle sue spalle lo passa e giunge per primo sulla linea finale della Targa Florio. È il colpo della vita. Una vittoria che, a 38 anni, suggella una grande carriera.

Il quadrifoglio, il suo quadrifoglio, ha attirato l’attenzione di “madama fortuna” dalla sua parte. L’Alfa Romeo però vuole vincere anche in pista a Monza nel primo Gran Premio d’Europa in programma a Monza il 9 settembre del 1923. Dall’8 agosto i quattro piloti: Ascari, Campari, Sivocci e Ferrari, testano la P1 la nuova bestia da corsa della casa del biscione.

Per la gara si decide di dipingere il quadrifoglio verde su tutte le macchine: le quattro foglie verdi in un diamante bianco con le quattro punte ad indicare i quattro piloti ufficiali. Ma Sivocci, per motivi di tempo, non ha ancora il suo sulla macchina. Lo dipingerà, pensa, prima della gara, del giorno dopo. L’8 settembre, il giorno prima del Gran Premio, nelle prove a Monza si schianta e muore.

In Alfa Romeo perdono in un istante un amico, un uomo generoso, un pilota e un campione. Le macchine vengono immediatamente ritirate dalla gara. La P1 addirittura non correrà mai più. “Madama fortuna” senza il quadrifoglio sulla carrozzeria non ha riconosciuto l’auto di Sivocci, l’ha perso di vista, gli ha voltato lo sguardo per quel poco che è bastato a scatenare la tragedia.

L’Alfa Romeo in sua memoria decide di usare quel simbolo su tutte le sue vetture da corsa e, in seguito, sulle sportive stradali. Quel simbolo però diventa un triangolo perchè ha perso una delle sue punte di diamante: quella di Ugo Sivocci. Ed è proprio la sua storia ad essere una storia di fortuna e sfortuna: la sfortuna di un talentuoso e generoso pilota e la fortuna del suo amico un pilota di medio livello capace però di fondare la Scuderia più vincente della storia del mondiale di Formula 1.

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