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24 marzo 2017

NBA, tutto pronto a L.A.: ecco la statua per Shaq

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Nella notte italiana viene inaugurata allo Staples Center la statua di Shaquille O'Neal, solo il terzo giocatore dei Lakers a ricevere tale onore. E per celebrare il n°34 gialloviola si sono dati tutti appuntamento a L.A., da Jerry West a Phil Jackson passando per Kobe Bryant

Ci saranno tutti, non dovrebbe proprio mancare nessuno: Jerry West, l’uomo che a Los Angeles lo ha voluto; Phil Jackson, il suo allenatore; e Kobe Bryant, il suo compagno di squadra più famoso ma anche il suo primo nemico. Tutti chiamati a raccolta a Los Angeles in onore di Shaquille O’Neal, che nella notte vedrà eretta all’esterno dello Staples Center la propria statua, che andrà a far compagnia ad altre leggendarie figure della storia dei Lakers: la voce storica della franchigia, Chick Hearn, la point guard dello Showtime Magic Johnson e uno dei più grandi centri della storia della lega – oltre che il miglior marcatore di tutti i tempi – Kareem Abdul-Jabbar. “Sarà un momento surreale – le parole di un emozionato O’Neal alla vigilia dell’evento – e anche un po’ inatteso. Resto convinto che ci fossero almeno un paio di altri giocatori che si sarebbero meritati una statua prima di me, gente come ‘Big Game’ James (Worth) o Wilt Chamberlain, ma anche per questo non posso dirmi che onorato di ricevere tale riconoscimento”. Un sentimento che il centro n°34 dei Lakers degli anni Duemila ha voluto condividere anche su Twitter, usando l’hashtag #speechless (senza parole) nel messaggio con cui ha voluto esprimere tutto il suo ringraziamento per la famiglia Buss, proprietaria dei Lakers, ieri con il Dr. Jerry (ora defunto) e oggi con la figlia Jeanie. 

Buss & West, i due Jerry – “Avrei voluto che Dr. Jerry Buss fosse ancora qui con noi, specialmente il giorno del mio ingresso nella Hall of Fame”, ha fatto sapere O’Neal, dimostrando tutto il suo attaccamento alla famiglia simbolo della franchigia gialloviola. Non ci potrà essere Dr. Buss, ma non mancherà Jerry West, che da GM dei Lakers nell’estate del 1996 sentiva di avere poche speranze di poter portare O’Neal – in uscita dagli Orlando Magic – a Los Angeles. Invece fu capace di toccare i tasti giusti: “Lo convinsi vendendogli la cultura del successo e le vittorie di questa organizzazione”, racconta “Mr. Logo”, oggi consulente per i Golden State Warriors. “Il suo sì è uno dei momenti che mi hanno reso più orgoglioso in tutta la mia vita”.

Odio&amore: Kobe Bryant – Ad aumentare ancora di più l’attesa per la serata dedicata a Shaquille O’Neal è l’annunciata presenza del suo ex compagno – ma anche principale nemico – Kobe Bryant: “Per niente al mondo avrei perso  l’occasione di poterlo ringraziare un’ennesima volta e riconoscergli tutto il merito che ha avuto e continua ad avere per i Lakers come organizzazione, per la citta di Los Angeles e anche per me stesso”. La storia del rapporto tra i due è ben documentata, soprattutto negli anni trascorsi assieme indossando la maglia gialloviola ma Bryant ha svelato anche dettagli del loro primo incontro (“io avevo solo 16 anni, mi ricordo che la sua mano era grande come tutto il mio braccio”) e dell’ultimo, avvenuto via Facetime proprio per celebrare la notizia che Shaq sarebbe stato titolare di una statua fuori dallo Staples Center: “La nostra casa che io ho aiutato a costruire [come si dice tradizionalmente di Babe Ruth e del vecchio Yankee Stadium, ndr]. Mi ricordo un dirigente di AEG – l’azienda proprietaria dello Staples – che alla cerimonia di inaugurazione, nel 2000, venne a dirmi che un giorno avrei avuto una statua proprio di fronte al palazzetto”, ricorda con perfetto tempismo O’Neal. 

 

Vittorie e litigi – “Quando sono arrivato a Los Angeles tutto quello che volevo era vincere un titolo. Raggiunto l’obiettivo, ho sentito tutti dire che non ne avremmo mai vinto un secondo…”. Non fu così ovviamente, con i Lakers capaci di dominare la lega per un triennio, dal 2000 al 2002, e poi ancora a un passo dal titolo nel 2004. Il merito – dice oggi proprio Bryant – è da attribuire in gran parte proprio a O’Neal, “con cui ho vinto tanto e costruito assieme la nostra legacy qui ai Lakers. Da lui ho imparato tantissimo, mi ha aiutato, è stato un grande leader, uno di quelli che sanno come alternare una pacca di consolazione a un duro rimprovero”. Peccato che lo stesso Bryant sia l’uomo che – durante il discorso di ingresso alla Hall of Fame – O’Neal ha (non troppo) scherzosamente accusato di averlo fatto fuori da L.A., desideroso di essere l’unica superstar della squadra. “In realtà ero io che stavo contemplando di lasciare i Lakers – racconta oggi Kobe – ma quando lui dichiarò di voler essere ceduto ho capito che allora sarei rimasto: la famiglia Buss non avrebbe perso me e lui in una sola estate”. L’ultima parola al riguardo spetta ancora a Shaq, che ovviamente la racconta in maniera diversa: “Fu una questione semplicemente economica. Mi chiamò Dr. Buss e mi disse che non potevano confermarmi alle cifre che avrei voluto. E io – da genio del marketing quale sono – scelsi di farla sembrare qualcosa di diverso”. Com’è come non è, nell’estate del 2004 le strade di O’Neal e dei Lakers si separano. Fino a questa notte, però, quando una statua di quasi tre metri ricorderà per sempre successi e vittorie in maglia gialloviola di uno dei più grandi centri di tutti i tempi. 

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