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27 maggio 2017

NBA, i dubbi e le scelte da fare nel futuro dei Boston Celtics

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I Boston Celtics sono ai piedi del podio al termine della stagione NBA e pronti a in dubbio su come sfruttare la prima scelta assoluta al prossimo draft, un'occasione unica per provare a colmare la distanza da Warriors e Cavaliers. Cosa fare, scegliere o scambiare?

Toronto Raptors, Utah Jazz, Houston Rockets, Washington Wizards, San Antonio Spurs. Tutte scivolate via via fuori dalla corsa playoff e ritrovatesi dopo poche ore a fare i conti con decisioni non facili che peseranno non poco sul futuro di franchigie arrivate a un passo dal vertice e che, dopo aver dimostrato a vario titolo di far parte con merito dell’élite NBA, sono ancora distanti dall’eccellenza rappresentata dai Golden State Warriors e dai Cleveland Cavaliers. I Boston Celtics invece, sono un caso a parte. Una combinazione unica di circostanze infatti ha permesso ai bianco-verdi grazie all’intuizione di Danny Ainge di potersi permettere il lusso di giocare per l’accesso alle Finals NBA, mentre a perdere per loro pensavano i Brooklyn Nets, sciagurati in quell’estate 2013 quando decisero di svendere il proprio futuro per accaparrarsi Kevin Garnett, Paul Pierce e Jason Terry - un supporting cast che fallì la scalata al titolo nelle due post-season seguenti. “Oggi gli dei del basket sorridono ai Brooklyn Nets”, commentò Mikhail Prokhorov quel giorno, non immaginando quanto grottesche suonino a distanza di anni quelle parole che hanno in realtà segnato l’inizio della fine dei newyorchesi. Al netto dei rimpianti dei Nets, ciò che resta quindi ai Celtics è una solida struttura tecnica, un allenatore giovane e capace con un progetto ben chiaro e soprattutto tante scelte ghiotte (tra cui la prima del prossimo draft) per provare a fare l’ultimo e decisivo passo. La domanda che tutti però si pongono è: il miglior prospetto collegiale a disposizione permetterà a Boston di colmare il gap con le prime due?

Scegliere di non scegliere

Una prima scelta assoluta al draft è merce rara, utile in tempi di massimo salariale e allo stesso tempo la sorgente a cui provare ad abbeverarsi per ritrovare la forza necessaria per riprendere la scalata. Indispensabile per chi deve ricostruire da zero, ma funzionale anche per una squadra che ha bisogno di un impatto immediato? Una squadra che ha faticato a trovare un go to guy a cui affidarsi (vista l’assenza di Isaiah Thomas), crede di poterlo raccattare il prossimo 22 giugno dopo il primo arrivo sul palco di Adam Silver? C’è poi da considerare un altro importante aspetto: scambiare una scelta del genere prima di sfruttarla ha tutt’altra attrattiva rispetto all’associare un nome a quella merce di scambio. A tal proposito il caso Jaylen Brown è illuminante: quanto è attraente una terza scelta assoluta? Tanto, verrebbe da dire. Quanto stuzzica la fantasia delle squadre la possibilità di scegliere così in alto (a quota Michael Jordan per intenderci), potendo disporre per anni di un giocatore che può germogliare in futuro e a basso impatto salariale? Sembra davvero un’occasione da non perdere. Ecco, adesso immaginate invece di scambiare Jaylen Brown (nulla contro di lui, che ha già mostrato aspetti molto interessanti sul parquet): l’appeal è totalmente diverso, perché non sempre c’è un LeBron James a disposizione e soprattutto perché non si può chiedere a un ragazzo di 20 anni di essere pronto da subito a un palcoscenico del genere. Questa infatti è la preoccupazione maggiore della dirigenza dei Celtics, che negli ultimi tre anni ha creato le solide basi alle quali manca un giocatore determinante, decisivo. Uno di quelli che è difficile trovare pronti per l’uso al draft. Scegliere di non scegliere potrebbe essere dunque l’unica alternativa.

Il ko decisivo contro Cleveland in gara-5

Da Butler a Butler

Un’opzione in realtà scartata dalla dirigenza dei bianco-verdi lo scorso febbraio, quando l’insistente corte fatta ai Chicago Bulls di Jimmy Butler ha poi portato a un nulla di fatto. Lui, Paul George o Gordon Hayward infatti avrebbero davvero fatto comodo contro i Cavaliers in questi playoff, sia in attacco che in difesa. Giocatori che il salary cap dei Celtics è pronto ad accogliere, visto che a parte i 27 milioni di dollari garantiti ad Al Horford, tutto il resto del roster occupa davvero poco spazio, con quei 6 milioni da versare a Isaiah Thomas che sono il vero affare da sfruttare (prima di un rinnovo necessario a cifre faraoniche). Le condizioni sono ideali per andare all-in nella prossima stagione e provare a strappare un sì a giocatori raggiungibili sia via trade che attraverso la free agency, anche a costo di dover rinunciare non solo a questa scelta, ma anche a quella del 2018 sempre dei Nets (sì, quello di Brooklyn è stato un vero e proprio suicidio). Butler è già un All-Star fatto e finito a cui è mancato a Chicago un ambiente che gli permetta di essere decisivo; George sta iniziando a perdere quota come i suoi Pacers e sarebbe ben disposto ad andare a caccia di motivazioni e finali di conference a Boston; Hayward, idolo in casa Jazz, è legato a coach Stevens dal passato comune trascorso al college a Butler. I Celtics però, come ci ricorda Flavio Tranquillo, devono porsi un ennesimo interrogativo (sì, chi cercava risposte rimarrà un po' deluso da un articolo pieno zeppo di punti interrogativi): basta un acquisto di questo livello per vincere contro LeBron James? Ne vale la pena a livello tecnico, oppure a quel punto meglio puntare sulle proprie scelte e continuare ad aspettare che il tempo costringa il Re ad abdicare?  

La "lunga estate calda dei Boston Celtics" secondo Flavio Tranquillo

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