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31 maggio 2017

NBA Finals, la dinastia individuale di LeBron James

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Al pari dei Boston Celtics negli anni ’60 e ’80, i Lakers dello Showtime, i Bulls di Jordan e i San Antonio Spurs di Gregg Popovich, LeBron James è la prima dinastia individuale della NBA. Nella Eastern Conference giocare assieme a lui o contro fa tutta la differenza del mondo: quella tra il successo e la sconfitta

“Il basket è un gioco semplice: dieci giocatori palleggiano per 48 minuti sul parquet e alla fine vince LeBron James”. Mutuare le parole di Gary Lineker riguardo il peso della nazionale tedesca nel calcio serve a rendere l’idea del senso di scoramento e di frustrazione con cui tutte le squadre della Eastern Conference si ritrovano a fare i conti ogni volta che da fine aprile in poi incrociano lungo il proprio cammino playoff il numero 23 dei Cavaliers. “È davvero frustrante continuare a perdere contro la stessa squadra o la stessa persona. È scoraggiante”, raccontava neanche un mese Paul George dopo essere andato a sbattere nuovamente contro la sua nemesi, travolto con i suoi Pacers per 4-0 nel primo turno della post-season. Nessuno infatti sembra poter sfuggire alla legge di James, giunto per il settimo anno consecutivo in finale NBA: “Ho giocato contro tutte le squadre della Eastern Conference ai playoff, eccetto contro le due di cui ho indossato la maglia. Non è di certo una sorpresa per me averne battute così tante”. Orlando Magic a parte infatti, vincitori al termine delle finali di conference del 2009 e mai più affrontati, il tre volte campione NBA ha spazzato via almeno una volta tutte le altre dodici franchigie capitate sotto le sue grinfie in questo lungo decennio di dominio. Otto finali NBA in undici anni non si vedevano dai tempi dei Boston Celtics di Bill Russell; un’altra epoca e soprattutto un altro basket, ma le logiche della lega più competitiva del mondo sembrano non funzionare quando si tratta di James. 

2011-2017: l’impero del Re

L’ultima gara di finale senza lui in campo infatti risale al 17 giugno 2010: John Wall non era ancora stato scelto, così come DeMarcus Cousins, Paul George o Gordon Hayward. Era la lega di Bryant, Garnett, Allen e Pierce, con i soli Pau Gasol e Rajon Rondo tra i titolari di quella sfida a tenere alta la bandiera dei “sopravvissuti” all’impero del Re. I record che il numero 23 ha messo a referto nelle ultime stagioni sono impressionanti, con l’ultima ciliegina messa sulla torta delle milestone grazie ai 35 punti realizzati in gara-5 contro Boston che gli hanno permesso di superare Michael Jordan, collocandosi così al primo posto tra i migliori marcatore della storia playoff. La lista è infinita anche quando si parla di Finals: al 9° posto ogni epoca per rimbalzi catturati, 2° per rimbalzi difensivi (ai tempi di Russell e Chamberlain non venivano ancora registrata la distinzione), 5° per assist, 2° per rubate, 8° per minuti, 8° per canestri realizzati, 2° per triple doppie. Tutto senza tenere conto delle prossime partite ormai alle porte. Inutile sottolineare quindi come nessun’altro nome sia così ricorrente nelle varie categorie: “È un’enorme soddisfazione per me poter guardare al mio passato e dire: ‘Ho disputato tre finali NBA consecutive, e poi quattro, cinque, sei o quante saranno alla fine’. Se si parla di longevità e della capacità di mantenersi su alti livelli per così tanto tempo, questo è un fattore decisivo per la mia legacy. Devo solo ritenermi fortunato per essere stato in grado di raggiungere questi traguardi e di aver giocato per due squadre con le quali sono arrivato quattro volte in finale. L’orgoglio è quello di essere costantemente sul palcoscenico più importante del mondo del basket”.

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La franchigia più vincente della Eastern Conference

Fortuna soprattutto per chi ha avuto l’opportunità di sfruttarne in campo le capacità, visto che assieme a lui negli ultimi sette anni hanno fatto avanti e indietro lungo la costa est decine di vittorie, in un ping pong emblematico in cui la colonna delle sconfitte iniziava a gonfiarsi in maniera proporzionale rispetto al numero di valigie che James preparava tra un trasloco e l’altro. Lo sanno molto bene a Cleveland, dove negli ultimi 19 anni non sono riusciti a disputare una singola partita di playoff senza James, guidati invece a quattro finali NBA nelle dieci stagioni con lui. Dopo l’addio nel 2010, arrivato al termine di una regular season da 61 vittorie, i Cavaliers hanno impiegato ben tre anni per metterne assieme così tante, precipitati a quota 19 vittorie l’anno successivo togliendo soltanto lui e Zydrunas Ilgauskas da quel roster. Con tutto il rispetto per il lungo lituano numero 11, quell’esodo di successi era palesemente dovuto alla dipartita del Re. James infatti è a tutti gli effetti la franchigia più vincente dell’ultimo decennio a Est: con lui in campo in questi playoff il Net Rating dei suoi Cavs è +20.1 (meglio degli Warriors, arrivati in regular season a +12.1); senza precipita a -6.2, peggio di quanto fatto registrare dai Brooklyn Nets. I campioni NBA in carica senza di lui sono meno efficaci della squadra con il peggior record NBA – difficile trovare una dimensione più emblematica per descriverne l’impatto.

Partire sfavoriti non è un problema

Giocare le finali contro una squadra che in tre anni ha vinto 207 partite però, cambia il metro di giudizio rispetto a quello che lo attende nelle prossime settimane: “È probabilmente la sfida più difficile della mia carriera. Ho già giocato contro quattro Hall Of Famer in finale, quando mi sono ritrovato davanti Manu Ginobili, Kawhi Leonard, Tony Parker e Tim Duncan, guidati da un quinto fenomeno come Gregg Popovich in panchina. Sarà uno stimolo enorme, mi spingeranno certamente al limite. Gli Warriors sono una squadra dall’immensa potenza di fuoco, paragonabile ai Celtics di Ray Allen, Kevin Garnett, Paul Pierce, Rajon Rondo e Doc Rivers. Sarà una sfida gigantesca, non solo a livello mentale”. A dispetto del dominio lungo la sua costa, per James saranno le seste finali su otto disputate in cui i bookmakers considerano gli avversari migliori rispetto a lui. Essere sfavorito però, non sembra preoccupare molto James, anche perché l’unica volta che il pronostico pendeva dalla sua parte, i suoi Heat sono miseramente naufragati contro i Dallas Mavericks. “Gioco soltanto a blackjack quando vado a Las Vegas; mi importa poco del resto”, scherza James, provando a schivare la provocazione dei cronisti. “Sono molto fiducioso riguardo le nostre possibilità di successo. Molto positivo”. Quello che attende il numero 23 è il compimento della prima trilogia della storia NBA, in cui molti tasselli però sono cambiati negli ultimi 12 mesi: “Siamo due squadre migliori rispetto a quelle dello scorso anno. Cosa significa? Non posso di certo saperlo adesso. Entrambe le squadre hanno aggiunto dei pezzi fondamentali per migliorare il proprio assetto difensivo e offensivo”. I temi tattici sono innumerevoli, così come l’enorme punto interrogativo che rende insonni le serata di coach Tyronn Lue: chi marca Kevin Durant? Domande a cui cercherà di dare una risposta, mantenendo il solito equilibrio. “Affrontare una sfida del genere ti porta ad avere delle oscillazioni enormi d’umore – chiosa James -, passando dall’euforia allo scoramento in poche ore, ma la qualità migliore di Lue è quella di mantenere la calma, senza preoccuparsi troppo della difficoltà sfide che deve affrontare”. In fondo, se le cose si mettono male, ci pensa LeBron.

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