23 settembre 2017

NBA: Golden State, si riparte. E Curry sottolinea: “Non andremo da Trump”

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Il Media Day dei campioni NBA in carica ha ufficialmente aperto la stagione, con tante conferme in casa Warriors e qualche volto nuovo: "Abbiamo lo stesso gruppo dello scorso anno: sarà ancora più facile per noi fare bene"

La speranza delle avversarie, a tre mesi di distanza dal secondo titolo in tre anni, era quella di non rivedere tutti gli stessi dodici volti sfilare davanti all’obiettivo dei fotografi con indosso la divisa dei Golden State Warriors per il Media Day della stagione 2017-18. Con i rinnovi di Durant e Curry a pesare sul groppone, quelli di Livingstone e Iguodala (una storia meravigliosa) sembravano molto più improbabili e sfuggenti a giugno, ma sono in poche settimane diventate delle conferme quasi scontate. “Non è una cosa che accade così di frequente; dobbiamo ringraziare Bob per il grande lavoro”, ha sottolineato Draymond Green a inizio intervista, ringraziando il GM Myers per non aver rinunciato a nessuno dei componenti della cavalcata della passata stagione. Non solo conferme, ma anche nuovi innesti, con Nick Young come nome più ricorrente tra tutti quelli pronunciati dai cronisti presenti: “Credo che la sua personalità si inserisca al meglio nel nostro contesto – racconta Kevin Durant -, dovrà semplicemente essere ciò che è sempre stato su un parquet NBA. Portare la sua carica di energia, una vera e propria scarica di adrenalina per la squadra. È sempre stato così ogni volta che ho avuto a che fare con lui e averlo con noi in questa stagione sarà un piacere. So bene che il suo gioco dovrà cambiare per inserirsi nel nostro contesto, ma aggiungere una pedina che sa tirare, segnare e creare anche per i compagni è un vantaggio per tutti noi”.

Coach Kerr: “Quest’anno faremo meglio della scorsa stagione”

Lo si diceva già lo scorso anno e, nonostante l’anello che tutti metteranno al dito il prossimo 17 ottobre prima del match contro gli Houston Rockets, il dubbio più grande resta la gestione dei possessi e delle responsabilità di una squadra che sulla carta continua a non avere rivali: “Nessun problema, perché nel modo in cui giochiamo tutti toccano il pallone di continuo – commenta Steph Curry, in parte seccato da una sterile polemica, ma unico appiglio per provare a trovare un difetto a questa corazzata. “Steve è stato un mago in questo, nel metterci assieme facendoci capire in maniera chiara quello che dobbiamo fare sul parquet. Abbiamo un roster pieno zeppo di I.Q. cestistico e nessuno è geloso dell’altro: nessuno ne fa un dramma se una partita prende un solo tiro e quella successiva ne tenta 15. L’importante per tutti è solo e soltanto vincere”. Come motivare quindi un gruppo che sembra (se possibile) meglio dello scorso anno? “Credo che riusciremo a essere ancora più forti – racconta convinto coach Kerr -. Siamo molto profondi come roster, e come ho più volte sottolineato, sarà fondamentale la continuità. Siamo rodati e abbiamo mantenuto lo stesso gruppo, ma ovviamente la sfida e la competizione sono necessarie. Davvero poche squadre nella storia del Gioco sono riuscite a conquistare le Finals NBA per quattro stagioni consecutive e la ragione è presto detta: è una lunghissima cavalcata, che richiede calma ed equilibrio. È questo quello che dobbiamo riuscire a raggiungere”.

Curry: “Niente Casa Bianca: vogliamo lanciare un segnale

A conquistare il maggior numero di titoli però sono state le dichiarazioni rilasciate da Steph Curry riguardo quanto era già trapelato nelle ore successive al titolo: i Golden State Warriors infatti hanno deciso di non andare alla Casa Bianca da Donald Trump a presenziare alla cerimonia di rito a cui tutti i campioni NBA partecipano quando sono di passaggio a Washington: “Abbiamo deciso di non partecipare alla cerimonia con il nostro presidente per ciò che lui è, per le cose che ha detto e soprattutto per quelle che ha deciso di non pronunciare. Per questo non andremo alla cerimonia. Potremo parlare a lungo di tutti gli sportivi che hanno provato a loro modo a lanciare un segnale, un messaggio. Da Kaepernick a ciò che è accaduto a Michael Bennet, tutti hanno provato a scuotere questa nazione. E anche noi vogliamo farlo utilizzando la nostra piattaforma, la cassa di risonanza che abbiamo a disposizione. Questo è il motivo per cui abbiamo fatto questa scelta; sono consapevole del fatto che non andando alla Casa Bianca non ci saranno miracolosamente degli effetti benefici per il mondo, ma questo è il modo che abbiamo per far sentire la nostra voce”.

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