25 ottobre 2017

NBA, Bucks-Celtics si gioca a The Mecca: la storia dell'opera d'arte diventata parquet

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Conosciuto come “the floor that made Milwaukee famous” — il campo che ha reso famosa Milwaukee — il parquet dipinto da Robert Indiana nel 1977 torna per una sola gara a far da sfondo alle imprese dei Bucks. Ecco la storia della più grande opera di Pop Art mai realizzata

Una delle più grandi opere d’arte pop mai create — si parla di 650 metri quadrati — firmata da un artista leggendario, Robert Indiana, tra i grandi di quella Pop Art che da Andy Warhol in giù ha contraddistinto un’epoca storica, negli Stati Uniti e nel mondo intero. Questo è stato — prima ancora che il parquet dei Milwaukee Bucks per un intero decennio, dal 1977 al 1988 — The MECCA [nessun riferimento al luogo di culto islamico, semplicemente l’acronimo per Milwaukee Exposition Convention Center and Arena, ndr], il campo di casa che ha reso celebre la franchigia del Wisconsin in tutta America. “Avevamo il parquet più bello di tutta la lega, dipinto da un artista estremamente famoso. Non era a New York, non era a Los Angeles: ce l’avevamo noi, qui, a Milwaukee”, il racconto orgoglioso di un tifoso. Un orgoglio mai sopito, se è vero che giovedì — in occasione della gara interna contro i Boston Celtics — quel parquet rivedrà la luce per un’unica, imperdibile occasione. Come parte delle celebrazioni per il 50° anniversario della franchigia, infatti, i Bucks hanno scelto di disputare la gara contro i loro rivali più storici, i Celtics, nel vecchio campo di casa, quella Milwaukee Arena che oggi si chiama UW Milwaukee Panther Arena e che tra fine anni ’70 e gli ’80 era da tutti conosciuta come The MECCA. Nonostante la struttura sia notevolmente più piccola del Bradley Center attualmente utilizzato dai Bucks (8.000 posti in meno), il salto nel passato promesso ai tifosi di Milwaukee doveva essere completo e così, oltre a giocare nella vecchia arena, si è scelto anche di procedere alla costruzione di una replica perfettamente identica al celebre parquet coloratissimo disegnato da Robert Indiana. 

Chi è Robert Indiana

Nato a New Castle, che dell’Indiana è forse non a caso anche la sede della locale Hall of Fame — in uno stato che si considera la vera culla del basket — Robert Clark scelse di assumere come cognome quello di Indiana proprio in omaggio al suo stato natale. Formatosi all’Istituto d’Arte di Chicago e poi a Edinburgo, a metà anni ’50 scelse di stabilirsi a New York, dove entrò presto in contatto con tutta la nascente scena artistica della pop art. è ancora oggi famosissimo per alcune immagini molto iconiche nella loro semplicità, come la scritta LOVE (disposta in un quadrato, due lettere sopra, due sotto e la O inclinata) o quelle EAT (mangiare) e HUG (abbracciare). Sua anche una famosa serie sui numeri, ma i tifosi di basket di tutto il mondo lo conoscono soprattutto per aver accettato di dipingere il parquet dei Milwaukee Bucks — rendendolo, di fatto, un’opera d’arte — nel 1977, un anno prima che l’artista scegliesse di abbandonare New York City e rifugiarsi nell’isola di Vinalhaven, dove tuttora vive, quasi novantenne, nel Maine. Il lavoro gli venne commissionato allora direttamente dalla città di Milwaukee e non senza qualche polemica, visto il costo dell’opera, 27.500 dollari del tempo: “Con quei soldi avremmo potuto dipingerci la Cappella Sistina”, fu il commento di un editorialista del quotidiano cittadino, il Milwaukee Journal Sentinel.

Un parquet unico

Dipinto principalmente di giallo (“Così accecante che all’inizio pensavo dovessimo giocare con gli occhiali da sole”, disse Don Nelson, l’allora allenatore dei Bucks), riportava una doppia scritta MECCA attorno al cerchio di centrocampo e vedeva due grosse M (quelle di Milwaukee) dipinte in maniera speculare sul campo, giallo su giallo, lasciando soltanto le aree dei tre secondi a distinguersi per il loro colore rosso. Come per un vero e proprio quadro o scultura, Indiana scelse anche di firmare la propria opera, e lo fece vicino a una delle due linee di fondo. Il parquet originale — soggetto anche di un documentario di ESPN 30 for 30 — è oggi custodito in un magazzino dell’area metropolitana di Milwaukee e appartiene curiosamente al nipote del proprietario dell’azienda (la Prostar) che si è occupata della costruzione del nuovo parquet, replicato in tutto e per tutto identico al vecchio. Una costruzione avvenuta soltanto dopo aver ricevuto parere positivo dalla Artist Rights Society e dalla Morgan Art Foundation, le due associazioni che oggi detengono i diritti sulle opere di Indiana. 

Il ballottaggio a due

Non era stato chiaro fin dal principio che a disegnare il parquet dei Bucks nel 1977 dovesse essere proprio Robert Indiana. Una prima lista di dieci artisti venne infatti ridotta a due, ma la scelta in un primo momento premiò Victor Vasarely, uno dei leader del movimento conosciuto come Op Art. Il nome stesso — Op da Optical — suggerisce come le opere giocassero spesso a creare illusioni ottiche, motivo per cui alla fine si scelse di commissionare il lavoro al secondo finalista, ovvero Robert Indiana, il cui stile geometrico e lineare si adattava meglio alle esigenze della squadra ma anche a quelle televisive e della NBA. Scelto l’artista, i tifosi e l’intera città di Milwaukee dovettero però attendere la gara di esordio per scoprire le particolarità del parquet, perché Indiana impose massimo riserbo sul suo lavoro, fatto conoscere al mondo soltanto il giorno dell’inaugurazione pubblica. La prima gara disputata sul suo parquet è un Milwaukee Bucks-Los Angeles Lakers andata in scena il 18 ottobre 1977 e tra gli avversari — anche se non della partita quella sera — quel Kareem Abdul-Jabbar che insieme a Oscar Robertson nel 1971 era stato il principale artefice dell’unico titolo NBA della franchigia del Wisconsin: “Conoscevo Indiana come artista — le sue parole — e avevo letto del progetto di affidargli la realizzazione del campo. Mi piaceva l’idea, ma alla fine colori o non colori non cambiava mica il modo in cui noi giocavamo a basket”, il suo laconico commento all’epoca. 

I successi dei Bucks

Il ricordo di The MECCA è ancora per molti tifosi dei Bucks un ricordo piacevole anche per via dell’ottimo periodo che la franchigia attraversò in quegli anni. Proprio a partire dalla stagione 1977-78, infatti, i Bucks infilarono una serie di 13 apparizioni ai playoff nei successivi 14 anni, di cui 12 consecutive, raggiungendo tre volte in quattro stagioni la finale di conference dal 1983 al 1986. Erano le squadre di Marques Johnson prima e di Sidney Moncrief poi, ma anche di Paul Pressey e poi di Ricky Pierce. Se la prima partita a The MECCA è del 1968 (dal 1977 venne adottato il nuovo parquet colorato) per l’ultima bisogna andare alla stagione 1987-88, a chiusura di un ventennio i cui successi sono testimoniati dal record complessivo della squadra (582 vittorie, 209 sconfitte) ma anche dalle 16 apparizioni complessive ai playoff e dai 12 titoli divisionali vinti, più ovviamente il trionfo del 1971 per l’unico anello mai vinto dalla franchigia.

La continuità col passato

Vincenti in quel lontano 1971, i Bucks tornano proprio oggi ad avere ambizioni importanti, grazie all’ascesa di Giannis Antetokounmpo e a una squadra che punta a confermarsi ai playoff ma non nasconde la volontà di far meglio dello scorso anno. Nell’anno in cui la franchigia celebra il 50° anniversario della sua fondazione, la continuità con il passato a Milwaukee vuole essere assicurata da risultati vincenti ma anche da eventi come la sfida del 26 ottobre contro i Boston Celtics (una delle franchigie originarie, e quindi storiche, della NBA). Così, oltre all’arena speciale e al ritorno a The MECCA, si è pensato di realizzare anchedelle maglie ad hoc, inauguando le classic edition delle nuove divise dei Bucks. A presentarle ufficialmente è stato chiamato Jon McGlocklin, uno dei giocatori in campo nel season opener del campionato 1968-69, che ha fatto da testimonial per le divise (sostanzialmente identiche a quelle originali) realizzate però mezzo secolo dopo, e che vedranno Antetokounmpo e soci cercare di rendere onore nel miglior modo possibile a un passato importante e vincente. Magari con la benedizione, dalla sua villa nell’isola in Maine, di Robert Indiana stesso. 

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