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DeMarcus Cousins, che ritorno a Sacramento: "Se me ne fossi andato prima..."

NBA

Il grande ex ha dominato la partita sul campo che era stato suo a Sacramento, chiudendo con 41 punti e 23 rimbalzi: "Ero molto nervoso, ma alla fine sono stati sei anni bellissimi. L'unico rimpianto? Avrei dovuto andarmene prima quando ne ho avuto l'opportunità"

Il primo ritorno di DeMarcus Cousins a Sacramento non poteva essere una partita come tutte le altre. Lo sapeva lui, lo sapevano i suoi compagni, lo sapevano i suoi amici e parenti (ben 125 divisi in due suite, secondo quanto raccontato) e lo sapevano i suoi avversari. Lo sapevano soprattutto i suoi ex tifosi, che gli hanno tributato una standing ovation sia al momento della presentazione dei quintetti che dopo il video celebrativo dei suoi sei anni e mezzo in maglia Kings, con particolare risalto al suo impegno extra-campo nella comunità di Sacramento. Eppure i suoi rapporti all’interno della franchigia sono stati per lunghi tratti burrascosi, pagando un atteggiamento sbagliato nei confronti di dirigenza, allenatori e compagni, e un temperamento irascibile che hanno portato il front office guidato da Vlade Divac a decidere di farne a meno in corrispondenza della pausa per l’All-Star Game, cedendolo ai New Orleans Pelicans per ricominciare da capo. Inevitabile allora che Cousins si fosse segnato la data sul suo personalissimo calendario: nonostante il nervosismo prima della gara, Cousins ha dominato a piacimento i suoi ex avversari chiudendo con 41 punti e 23 rimbalzi, trascinando i suoi alla vittoria in rimonta dopo essere andati sotto anche di 19 punti a inizio terzo quarto. Prima e dopo la partita, entrambe le parti in causa sono tornate su quell’addio e sul periodo passato insieme, definito comunque come “bellissimo” sia dalla squadra che dal giocatore: “Ci sono state un sacco di situazioni in cui mi sono detto ‘Perché non hai fatto le cose in un certo modo?’ e tante altre in cui sono stato una vittima” ha dichiarato Cousins a Marc Spears di The Undefeated in un pezzo pubblicato prima della partita. “Ma alla fine, tirando una riga, ricade tutto su di me: il mio più grande rimpianto è non essermene andato quando ne ho avuto l’opportunità. L’ho avuta, ma non l’ho fatto”.

La trade mai consumata e il voto di fiducia

Cousins fa riferimento all’estate del 2015, quando i suoi agenti avevano detto a Divac che il loro cliente avrebbe voluto essere scambiato ai Los Angeles Lakers, o in alternativa era disponibile a trovare altre soluzioni. L’alternativa è che avrebbe reso impossibile il rapporto (mai idilliaco) con coach George Karl o avrebbe richiesto pubblicamente uno scambio. Alla fine, però, lo stesso “Boogie” decise di andare contro i suggerimenti dei suoi agenti: “Ho voluto dare una chance ai Kings perché i miei rappresentanti mi avevano detto che non sarei dovuto restare. Si può dire che io sia stato fin troppo cocciuto e leale nei confronti della franchigia, ma volevo davvero che le cose funzionassero”. Le cose, però, non hanno funzionato nell’anno e mezzo successivo, che ha portato all’allontanamento di Karl e all’ennesimo mancato approdo ai playoff nonostante gli sforzi estivi. I Kings sembravano potessero giocarsi un posto fino a metà della scorsa stagione, pur dovendo sempre fare i conti con la disfunzionalità che ha contraddistinto la franchigia, ma alla pausa per l’All-Star Game Divac ha deciso di chiudere l’era Cousins cedendolo a New Orleans in cambio di Buddy Hield, Tyreke Evans, Langston Galloway, una scelta al primo giro (poi diventata De’Aaron Fox dopo un giro con Philadelphia) e una seconda al Draft. La vera notizia, però, è che quella trade era arrivata come un fulmine a ciel sereno – almeno per Cousins.

Quella mancata estensione di contratto…

Secondo quanto dichiarato da “Boogie”, una settimana prima della pausa Divac aveva acconsentito a concedere a Cousins l’estensione al “super” massimo salariale da 200 milioni di dollari a partire dall’estate del 2018, rendendolo di fatto il giocatore più importante della storia della franchigia. La leggenda del basket jugoslavo ha negato di aver promesso alcunché, ma ha ammesso che c’erano state delle discussioni a riguardo: “Ne abbiamo parlato, ma senza nessuna promessa. Avevo due opzioni: fare la trade o fare l’estensione. Loro erano per l’estensione, e se fosse rimasto l’avremmo fatta di sicuro [pur di non perderlo]. A me lui piace come persona, un grande talento e gli auguro il meglio, ma adesso è finita”. Cousins ha ricevuto la notizia dello scambio dal capo delle comunicazioni dei Kings dopo la fine dell’All-Star Game, cosa che ha avuto un brutto effetto sul suo ricordo di Divac e di Ranadivé – anche più delle promesse non mantenute, definendosi uno “stupido” per aver provato a essere leale nei confronti dei Kings e non essersi ricordato che la NBA, prima di ogni altra cosa, è un business: “Questo però non cambia il modo in cui sono fatto: vivo ancora secondo quel codice” ha concluso Cousins. “Bisogna solo imparare a separare il business e la vita personale. Quello che è successo mi ha insegnato una lezione”.

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