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NBA, la rinascita di D’Angelo Russell: a Brooklyn sono “D’Angerous Times”

NBA

Francesco Andrianopoli (in collaborazione con “l’Ultimo Uomo”)

Dopo due anni difficili a Los Angeles, la seconda scelta del Draft 2015 ha cominciato il suo percorso di rinascita dai Brooklyn Nets – ed è pronto al salto di qualità

Il 9 aprile 2017 lo Staples Center di Los Angeles vede i Lakers affrontare i Minnesota Timberwolves, e l’atmosfera al palazzetto è, per una volta, positiva: Phoenix ha appena battuto Dallas in casa, e con ciò i gialloviola possono “vantare” il penultimo record della lega, che permetterebbe loro una buona probabilità di vincere uno dei tre posti in Lottery, e di conseguenza  conservare la propria prima scelta (che altrimenti, dal quarto posto in avanti, verrebbe automaticamente ceduta agli Orlando Magic).

L’atmosfera non è altrettanto gioiosa in casa di D’Angelo Russell, che ha appena ricevuto la notizia della morte di sua nonna, cui era particolarmente affezionato: dopo aver inutilmente cercato un volo dell’ultimo minuto per rientrare a Louisville, si rassegna a dover giocare la gara, e scende in campo insieme ai compagni.

La partita non è particolarmente entusiasmante: i Lakers, che vengono da tre vittorie consecutive, sembrano poter scappare via nel secondo quarto, ma nel terzo e quarto periodo Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins fanno quello che vogliono, e i padroni di casa riescono a stento a tenere il risultato in equilibrio.

Si arriva all’ultima azione della partita con L.A. sotto di due e palla in mano; l’ultimo tiro è una tripla dall’angolo di Metta World Peace, che esita per un paio di attimi e scaglia una pallonata di rara bruttezza, danneggiando la parte esterna del ferro. Il rimbalzo però è talmente strano e imprevedibile che finisce nelle mani di Julius Randle: scarico immediato a Russell e tripla sulla sirena che rimbalza sul primo e poi sul secondo ferro, prima di impennarsi e scivolare in fondo alla retina.

Le emozioni che ne derivano sono ovviamente contrastanti: i compagni di Russell sono in visibilio, ma lui corre subito in tribuna a cercare i suoi parenti per un commosso abbraccio. Lo Staples Center nel frattempo esulta, ma con giudizio: vincere all’ultimo tiro è sempre bello, ma questa specifica vittoria riconsegna ai Suns la seconda posizione in Lottery, relegando (definitivamente) i Lakers al terzo posto, l’ultimo utile prima dell’incubo di perdere la prima scelta.

Questo contrasto di emozioni è accentuato, a posteriori, quando ci si rende conto che quella è stata l’ultima giocata decisiva di D’Angelo Russell in maglia Lakers: una sensazione dolce-amara, e quindi adattissima a riassumere le prime due stagioni nella NBA di D’Angelo Russell, alias @DLoading o D’Angerous.

Due anni difficili a L.A.

Russell è entrato nella lega da seconda scelta assoluta, forte di un curriculum collegiale di tutto rispetto, trovandosi però immediatamente catapultato nella stagione d’addio di Kobe Bryant, con tutti gli annessi e connessi. Soprattutto, c’era Byron Scott alla guida di quella panchina: difficile trovare qualche aspetto in cui l’ex coach dei Nets sia stato meno che disastroso nel corso del suo periodo gialloviola, ma sicuramente la gestione di Russell è stato uno degli aspetti più deleteri, inspiegabili e fastidiosi, contribuendo in modo decisivo a una stagione quanto mai turbolenta per la convinzione di Scott che quello di cui aveva bisogno il ragazzo fosse un po’ di tough love.

Nella partita d’esordio Scott lo ha schierato da guardia tiratrice, salvo ripensarci immediatamente e spostarlo in posizione di point guard alla seconda gara; dopo dieci giorni di stagione, lo ha lasciato punitivamente in panchina per l’intero quarto periodo, senza alcuna spiegazione o motivazione; a dicembre D’Angelo è stato spostato nel secondo quintetto, con la motivazione che “conosce solo il 20% del playbook”.

Anno nuovo, vita vecchia: a gennaio Scott lo ha definito prima arrogante e poi pigro, a febbraio immaturo, e in tutto questo D’Angelo ha ammesso di essere in difficoltà e di non sapere letteralmente come relazionarsi con il suo allenatore.

Da lì in poi, la situazione ha preso una piega ancora peggiore: il 20 marzo D’Angelo viene accusato, insieme a Nick Young e Jordan Clarkson, di aver rivolto oscenità a una signora dalla loro auto, e il 24 marzo scoppia il caso del video “rubato” a Young nel quale si vanta di aver tradito Iggy Azalea, scatenando immediatamente una vera e propria guerra fredda in spogliatoio, soprattutto con lo stesso Young e Lou Williams.

Tough Love

La seconda stagione in maglia Lakers inizia con premesse totalmente differenti: c’è un nuovo allenatore, Luke Walton, forte di una personalità e un approccio diametralmente opposti a quelli di Scott. C’è un nuovo ambiente, concentrato finalmente sullo sviluppo dei giovani: nuovi spazi e nuove opportunità anche in campo, grazie ai minuti e ai possessi “liberati” dall’addio di Kobe. C’è una Summer League giocata da adulto in mezzo ai bambini, e culminata con un buzzer beater da giocatore di categoria superiore.

La stagione, in effetti, si rivela nel complesso positiva: D’Angerous tiene cifre in linea con il rendimento delle migliori guardie dell’NBA al loro anno da sophomore, soprattutto dopo l’All-Star Game. Gioca sia da play che lontano dalla palla, da titolare e da prima opzione, ma anche da sesto uomo di lusso, mettendosi sempre a disposizione degli esperimenti tattici di Walton: in definitiva, fa vedere di poter mettere a referto partite da un punto al minuto e gare da facilitatore puro.

Sembrava tutto pronto per una sua definitiva affermazione come pietra angolare della ricostruzione gialloviola, anche eventualmente insieme a Lonzo Ball: gli è mancata, però, la fiducia della dirigenza, e in particolare di Magic Johnson.

Il nuovo Presidente gialloviola, che da tifoso V.I.P. lo definiva “una futura superstar” offrendosi di “fargli da mentore”, ha cambiato radicalmente atteggiamento una volta divenuto il suo effettivo datore di lavoro: prodigo di entusiasmo, apprezzamenti e consigli per chiunque, Magic è sempre stato avaro di buone parole soltanto nei confronti di Russell.

Mentre altri giovani Lakers venivano esaltati ad ogni possibile occasione, di D’Angelo venivano sottolineati quasi esclusivamente i lati negativi: emblematica l’intervista in cui, a domanda su cosa dovessero migliorare alcuni dei suoi pupilli, lui rispose “deve diventare un pochino più forte fisicamente” per Ingram, “l’uso della mano destra” per Randle, “il ball-handling” per Clarkson, “il tiro dai 5-6 metri” per Nance. E Russell? “D’Angelo deve prendere decisioni migliori, deve imparare ad essere un leader e diventare un difensore migliore; e ovviamente deve lavorare molto duro in estate e rientrare in condizioni fisiche migliori”.

Tough love, ancora una volta. E nemmeno troppo love, perché poche settimane dopo D’Angelo si ritrova in maglia Nets, ridotto al ruolo di dolcificante e contentino per invogliare Brooklyn ad accollarsi il clamoroso albatross del contratto di Timofey Mozgov, dopo essersi visto offrire praticamente a tutta la lega in sede di Draft.

N:OW

La sua carriera, di fatto, inizia ora, anzi “N:OW”, come recita il suo ultimo tatuaggio: libero dalla soffocante attenzione mediatica e dalla pressione dei tifosi di L.A., D’Angelo arriva a Brooklyn accolto come un redentore, una seconda scelta assoluta ritrovata quasi per caso, dopo aver scelleratamente gettato via tre prime scelte (più una) nella trade Garnett-Pierce.

Impossibile non tifare per una storia del genere, impossibile non tifare per un giocatore del genere, esteticamente entusiasmante: tiratore elegante, naturale, con un rilascio compatto e veloce e una parabola perfettamente arcuata; passatore preciso ed creativo, non certo esplosivo nel primo passo, ma palleggiatore fluido e sempre in controllo: non per niente a Ohio State il suo soprannome era silk.

In queste prime settimane stagionali ha già mostrato significativi passi avanti in alcuni degli aspetti del suo gioco che necessitavano di miglioramento, come ad esempio il gioco dalla media distanza. In questo inizio di stagione segna col 50%, dopo che nei primi due anni si era fermato al 38% e al 40%. In generale, il miglioramento nella percentuale di tiro effettiva (salita al 54.8%) è eccellente [dati: Cleaning The Glass]

Ovviamente non sono tutte rose e fiori, e c’è ancora molto da lavorare: dovrà migliorare la sua condizione fisica e il suo atletismo, in modo da poter diventare un fattore anche in difesa – o quantomeno non esserne uno negativo. In attacco invece ha già tutte le qualità necessarie per diventare uno degli esterni più immarcabili della lega, deve solo imparare a sfruttarle meglio, in modo più coerente e funzionale. Non che sia esattamente facile: spesso non riesce ad armonizzare tra loro le sue potenzialità di scorer e passatore, concentrandosi esclusivamente su uno dei due aspetti e tralasciando l’altro; oppure pensa troppo a quale possa essere l’opzione migliore in una determinate situazione, lasciandosi scappare l’attimo migliore.

Fare reparto con Jeremy Lin avrebbe potuto svilupparne ulteriormente le potenzialità, liberandolo di tanto in tanto dei compiti di playmaking; il grave infortunio di Linsanity renderà più difficile il compito, ma ci sono tutte le condizioni per permettergli di raggiungere la sua naturale evoluzione da lead guard moderna: non un play, non una guardia, ma semplicemente un esterno di puro talento, in grado sia di creare per i compagni che di finalizzare in proprio per ricoprire il ruolo di motore di un attacco efficiente.

L’NBA si stava quasi per dimenticare di D’Angelo Russell e dei Brooklyn Nets, ma forse è arrivato il momento di rimetterli in rotazione nel vostro League Pass.

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