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NBA, Gordon Hayward e "il miglior peggior infortunio che potesse capitarmi"

NBA

In un lungo post su Facebook e sul suo blog personale, il giocatore dei Celtics ha raccontato le sue ultime due settimane, tra il dolore lancinante alla gamba, le difficili scelte da prendere in ospedale e l’affetto che lo ha sommerso in questi giorni

Sarebbe stato difficile soltanto immaginare un esordio più complicato e in salita per Gordon Hayward con la maglia dei Boston Celtics, gravemente infortunato cinque minuti dopo la palla a due che ha dato il via alla stagione NBA. Immagini raccapriccianti che hanno fatto il giro del web, diventate una notizia al di là del dramma vissuto dall’ex All-Star degli Utah Jazz che in estate aveva deciso di raggiungere il suo allenatore del college Brad Stevens in Massachusetts. Un legame venuto fuori anche nelle ore immediatamente successive alla frattura scomposta della caviglia: “C’era bisogno di quattro persone per trasportarmi sull’aereo dopo il match e il coach era una di quelle, pronto a sollevarmi e ad aiutarmi. C’erano altre 25 persone lì intorno pronte a farlo, ma lui si è voluto assicurare che anche quel dettaglio andasse per il verso giusto. Voleva essere lui uno di quelli che doveva trasportarmi: questo racconta meglio di qualsiasi altra cosa che tipo di persona è”. Questo, unito alla costante presenze di Stevens nelle ore post-operatorie, è soltanto uno dei passaggi del lungo post pubblicato da Hayward su Facebook (e sul suo blog personale) dal titolo “In un istante”, in cui racconta il complesso percorso che ha dovuto affrontare in queste ultime due settimane, dal momento in cui è arrivata la fitta atroce di dolore alla gamba mentre era a terra sul parquet, fino a quando le sue figlie hanno iniziato a supplicarlo di fare un giro sullo scooter con cui è costretto a muoversi in casa per evitare di caricare il peso sulla gamba.

L’infortunio, il panico e l’operazione “perfettamente riuscita”

“Mi era successo più di una volta di perdere il controllo del corpo in volo, una cosa ricorrente, soprattutto quando provavo le giocate al volo al ferro. La facevo spesso lo scorso anno ai Jazz imbeccato da Joe Ingles e con Kyrie l’avevamo già provato in allenamento”. Le cose però questa volta sono andate decisamente in maniera diversa: “Quando ho guardato la gamba ho colto la gravità dell’infortunio e ho detto all’arbitro di fermare la partita. In quel momento non provavo molto dolore. È stato qualche istante dopo che sono stato travolto. Saranno stati tre, cinque secondi in cui ero seduto a terra con la gamba totalmente fuori posto prima che arrivasse lo staff sanitario dei Cavs: sono durati un’eternità. Il dottor Rosneck ha poi deciso di rimettere subito la caviglia a posto e quello è stato davvero il momento più atroce della mia vita”. A quel punto l’unica domanda era: cosa fare? Tutti insistentemente bussavano alla sua porta per chiedergli quali fossero le sue intenzioni, ma Hayward raramente aveva vissuto uno stato confusionale del genere: “Non ero di certo nella condizione ideale per capire cosa fare; a quel punto ho ascoltato tutti i consigli e le suggestioni, prima di percorrere la strada che più mi sembrava ragionevole. Mi hanno accolto in ospedale dandomi la notizia che speravo di sentire: ‘Se avessi voluto procuranti un orribile infortunio alla gamba, questo è certamente il migliore’. Tanto brutto era all’apparenza, tanto certo il completo recupero secondo lo staff medico”. Un’operazione lunga, durante la quale capire se la cartilagine fosse ancora integra; senza quella le cose sarebbero state molto più complesse. Per fortuna però, al risveglio nel pieno della notte dopo una lunga dormita a causa dell’anestesia, il responso: tutto bene, l’operazione era riuscita perfettamente.

Il ritorno a casa e la mail di Obama

La cosa più difficile da fare per Hayward in ospedale, paradossalmente, è stato il video da proiettare al TD Garden nella partita inaugurale: “Quando mi è stato proposto pensavo fosse una grande idea, ma in quel momento venivo da 24 ore di veglia e dolore praticamente costanti. Dovevo ancora decidere quando fare l’operazione e stavo cercando di dimenticare il fatto che di lì a poche ore sarei dovuto scendere in campo per la prima volta con la maglia dei Celtics a Boston; non sapevo davvero cosa dire. Poi però ho pensato ai messaggi ricevuti dai tifosi e non potevo deludere tutte le loro preghiere e il loro affetto”. Tornato a casa poi, tra striscioni e festoni preparati dalle sue due bimbe, la vicinanza della famiglia non è mai mancata: “Le mie piccole sono impazzite dalla gioia quando hanno visto lo scooter con cui dovevo andare in giro dentro casa. Hanno voluto provarlo anche loro”. Tra un siparietto casalingo e la vicinanza della moglie Robyn (la prima a motivarlo subito dopo l'operazione, nel momento di massimo scoramento), l’elenco di ringraziamenti all’interno del suo racconto è lungo e tocca non solo la sua squadra, i compagni e i tifosi, ma anche Kobe Bryant (che gli ha scritto un messaggio anche in privato) e l’ex presidente Barack Obama, che ci ha tenuto a scrivergli in privato nelle ore successive all’infortunio. “E adesso?”; la domanda ricorrente, che resta in sospeso, è questa. “Sto immaginando la sensazione di scendere in campo al TD Garden per il mio debutto; un esordio soltanto rimandato. Ma so che ogni giorno di riabilitazione mi avvicinerà un po’ di più a quel momento. Adesso bisogna solo tornare in campo; è tempo di iniziare”. Buona fortuna Gordon.

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