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NBA, i risultati della notte: Portland batte nel finale Philadelphia, successi per Bucks e Spurs

NBA

Da -20 nel terzo quarto al successo in volata contro gli esausti T’wolves: i Bucks vincono e si prendono il 5° posto a Est. Il trio McCollum-Napier-Nurkic guida i Blazers nel finale combattuto e vinto contro i 76ers. Gli Spurs senza Kawhi Leonard superano in casa i Knicks, che incassano l’ennesima sconfitta (2-12) lontano da New York. Orlando batte Detroit e interrompe la striscia negativa di nove gare

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Portland Trail Blazers-Philadelphia 76ers 114-110

IL TABELLINO

Di rimonte questa mattina leggerete spesso. C’è quella dei Celtics contro Houston (nel pezzo della gara della notte), c’è quella dei Bucks di cui si parla qualche riga più in basso. E poi c’è quella dei Blazers, costretti a rinunciare a Damian Lillard a causa del problema al ginocchio destro ma in grado di recuperare 18 punti nell’ultimo quarto d’ora di gioco, chiudendo il match con un eloquente 42-25 di parziale (terza volta in stagione che i 76ers dilapidano un vantaggio del genere). Merito di uno Shabazz Napier da 22 punti nel solo secondo tempo (23 totali), bravo a fare le veci del numero 0 e a trascinare i Blazers nel momento di massima difficoltà (15 punti nel quarto periodo). Non il miglior realizzatore di Portland però, visto che C.J. McCollum chiude con 34 punti, 7 rimbalzi e 4 assist da vero leader. Tutto giusto e tutto bello per i tifosi dell'Oregon che tornano a vedere vincere la propria squadra al Moda Center dopo sei ko interni consecutivi, ma la sfida principale della partita è un’altra. A catalizzare l’attenzione infatti è stato il testa a testa tra Joel Embiid e Jusuf Nurkic sotto canestro, vinto a guardare le cifre dal primo, a leggere tra le pieghe della gara dal secondo. Il lungo camerunense segna 29 punti tirando 6/12 dall’arco (massimo in carriera), ma va sotto a livello di mentale e tecnico nei minuti cruciali del quarto periodo. Nurkic dall’altra parte invece, fuori per un problema al naso nel terzo quarto, torna sul parquet rigenerato negli ultimi 12 minuti chiudendo con 21 punti, 12 rimbalzi e alcune delle giocate difensive più importanti del match. Un ingenuo flagrant-1 incassato da Embiid, unito a una stoppata per fermare il ritorno dei Sixers restano i due passaggi che hanno deciso l’incontro in favore dei Blazers (propiziati entrambi da Nurkic), che risalgono così al settimo posto a Ovest e rientrano nel calderone della lotta playoff. Philadelphia invece è sempre più lontana da Miami, al momento ottava: per dare una svolta al processo di crescita toccherà inventarsi qualcosa. Il prima possibile.

Milwaukee Bucks-Minnesota T’wolves 102-96

IL TABELLINO

Nella serata delle rimonte, in cui tutti guarderanno al -26 recuperato dai Celtics contro i Rockets, anche Milwaukee riesce a tirarsi fuori da una situazione complicata, vincendo in rimonta una sfida che sembrava persa: dal -20 di metà terzo quarto al finale combattuto e chiuso con un successo grazie alle ripetute schiacciate al ferro di Antetokounmpo. Un ribaltone che salva la panchina di coach Kidd (un’esagerazione, in NBA le scelte in realtà sono molto più ponderate e sensate), fortemente criticato in questa prima parte di stagione per non essere riuscito a staccare il gruppone delle inseguitrici come fatto dalle prime tre della classe a Est. Il materiale umano ci sarebbe come dimostrato in primis dal talento greco numero 34, autore della solita partita da 22 punti e 10 rimbalzi, a cui si aggiungono i 26 di Bledsoe e i 14 a testa di Henson e Middleton. Il quartetto al completo, decisivo nel permettere ai Bucks di chiudere con il 54.7% dal campo e nel tenere a soli 12 punti segnati nel quarto periodo i T’wolves (minimo stagionale). In molti infatti potrebbero (giustamente) dire che più che una partita vinta da Milwaukee, quella del Bradley Center è stata l’ennesima dimostrazione di immaturità da parte di Minnesota, spesso vittima di contraddizioni evidenti (la mancata applicazione difensiva su tutte) che il talento individuale non sempre riesce a nascondere. I T’wolves hanno un record migliore di quanto non siano realmente riusciti a esprimere sul parquet (4° posto della Western Conference), ma erano stanchi dopo la trasferta chiusa con la vittoria conquistata all’overtime meno di 24 ore prima contro Denver. Il fiato era inevitabilmente corto dunque, con Jimmy Butler che dopo la gara da 39 punti di ieri ha preferito coinvolgere i compagni (20 punti e 7 assist, senza però risparmiarsi i 43 minuti anche questa volta), terzo miglior realizzatore dei suoi dietro Karl-Anthony Towns (22 con 8/12 dal campo) e Andrew Wiggins (21 con 4/6 dall’arco). Il solito sforzo dei titolari però questa volta non è bastato: siamo al 29 dicembre e sembra già chiaro che senza alternative credibili è difficile fare strada.

San Antonio Spurs-New York Knicks 119-107

IL TABELLINO

Le poche regole NBA che permettono di orientarti in una regular season non si ferma mai per sei lunghi mesi sono chiare. Una bussola per non perdere i riferimenti principali. Quando due di queste tendenze si incrociano ed entrambe puntano nella stessa direzione, il risultato potrebbe essere tranquillamente già scritto prima della palla a due. Gli Spurs in casa sono garanzia di successo, così come i Knicks di questa stagione in trasferta non vincono mai. Alla fine si è giocata la partita al ritmo dei newyorchesi, ma a portarla a casa sono stati lo stesso i texani: guidati dai 25 punti di LaMarcus Aldridge, da un Pau Gasol da simil-tripla doppia (17 punti, 11 rimbalzi e 7 assist) e da un quintetto tutto in doppia cifra, gli Spurs hanno controllato il match nel secondo tempo e consolidando il proprio terzo posto a Ovest nonostante l’alto punteggio. In casa Knicks invece il miglior realizzatore è ancora una volta Michael Beasley in uscita dalla panchina con i suoi 23 punti, più efficace di un Kristaps Porzingis da 6/16 dal campo e 18 punti. Niente Kawhi Leonard per i nero-argento per la quarta volta dal suo rientro in campo per “gestione del rientro dall’infortunio” (questa la motivazione, complessa da tradurre dallo spursese); un’assenza a cui San Antonio sta riuscendo a porre rimedio, ma che tutti sperano non continui a durare a lungo.

Orlando Magic-Detroit Pistons 102-89

IL TABELLINO

No, i Detroit Pistons non hanno superato il primo test senza Reggie Jackson (costretto a restare fuori almeno fino all’All-Star Game a causa di una brutta distorsione alla caviglia). La sconfitta contro i derelitti Magic di quest’ultimo mese (una vittoria nelle ultime 11, prima di questa) è un segnale dall’allarme che coach Van Gundy non vuole di certo sottovalutare. “Non siamo una squadra che ha bisogno che tutti giochino al meglio per vincere una gara, ma di sicuro non possiamo pensare che tutti facciano schifo e che riusciamo poi al tempo stesso a non perdere”. Andre Drummond è certamente il migliore in casa Pistons con i suoi 17 punti e 18 rimbalzi, seguito da i 18 con 7 rimbalzi e 5 assist di Ish Smith, promosso in quintetto al posto di Jackson. A fare la differenza tra le squadre però è soprattutto il contributo dalla panchina: 12 i punti totali raccolti da Detroit a gara in corso, 16 soltanto quelli messi a referto da Marreese Speights, uno dei cinque giocatori in doppia cifra in casa Magic. Un successo che interrompe una striscia di nove sconfitta in fila per Orlando, che nonostante la sporadica vittoria punta con forza a diventare la peggior squadra della Eastern Conference. Atlanta Hawks permettendo.