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28 febbraio 2018

NBA, DeMar DeRozan è depresso? "Sono sensazioni che provano tutti, anche noi siamo umani"

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Il numero 10 dei Raptors non ha fatto mistero che in alcuni momenti il suo umore non sia dei migliori, che alle volte di notte si ritrova a fare i conti con i propri demoni: "Alle volte sono ispirazione per tirare fuori il meglio, altre ti senti il peso di tutto il mondo addosso"

DeMar DeRozan dopo quasi 60 partite di regular season è il miglior giocatore della prima forza della Eastern Conference, titolare all’All-Star Game per la seconda volta consecutiva in carriera. Reduce da un weekend losangelino che tutti pensavano che per lui avesse il sapore del ritorno a casa. Mai considerazione fu più sbagliata, almeno a sentire le sue parole: "Non lo definirei affatto un ritorno a casa", aveva commentato pochi giorni prima della partenza direzione California per qualche giorno. La Compton nella quale DeRozan è cresciuto infatti (città da 100.000 abitanti alle porte di Los Angeles) è molto lontana dalla realtà che circonda lo Staples Center, le passerelle delle celebrità e la ricchezza ostentata da giocatori diventati ormai sempre più ricchi e distanti dalla realtà. Il numero 10 dei Raptors è stato costretto dalla realtà che lo circondava a crescere più in fretta rispetto a molti suoi coetanei: il primo funerale a cinque anni (dello zio materno, uno dei maggiori esponenti cittadini dei Crips, una delle bande criminali più famose di Los Angeles), un'infanzia fatta di scontri a fuoco e totale assenza di prospettive, ben distante dagli agi che la vita gli avrebbe poi riservato. Per lui c’era il basket come unica speranza; un investimento che ha pagato i suoi frutti, ma che allo stesso tempo non ha cancellato le difficoltà di una vita ben diversa da ciò che adesso lo circonda. A far discutere la scorsa settimana è stato un suo tweet in cui diceva: “La depressione tira fuori il meglio di me”. In molti hanno pensato a una citazione di un verso di una canzone, ma l’All-Star ci ha tenuto a sottolineare che il suo è un disagio reale: “È una di quelle cose che prescinde da quanto tu possa apparire indistruttibile, in fondo siamo tutti degli essere umani. Abbiamo gli stessi sentimenti ed emozioni di tutti. Qualche volta tiri fuori il meglio di te, altre ti senti tutto il mondo addosso e sopra le tue spalle". Un’apertura non da poco in un mondo in cui gli atleti tendono ad apparire indistruttibili, impenetrabili. “È una sensazione reale. Questo è il motivo per cui rispetto tutte le persone con cui mi trovo a confrontarmi. Non guardo mai alla loro posizione o estrazione sociale, il mio rispetto sarà sempre lo stesso perché siamo tutti uguali”.

In campo (per fortuna dei Raptors) non sembra risentirne

È una problematica che in molti nel mondo dello sport fanno finta di non vedere. DeRozan invece ha sottolineato come lui non si vergogni dei momenti di depressione e difficoltà, sperando che parlare di queste cose possa essere anche un’ispirazione per gli altri. Situazioni difficili come la sua, anche a livello emozionale, non gli hanno tuttavia impedito di diventare uno dei migliori giocatori NBA. Il 28enne ha spiegato come gli capiti diverse notti di dover fare i conti con i propri demoni, a prescindere dalla direzione in cui sta andando la sua vita. Scoramento che non lo abbandona nonostante la sua carriera stia vivendo uno dei periodi più felici, come confermato dalle cifre sue e dell’intera squadra. DeRozan ha saputo evolversi oltre quei limiti che in molti credevano fossero insormontabili. Uno su tutti: il gioco con i piedi oltre l’arco. Il numero 10 sta viaggiando a 3.5 tentativi dalla lunga distanza, letteralmente il doppio delle conclusioni rispetto alla passata stagione. Il 32.5% di conversione resta ancora un discreto affare per le difese avversarie che continueranno nel breve periodo a scommettere sulle sue percentuali, ma DeRozan ha più volte dimostrato di saper andare a segno quando più contava. Il dato che meraviglia più di tutto però è quello degli assist, schizzato a 5.2 (mai andato oltre i quattro in carriera) e che racconta come il suo gioco (e quello dei Raptors) sia diventato molto più collettivo e condiviso. Banalmente: Toronto lo scorso anno era ultima per numero di canestri assistiti; quest’anno invece è ottava su 30. E soprattutto è riuscita a risalire la classifica a Est, confermandosi in prima posizione ormai da diverse settimane. Un cambiamento che più di ogni altro in Canada sperano resti immutato.

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