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NBA Sundays, San Antonio-Houston è sfida in panchina: D’Antoni contro la bestia nera Popovich

NBA

Cinque serie su cinque vinte da Gregg Popovich, 20 successi sulle 26 gare di playoff disputate contro D'Antoni: ecco perché per l'allenatore di Houston coach Pop è un'autentica bestia nera. Ma tra i due il rispetto non manca

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Si sono affrontati per la prima volta su due panchine NBA nel marzo 1999, con San Antonio corsara sul campo di Denver. Vittoria Spurs 106-96 e primo successo di Gregg Popovich (già al terzo anno sulla panchina dei texani da capo allenatore) ai danni di un esordiente Mike D’Antoni. Da allora le strade dei due coach si sono incontrate mille volte, e la frequenza delle sfide nei playoff hanno finito per dar vita a una vera e propria rivalità tra due allenatori dalle filosofie di gioco spesso considerate diverse, quasi opposte (ma poi anche no…) che domenica scriverà l’ultimo capitolo in ordine cronologico. Più che le sfide di regular season, a giustificare la costruzione di questa rivalità sono arrivate cinque incroci ai playoff nelle ultime 13 stagioni, a partire dalle tre sfide Suns-Spurs del 2005, 2007 e 2008, per continuare con la serie di primo turno del 2013 tra Lakers e Spurs per poi completarsi con il derby texano andato in scena in semifinale di conference lo scorso maggio. Il bilancio di tutte queste sfide parla chiarissimo: 5-0 il conto delle serie vinte da Gregg Popovich, che su 26 incontri contro D’Antoni è andato a casa con la copia buona del referto in 20 occasioni. Eppure, nonostante lo squilibrio espresso dai risultati, il duello tattico tra un allenatore (Popovich) che a lungo ha privilegiato l’aspetto difensivo delle proprie squadre contro uno (D’Antoni) celebrato per un sistema offensivo spesso esplosivo – fino alla creazione del famoso attacco ribattezzato Seven Second Or Less alla guida di Phoenix (le cui iniziali lette all’incontrario, hanno fatto notare i cospirazionisti, formano la parola LOSS, sconfitta) – ha reso affascinante ogni scontro tra questi due veterani delle panchine NBA. Le tre sfide tra Phoenix e San Antonio sono quelle più significative, perché occorse nel giro di quattro anni e perché infarcite di episodi controversi, con protagonisti di primissimo piano determinanti nelle sorti degli incontri. I “Big Three” texani Duncan-Parker-Ginobili si dimostrano più forti della coppia Nash-Stoudemire nel 2005, sulla strada per il titolo NBA: gli Spurs si presentano alla serie con la miglior difesa NBA e vincono il duello contro l’attacco n°1 della lega. Lo fanno però segnando in abbondanza, oltre i 100 punti in tutte e cinque le gare della serie di finale di conference, vinta 4-1. Due anni dopo la rivalità diventa davvero piccante: c’è Steve Nash con il naso sanguinante nel quarto quarto di gara-1 ma soprattutto c’è il colpo d’anca di Robert Horry ai danni proprio del prossimo membro della Hall of Fame di gara-4, episodio che scatena un parapiglia nel quale Boris Diaw e Amare Stoudemire abbandonano la panchina per prender parte alla baruffa, finendo per farsi squalificare per gara-5 (persa dai Suns, così come la successiva sesta, decisiva). Per cercare di superare lo scoglio Spurs, D’Antoni accetta la sfida di inserire un centro vecchio stile come Shaquille O’Neal nel suo attacco: quando le due squadre si ritrovano per l’ennesima volta contro ai playoff, al primo turno, si decide tutto in gara-1. Phoenix comanda per 44 minuti ma poi butta all’aria mille opportunità di vincere nel corso dei regolamentari, del primo supplementare e poi del secondo, capitolando invece di fronte a un canestro di Manu Ginobili, sconfitta che indirizza la serie verso il secco 4-1 in favore dei nero-argento. 

Le sfide più recenti

Chiusa l’esperienza a Phoenix, il duello D’Antoni-Popovich continua con il primo sulle panchine di Knicks (però nella Eastern Conference) e Lakers. È alla guida dei gialloviola, al primo turno dei playoff 2013, che D’Antoni prova l’ennesimo assalto alla bestia nera Popovich, ma con Kobe Bryant fuori per l’infortunio al tendine d’Achille i Lakers non hanno chance contro gli Spurs, che vincono facilmente 4-0 con 75 punti totali di scarto nelle quattro gare. E si arriva così alla sfida di semifinale di conference andata in scena la scorsa primavera, in parità dopo le prime quattro gare e poi decisa da una crudele gara-5 conclusa solo dopo un tempo supplementare. In quell’overtime disputato sul parquet di San Antonio, James Harden fa 0/3 al tiro, perde tre palloni e resta senza punti, viatico a una gara-6 casalinga ancora peggiore, che lo vede chiudere la sua stagione con 2/11 al tiro, altre sei palle perse e un plus/minus da -28, nella facile vittoria dei texani (+39). Per coach D’Antoni si tratta dell’ennesima eliminazione contro Popovich, in una lega che spesso in maniera fin troppo crudele giudica giocatori e anche allenatori soltanto sulla quantità di vittorie ottenute (gli anelli alle dita dell’allenatore di San Antonio sono ben cinque, zero invece quelli che adornano la mano di D’Antoni). 

Non manca il rispetto. Anzi.

Non per questo però, tra i due manca il rispetto. È proprio Popovich infatti, nel gennaio 2013, a ribellarsi alle facili etichette che vengono spesso assegnate ai protagonisti NBA, ergendosi a difensore del suo collega: “Una volta che viene etichettato in un modo [nel caso di D’Antoni l’accusa è quella di non essere un coach difensivo, ndr] la tua reputazione rimane quella per sempre, indipendentemente da quello che fai. Mike potrebbe passare intere giornate in palestra a far allenare i suoi in difesa e ci sarebbe sempre qualcuno pronto a sostenere che non allena abbastanza l’aspetto difensivo. Credo che ormai non gli interessi neppure più convincere la gente del contrario: non è un’idiota, sa benissimo che la difesa è necessaria, mentre la gente si comporta  come se non sapesse neppure cos’è, se non avesse mai sentito la parola o non sapesse neppure pronunciarla – e ovviamente niente di tutto ciò può essere più lontano dalla realtà. Sono convinto che ha spesso di provare a convincere il mondo che non è così, perché tanto la storia che è stata raccontata finora vende di più”. Specchio ancora più sincero dell’ammirazione dell’allenatore di San Antonio per il collega è la sua scelta – dopo l’eliminazione dei suoi Spurs ai playoff 2010 proprio per mano dei Suns (senza D’Antoni in panchina) – di modificare lo stile di gioco della propria squadra ispirandosi sempre più a certi concetti di pallacanestro visti e studiati proprio nelle squadre allenate da D’Antoni, fino alla versione Spurs del 2013 – che batte in finale i Miami Heat di LeBron James – che mette in mostra un basket offensivo ai limiti della perfezione. Come quello, per certi aspetti, sciorinato quest’anno dai nuovi Rockets di James Harden e Chris Paul, che hanno già sconfitto San Antonio tre volte in stagione regolare e si sono assicurati la testa di serie n°1 a Ovest grazie al miglior attacco della lega. Con San Antonio attualmente quarta in classifica, le due squadre potrebbero ritrovarsi di fronte per l’ennesima volta, in semifinale di conference: e stavolta la sfida D’Antoni-Popovich potrebbe avere un nuovo vincitore. 

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