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La classifica definitiva delle mascotte NBA

NBA

Francesco Tonti

Tutto quello che avreste sempre voluto sapere ma non avete mai osato chiedere sulle 26 mascotte che ogni sera regalano divertimento e spettacolo sugli spalti delle arene NBA

La leggenda narra di come le mascotte abbiano superato indenni le pitture rupestri dell’uomo di Neanderthal e sconfitto le glaciazioni per approdare nell’era moderna con immutato fascino. Nel simbolismo animale si racchiude una forte radice antropologica, tanto che il suo impiego risale alla notte dei tempi: una connessione ideale tra le prime pulsioni filosofiche, le banali necessità terrene e la sfera soprannaturale del mondo celeste. Lo sviluppo della comunicazione di massa a sostegno dello sport e del marketing ha completamente assorbito questo retaggio e lo ha gradualmente trasformato in una divertente allegoria. La sorprendente evoluzione verso il profano ha costruito la consolidata abitudine di affidare a un emblema il profilo di squadre, aziende o manifestazioni, praticamente a tutti i livelli. È un mestiere vecchio quanto il mondo.

La figura moderna e la parola con cui oggi identifichiamo un essere umano dietro ad una maschera o all’interno di un enorme costume come incarnazione di buon auspicio nasce e si afferma poco prima del ventesimo secolo. Il termine francese “mascoto” è già utilizzato nel mondo degli scommettitori incalliti e deriva una parola di origine provenzale, traducibile più o meno in “sortilegio”. Nel 1880 il compositore transalpino Edmond Audran realizza un operetta teatrale che intitola “La Mascotte”: la trama è incentrata sulle vicende di una cameriera capace di portare molta fortuna ai suoi datori di lavoro, a patto di restare illibata e di conservare una buona reputazione. Il grande successo della rappresentazione fa entrare il vocabolo nel linguaggio comune anche nei paesi di lingua inglese. Il classico simbolismo che si associa alla narrativa popolare è alla base di un fenomeno che continua a crescere.

Quella della mascotte è una professione tanto insolita quanto centrale per le sorti di squadre NBA di piccola e media rilevanza, spesso alle prese con la concorrenza di altre discipline sportive. Un personaggio efficace è in grado di avvicinare e fidelizzare gli ammiratori più giovani ed è la cerniera naturale con il mondo degli sponsor e delle comunità locali. Uno degli aspetti migliori del ruolo è spesso lo sguardo delle persone coinvolte: di solito abbondano i sorrisi, allentando etichette e convenzioni sociali. Grazie agli introiti garantiti da un articolato indotto, il salario degli interpreti più quotati si aggira su cifre vicine ai 200.000 dollari a stagione. Allo stato attuale 26 squadre su 30 possono vantare un esponente della categoria: solo Golden State Warriors, New York Knicks, Los Angeles Lakers e Brooklyn Nets hanno scelto di passare la mano. Quest’ultima ha fatto un tentativo, ma il risultato si è rivelato fallimentare e ha portato ad un rapido accantonamento del progetto, trasformato in un boomerang commerciale. In questo pezzo passeremo in rassegna le mascotte della nostra lega preferita risalendo vorticosamente dai fanalini di coda ai primi posti della graduatoria per stilare la prima classifica semi-seria delle mascotte NBA: è un compito ingrato ma qualcuno doveva pur farlo. Ultimo avvertimento: trattasi di classificazione empirica, non usare con cautela.

26) Stuff the Magic Dragon (Orlando Magic)

Primi anni ‘90: Pat Williams si aggiudica Shaquille O’Neal e Penny Hardaway al Draft, ma non è altrettanto bravo e fortunato con Stuff. I primi progetti convergono su un fiabesco fagiolo magico, ma i bozzetti non fanno gridare al miracolo. I creativi Disney sono ad un tiro di schioppo ma Orlando sceglie una coraggiosa pista autarchica e plasma il suo simbolo con un evidente copia e incolla di “Phille Phanatic”, una celebre icona della squadra di baseball di Philadelphia e il commosso padrino del suo battesimo. Un vero classico che ha ispirato anche l’Allocco di Capital City (uno degli eroi di Homer) in una manciata di episodi dei Simpsons. Un progetto poco accattivante, caratterizzato da inquietanti narici retrattili gialle e un colore verde che non ha nessuna attinenza con il logo della franchigia. Misterioso anche il colore della testa e delle antenne che fa rimpiangere l’estro tricologico di Elfrid Payton. In definitiva: rivedibile.

25) Lucky the Leprechaun (Boston Celtics)

Quando uno stereotipo prende il sopravvento. Si tratta della rivisitazione del classico gnomo, tipico del folklore e della mitologia irlandese, ma il risultato lascia a desiderare, probabilmente a causa di una genesi travagliata. Superate le feroci resistenze della frangia austera della vecchia dirigenza, la voglia di non correre rischi ha preso il sopravvento e ha creato un ibrido davvero singolare. Lucky è salito agli onori della cronaca per una lunga serie di infortuni professionali e, in piena crisi economica nel 2009, per un clamoroso licenziamento del suo interprete Damon Lee Blust. Provvedimento salutato da un tifoso con un inequivocabile: “Red [Auerbach] si sta accendendo un sigaro lassù in Paradiso”. Il suo punto più alto è probabilmente rappresentato dalla serie di video che lo vede in compagnia del lottatore marziale Conor McGregor. Troppo scolastico.

24) Clutch the Rocket Bear  (Houston Rockets)

Penalizzato dalla scarsa originalità di fondo, un disegno troppo elementare e un legame praticamente nullo con la città di riferimento. Diciamolo a chiare lettere: una mascotte commerciale quanto una boy band. Eppure, misteriosamente, viene considerato un classico del genere e ormai da qualche anno è uno dei più richiesti da artisti e associazioni per importanti eventi privati. La proprietà poteva puntare a un soggetto con chiara attinenza ai Rockets e alla NASA, ma ha preferito prendere spunto dalle varie tendenze in giro per la lega producendo una sorta di bignami di grande impatto. Sulla bassa posizione in classifica pesa come un macigno la responsabilità di aver sdoganato gli spettacoli dei terrificanti pupazzi gonfiabili. Il repertorio molto vasto e diversi episodi cult (ha fama di formidabile talismano per le frequenti proposte di nozze durante la partite) lo riscattano parzialmente. Un orso a Houston? Nonsense.

23) Champ & Mavs Man (Dallas Mavericks)

L’ideale riproposizione dei classici duetti canori che tanto hanno influito sulla costruzione della cultura pop italiana. Domanda giusta, ma risposta sbagliata. Se il disegno e la fattura del cavallo sono praticamente perfetti e armoniosamente incastonati nella filosofia di squadra, è l’associazione con un tizio vestito di spandex arancione e un sorriso da Joker a lasciare perplessi. Champ ha dei lineamenti antropomorfi talmente gradevoli da far invidia a BoJack Horseman, oltre a padroneggiare benone le basi del mestiere, ma il secondo elemento del duo tende a peggiorare il giudizio complessivo nonostante le doti acrobatiche e la verve degna di miglior fortuna. Da separare il prima possibile per esplorare nuove combinazioni o per lasciare il purosangue equino a un ruolo di leader solitario. Un binomio che non convince: scoppiati.

22) Burnie (Miami Heat)

Il perfetto rivale del dragone degli Orlando Magic, ma anche nel suo caso siamo di fronte a  un’opera con poche luci e molte ombre. Il colore arancione è un affronto cromatico imperdonabile e il naso con il caratteristico pallone da basket non riesce in alcun modo a renderlo più gradevole. Compensa il tutto con un’attività ad alto voltaggio, perché le sue esibizioni trasudano un impagabile energia. Gli effetti collaterali dei suoi animati siparietti hanno fruttato due cause legali (2016 e 2018) da parte di gentili signore che, in seguito a dei contatti accidentali, hanno riportato infortuni alle gambe. Un vero classico: nel 1994 durante una partita esibizione degli Heat a Porto Rico aveva persino sfiorato l’incidente diplomatico e il gabbio. Dopo un tira e molla con una donna scelta accuratamente nel pubblico per interpretare un balletto (incidentalmente la moglie di un giudice federale) e gli involontari strattoni alla furiosa protagonista era seguita una pesante accusa: 20 anni di galera. L’abito non fa il monaco, siamo di fronte al Bad Boy della categoria.

21) G-Wiz & G-Man (Washington Wizards)

Il proprietario Abe Pollin nel 1997 inaugura la nuovo palazzetto della franchigia, il Verizon Center. Come omaggio della casa trasforma il buon G-Wiz in uno dei simboli del rinnovamento di una squadra che ha fretta di cancellare il legame con il nome “Bullets” e cominciare l’era Wizards. Disegnato per favorire la nuova immagine intrisa di bonomia e prevalentemente indirizzato ai bambini più piccoli, la delicata fase di transizione che lo ha visto nascere non ha giovato al suo aspetto che oscilla tra Stuff, Burnie e il celebre Gonzo dei Muppets. La perfetta combinazione con i colori sociali e le movenze meno forzate rispetto ai suoi diretti concorrenti gli fanno recuperare punti. Lo accompagna il sedicente G-Man, che assomiglia allo Stig di Top Gear nonostante il costume sia un omaggio involontario al body building. Manca qualche guizzo di fantasia anche perchè è sempre lo stesso attore a impersonare le due differenti figure. Poliedrico.

20) Boomer the Cat (Indiana Pacers)

I Pacers scelgono di mescolare le carte al momento di lanciare la mascotte nel 1991 e si tengono coraggiosamente lontani dagli stereotipi che circondano uno stato che respira e produce pallacanestro di solida e rigorosa tradizione. Qualche tifoso sperava in pratici punti di contatto con la celebre corsa di Indianapolis, ma a spuntarla è una coppia sorprendente: un cane e un gatto. Un lontano richiamo a Tom e Jerry di Hanna & Barbera, ma in questo caso la longevità del duo è al minimo sindacale. Il protagonista canino (Bowser) dura ironicamente quanto un gatto in tangenziale e si ritira ufficialmente in poche stagioni mentre il felino (Boomer) resta l’unico punto di riferimento del pubblico. Single per scelta altrui.

19) Franklin the Dog (Philadelphia 76ers)

Trust the Process, si dice. Ma il primo a pagare per le colpe dei Sixers di Josh Harris è stato il coniglio di nome Hip Hop, vecchia icona dell’epoca Iverson e licenziato in tronco nel 2011. Il management affida a un prestigioso trust di cervelli il compito di trovare un erede, ma il nuovo arrivato compare solo nel 2015 dopo lunga gestazione. Se il nome è un chiaro ed azzeccato riferimento a Benjamin Franklin, il soggetto poteva essere più coraggioso: si tratta di un cane di colore blu che si integra perfettamente con i colori del logo, ma fatica ad entrare nel cuore dei tifosi. La stampa recupera una vecchia serie di tweet ad opera dell’attore scelto per dare vita al nuovo simbolo contro l’atmosfera negativa dello sport praticato a Phila. Qualcuno perfino rumoreggia tifi Knicks. A prescindere da questo piccolo incidente di percorso, le qualità sono evidenti ma il rodaggio è ancora inadeguato per scalare il vertice. Niubbo.

18) Slamson the Lion (Sacramento Kings)

Nulla da raccontare ai nipotini: un mestierante onesto che si è dimostrato spesso molto più affidabile dei poveri Kings di Vlade Divac. Un bestia senza la bella. Il nome origina da una curiosa crasi tra l’eroe biblico Sansone e il termine “slam” che ovviamente indica una schiacciata. L’unico punto debole è rappresentato dalla zona oculare: l’aspetto è da leone vicino alla pensione, mentre dovrebbe tendere ad un giovane re della savana. Il look da signore di mezza età non depone a favore della sua classifica ma si fa apprezzare per la qualità delle esibizioni che raramente deludono. Attempato.

17) Jazz Bear (Utah Jazz)

Una lunga serie di decorazioni conquistate sul campo compensano il numero molto elevato di infortuni professionali che il coraggioso orso ha riportato dopo oltre un migliaio di partite con acrobazie vicine al canestro. Il suo status all’interno della comunità è uno dei più solidi in assoluto, tanto da convincere il governatore Gary Herbert a istituire nel 2013 una intera giornata in suo onore (il 10 ottobre) per celebrarne i 20 anni di attività. Nelle ultime due stagioni è incappato in una sequela di piccoli e grandi incidenti diplomatici con dei tifosi dei Clippers e soprattutto con Kevin Durant, che ha fatto imbestialire per un siparietto prolungato che ha ritardato la ripresa del gioco. Un pilastro della categoria che forse dovrebbe aggiornare il look: la bandana ormai è passata di moda. Un po’ matusa.

16) Hooper (Detroit Pistons)

Elogio della perseveranza. Trattasi di un equino antropomorfo che simboleggia i cavalli-vapore prodotti dalla celebre città dei motori. Partito in sordina, ha conquistato un alto gradimento del pubblico nel corso delle stagioni (anche grazie a vari aggiornamenti estetici) e un credito sempre maggiore che lo ha idealmente elevato nel gruppo dei migliori rappresentanti della Eastern Conference. Per una serie di sfortunate coincidenze è una delle vittime preferite di Robin Lopez e più di una volta è stato oggetto di una serie di violenze gratuite da parte dei giocatori NBA. Celebre un siparietto di qualche anno fa quando buona parte dei componenti dei Brooklyn Nets ha interrotto il riscaldamento per picchiarlo selvaggiamente. Come sono lontani i tempi di Bill Laimbeer, ma è tenace e alla gente piace.

15) Chuck the Condor (L.A. Clippers)

Posizione di assoluto incoraggiamento per una situazione al limite del libro cuore. Fa la sua comparsa nel marzo 2016 ed è subito oggetto di feroci critiche e spietate analisi per il suo aspetto molto carico e pieno di barocchismi incomprensibili. Il problema principale di Chuck risiede nell’eccessiva quantità di ingredienti di base: il viso è la copia sospetta di un condor rosa utilizzato da una celebre multinazionale per promuovere cereali per la colazione destinati al mercato russo. Misterioso è l’accoppiamento tra un costume da bagno di foggia antica con le protezioni di plastica moderne diffuse in tutto il corpo e un caschetto che ha più di qualche attinenza con la divisa delle Sturmtruppen di Bonvi. Fortemente voluto e introdotto in pompa magna dal proprietario Steve Ballmer, è in attesa di tempi migliori o solo di maggior considerazione. Struggente: vogliategli bene.

14) Griz (Memphis Grizzlies)

Le meraviglie della geografia applicata alle rilocazoni. Nasce a Vancouver e si trasferisce armi e bagagli verso la nuova destinazione, che per la verità non è mai stata particolarmente avvezza agli orsi. Nella nuova città trova un tetto sicuro e una fanbase che si lascia presto conquistare dalle buone doti di un personaggio disegnato egregiamente e storicamente sopra la media per le qualità acrobatiche. Si abbandona al trash più puro quando si trasforma nel suo alter-ego “Super Grizz”, vestendosi con un costume di materiale plastico che somiglia sinistramente alle buste utilizzate per la spazzatura. Citazione? Il pensiero corre veloce al mantello del leggendario “Sexy” James. Un simpatico cagaziretto.

13) Crunch the Wolf (Minnesota Timberwolves)

Condivide il nome con una celebre barretta di cioccolato, un aspetto che certamente non lo penalizza in termini di popolarità assoluta ma che pone qualche dubbio sulla fantasia dei creativi che hanno lavorato sulle sue caratteristiche. Aspramente criticato dai puristi per un viso troppo tagliente, resta indubbiamente “un tipo”. Celebre per il suo numero della mini slitta lanciata dalle gradinate, uno degli esercizi più pericolosi di tutti gli stunt NBA. A dimostrazione dei grandi rischi (anche per il pubblico) il padre di Karl-Anthony Towns colpito dalla slitta ha riportato un grave infortunio e ha innescato una serie di polemiche che hanno accidentalmente riportato i riflettori su Crunch. Un eccellente rappresentante della categoria, puntualmente a ridosso o all’interno della top ten assoluta. Un passista regolare.

12) Hugo the Hornets (Charlotte Hornets)

Negli anni ‘90 era famoso praticamente quanto una Spice Girl: tutti volevano una maglietta di Charlotte e il grande hype era arrivato anche grazie al suo ottimo contributo. Uno dei migliori esempi di puro stile applicati a un costume, sposato a un colore celeste praticamente perfetto per amplificare le notevoli doti dinamiche. Ha sofferto la rilocazione verso New Orleans e il tramonto come icona pop: tornato a Charlotte ha cominciato a risalire le varie graduatorie di gradimento, ma senza rinverdire i fasti raggiunte in precedenza. L’unica mascotte che indossa regolarmente un paio di Jordan. Un Cult.

11) Blaze the Trail Cat (Portland Trail Blazers)

La buona classifica dipende anche dal suo predecessore: trattasi di Bill "The Beerman" Scott, un leggendario venditore ambulante/”bibitaro” che funzionava anche da mascotte alternativa. Una perfetta rappresentazione dello stile genuino e bizzarro dei tifosi di Portland. Nato nel 2002 e raffigurante un puma, vanta un aspetto gradevole e un discreta valigia di trucchi del mestiere. Non brilla per caratteristiche particolari ma merita una posizione di spicco per l’eleganza complessiva e l’eccellente centratura con l’ambiente di riferimento. La splendida divisa dei Blazers contribuisce al suo charme che si distacca nettamente dagli Stuff di questo mondo. Stiloso.

10) Rumble the Bison (Oklahoma City Thunder)

Secondo i bene informati si tratta della reincarnazione del simbolo di Seattle: l’attore dovrebbe essere lo stesso, tanto che in effetti le connessioni con il bisonte dei Thunder e la vecchia figura dei Sonics sono abbastanza evidenti. Vanta uno dei migliori repertori della lega anche se certi numeri sono evidentemente ispirati ai “colleghi” Clutch e Rocky per stessa ammissione di Rumble (nome che nasce dal rumore del tuono, ovviamente). Nato a febbraio 2009, alla fine della stessa stagione è già fresco vincitore del prestigioso titolo annuale di categoria, fattore che lo spinge più in basso di quanto dovrebbe per compensazione meritocratica. Talentuoso ma raccomandato.

9) Harry the Hawk (Atlanta Hawks)

Solido veterano che ha contribuito al successo del genere nella NBA. Compare nel lontano 1986 quando a tenere banco c’erano le schiacciate di Dominique Wilkins e il trash talking di Larry Bird. Affiancato da una seconda figura per diversi anni (l’ennesimo uomo-acrobata in spandex), alla fine è tornato ad esibirsi da solo e ha rinfrescato la sua immagine con una frequente serie di piccoli ritocchi rispetto alla versione originale. Ottimo ballerino (forse il migliore del lotto) e consumato intrattenitore. Sempreverde.

8) Rocky the Mountain Lion (Denver Nuggets)

Nasce nel 1990 e in breve tempo diventa un gigante della materia. Assieme al Gorilla dei Suns è probabilmente l’artefice del fenomeno delle “supermascotte” che fa il verso all’epopea delle supermodelle dello stesso periodo. Uno dei belli della compagnia. Pur di restare al passo con i tempi ha perfino messo in scena uno sketch a San Valentino con la moglie (esatto, esiste anche una signora Rocky, con tanto di smalto sulle unghie) e una donna nel pubblico dando vita a un curioso contenzioso sentimentale. Il triangolo no.  

7) MoonDog & Sir C.C. (Cleveland Cavaliers)

Progressi rimarchevoli. In principio la mascotte era Whammer, un curioso orso polare con un paio di enormi occhiali da sole che ovviamente non ha trovato un buon fit con l’ambiente del lago Erie. I creativi hanno recuperato la leggenda cittadina di Alan Freed, il celebre speaker che ha inventato il termine "rock and roll" e che si autodefiniva “Moondog”: un nome perfetto. Si tratta di un guizzante soggetto canino che ricorda alla lontana Mr. Peanutbutter. Introdotto nel 2003, è sempre andato in crescendo. Lo accompagna Sir C.C, e in questo caso siamo di fronte a un inedito swashbuckler, ovvero una figura stereotipata di eroe di cappa e spada sul modello dei Moschettieri del Re e di D’Artagnan. Un personaggio più adatto a fare da testimonial ad un birra forse, ma complessivamente spalla di buon livello. Accattivanti.

6) Pierre the Pelican (New Orleans Pelicans)

Miracoli della chirurgia estetica. Lanciato nel 2013 con una discreta campagna di marketing, si è visto sbattere la porta in faccia da critica e tifo neanche fosse un venditore porta a porta. Lontano da somiglianze con un pellicano, il suo aspetto era più simile a una gallina assassina e terrorizzava i bambini: un disastro totale. Il ritocco chirurgico (trasformato in un gustoso video promozionale) ha centrato il bersaglio grazie al nuovo disegno della testa e del becco finalmente in linea con i gusti del grande pubblico. In circolazione con la nuova veste dal 2014, è diventato uno più convincenti del nuovo corso. Remix.

5) Benny The Bull (Chicago Bulls)

Una questione di famiglia? Secondo i libri è il discendente della prima mascotte della lega: lanciato con le attuali vesti nel 2004, è il frutto di un progetto che si rinnova di continuo ed è in circolazione dal 1969. Deve il suo nome a Ben Bentley, che con largo anticipo rispetto ai tempi aveva già compreso le potenzialità di una figura simile. La versione odierna è il nipote del primo esemplare e ha rilevato il padre (mattatore degli anni ‘90) e il povero cugino Da Bull che ha fatto onde per una decade, prima di ritirarsi a seguito dell’arresto per spaccio di marijuana del suo attore Chester Brewer nel 2004. I vari avvicendamenti e inevitabili restyling gli hanno fatto perdere qualche punto rispetto all’olimpo assoluto, ma gli hanno dedicato una canzone ed è comparso persino in un videogioco. Sangue blu.

4) The Raptor (Toronto Raptors)

Buona parte delle sue fortuna deriva dalla versione gonfiabile che è probabilmente l’unica a convincere nell’intera lega: per il resto siamo di fronte a una delle interpretazioni più concrete degli ultimi cinque anni. Un eccellente complemento a una tifoseria tradizionalmente calda a dispetto del clima, con il tempo ha cominciato ad essere considerato perfino come il migliore in assoluto. Paga dazio solo per una bassa originalità della routine di gara, mentre il suo design è perfettamente in tema con il logo della squadra, probabilmente il miglior esempio di integrazione in assoluto. Nuovo Classico.

3) The Gorilla (Phoenix Suns)

Città ai margini dell’impero NBA, almeno fino alla comparsa di Sir Charles Barkley nella stagione 1992/93. Clima ideale per una grande mascotte e in effetti il gorilla è sul podio della categoria per fama complessiva e per repertorio assoluto. Un primate funziona sempre, come potrebbe illustrare il cast di “Una poltrona per due” e “Il Pianeta delle Scimmie”, e non sorprende che abbia vinto la concorrenza di un girasole gigante per interpretare il ruolo. Viaggiatore incallito (il primo ad essere sbarcato in vari continenti, comparso anche in Italia) e instancabile ambasciatore in generale. Letteralmente saccheggiato dai competitor avversari che gli hanno copiato praticamente tutto, resta sulla vetta. Sicurezza.

2) The Coyote (San Antonio Spurs)

Un coyote dotato di due clamorosi occhi verdi (spesso lanciati al pubblico delle prime file) che si è costruito una carriera degna di nota all’interno di una delle organizzazioni più serie e rigorose di tutta l’associazione. Un resiliente della professione che ha fatto la sua comparsa nel 1983 riuscendo nell’impresa di restituire una vitale leggerezza a un città che in assenza di altri sport “Pro” di peso ha letteralmente adottato gli Spurs. Recordman assoluto di eventi extra basket: che siano fiere, eventi benefici, feste promozionali organizzate dai vivaci sponsor locali fa lo stesso, lui compare sempre. Per qualche anno è stato regolarmente ospite in televisione in un morning show nazionale e non ha mai rinunciato ad accompagnare i tifosi perfino in aeroporto ad aspettare il rientro della squadra dopo vittorie particolarmente significative. Da tempo compare persino in una serie di celebri spot con le varie leggende Spurs, a dimostrazione di uno status inarrivabile. Sul piano dell’improvvisazione pura e come qualità di interazione con arbitri e giocatori, è spesso e volentieri di un altro livello rispetto l’agguerrita concorrenza. Magnetico.

1) Bango (Milwaukee Bucks)

Concepito in fretta e furia nel 1977 per celebrare il ritorno a Milwaukee in veste di avversario del leggendario Kareem Abdul Jabbar, deve il suo nome a una trovata del cronista ufficiale che amava celebrare ogni canestro dalla lunga distanza con l’esclamazione “Bango!”. Costretto a fare i conti con un aspetto esteticamente infelice, nelle sue prime evoluzioni ha sempre lavorato duro per affermare la squadra in una realtà tremendamente vicino a Chicago e storicamente più interessata alla NCAA che alle imprese dei Bucks. Non ha mai avuto vita facile, ma si è progressivamente evoluto in un caposaldo della cultura locale e in una delle figure più amate della città. Il suo oroscopo si è letteralmente trasformato nel 2001 con l’ingaggio di Kevin Vanderkolk, prontamente definito “il LeBron James delle mascotte”. Trasformato ancora nell’aspetto (finalmente gradevole) e rivoluzionato dal suo interprete, il vispo cerbiatto è salito al vertice assoluto nel giro di dieci anni. Quindici stagioni di intensa attività sono costate due rotture del crociato anteriore destro a seguito di brutti atterraggi e una serie continua di lesioni alle caviglie. Il suo ritiro nel 2014 e il passaggio di testimone non hanno influito negativamente su un appeal che continua naturalmente a crescere. Dominatore.

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