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NBA, Golden State si affida a Kevin Durant per non abdicare: ma il suo gioco fa discutere

NBA

Gli isolamenti sono la specialità offensiva di Harden e Paul ma sempre più spesso Kevin Durant sembra ricorrere all’uno-contro-tutti per portare punti alla causa degli Warriors. Un trend pericoloso che arriva da lontano e che ha portato coach Kerr a evocare il nome di Michael Jordan

Uno scambio di opinioni tra Steve Kerr e Kevin Durant “rubato” dalle telecamere di TNT durante gare-5 ha messo davanti a tutti un tema che all’interno dei Golden State Warriors sta già da tempo preoccupando coaching staff e dirigenza: Kevin Durant sta giocando in maniera troppo individualistica, slegato dallo stile di gioco collettivo della squadra? “MJ (Michael Jordan) in una partita di playoff sceglieva i momenti in cui segnare – le parole dell’ex membro dei Bulls, oggi sulla panchina di Golden State – e Phil Jackson gli chiedeva spesso: chi è libero? John Paxson lo era, ad esempio. Voglio che tu, soprattutto all’inizio, dia fiducia ai tuoi compagni. Adesso come adesso pensi prima ad attaccare il ferro e poi nel caso a scaricare su di loro. Fidati già del primo compagno che trovi libero, e muoviti di conseguenza. Resta aggressivo, continua a cercare la via del canestro, ma fidati dei tuoi compagni, ok?”. È uno dei grandi temi della serie tra Houston Rockets e Golden State Warriors. Lo stile di gioco dei primi, è risaputo, è stato rimodellato da Mike D’Antoni per sfruttare al massimo le doti di attaccanti in isolamento sia di James Harden che di Chris Paul, due tra i migliori della lega nella specialità. Il resto del roster, versatile e atletico, è costruito per poter cambiare difensivamente su qualsiasi marcatura, in modo da rendere meno facili i mismatch per i grandi attaccanti degli Warriors, Kevin Durant in primis. Le cifre dell’ultimo MVP delle finali NBA sono di tutto rispetto, sia chiaro – oltre 31 punti di media nelle cinque gare fin qui disputate contro i texani, con il 46.5% al tiro e addirittura sopra il 40% da tre punti, infallibile dalla lunetta (37/37). Ma un dato preoccupa gli Warriors e mette in luce la diversa qualità dei punti ottenuti da Durant nelle sfide contro i Rockets: dei 53 canestri realizzati dal n°35 fin qui, soltanto 18 sono frutto di un assist ricevuto da un suo compagno (il 34% del totale). Questa percentuale riflette un trend facilmente visibile anche a occhio nudo, l’enorme incremento dei possessi giocati in isolamento dallo stesso KD, possessi che non sembrano scaturire in maniera fluida dal sistema offensivo di Golden State, dal quale Durant sembra sempre più un corpo quasi estraneo.

Un trend preoccupante

Spesso elogiati proprio per la bellezza corale del proprio attacco, le difficoltà evidenziate da Golden State nelle ultime gare sono da attribuire senza dubbio allo stile di gioco di Houston e alle trappole tattiche pensate da coach D’Antoni, ma una pericolosa tendenza a dar palla in mano a KD e lasciare al talento del n°35 l’incombenza di ricavare due o tre punti da ogni possesso offensivo risulta rintracciabile già dalla fine della stagione regolare. Da quando Durant è tornato in rotazione nelle ultime otto gare stagionali (sostanzialmente ininfluenti ai fini della qualificazione o della testa di serie, con Houston già praticamente certa del primo posto a Ovest), Steph Curry non era in campo (a sua volta infortunato) e Draymond Green è sembrato spesso poco stimolato a giocare la sua miglior pallacanestro, che spesso lo vede impegnato proprio da collante tra le superstar dei californiani. Così con una frequenza superiore al normale, l’attacco degli Warriors è sembrato limitarsi ad affidare palla a Durant e lasciarlo libero di produrre. Una tendenza continuata nei playoff, quando dei 155 canestri segnati fin qui soltanto 89 (il 42.6%) sono stati frutti di un assist ricevuto da un compagno, con un possesso quattro giocato invece in isolamento (soltanto James Harden e LeBron James ricorrono agli isolamenti più spesso di quanto faccia Durant, con la point guard di Houston che gestisce così il 41% dei propri possessi!). Kevin Durant è da sempre un attaccante incredibile, spesso e volentieri immarcabile, ma questa tendenza a giocare per sé sembra addirittura più accentuata ora di quanto accadeva nelle sue ultime cinque stagioni a Oklahoma City, dove il talento attorno a lui era sicuramente inferiore e dove lo stile di gioco non predicava, come nel caso di Kerr, il movimento continuo di uomini e palla, insieme all’enfasi sul passaggio (Warriors sempre primi per assisti di squadra nelle ultime 4 stagioni). In maglia Thunder, infatti, l’ultimo lustro di Durant lo ha visto produrre i suoi canestri con una percentuale di assist dei compagni oscillante tra il 47 e il 55%. Lo stesso dato – una volta inserito KD nel perfetto meccanismo offensivo degli Warriors – era esploso al suo massimo di carriera: quasi il 62% dei canestri di Durant erano frutto di un’imbeccata da parte di Steph Curry (ben 99) e compagni e il Larry O’Brien Trophy alzato al cielo a giugno 2017 (con l’altra mano impegnata a reggere il trofeo di MVP delle finali) era sembrata la logica conclusione di un’annata magica per KD e per la sua nuova squadra. Quest’anno invece il dato dei canestri assistiti del n°35 è tornato a livelli normali, il 54% (288 su 630), dato inferiore di gran lunga rispetto al quello del 2017 ma anche rispetto all’ultima annata in maglia Thunder. Kevin Durant deve tornare a giocare di squadra e con la squadra se Golden State vuole superare l’ostacolo Houston: Steve Kerr lo sa e non ha esitato a evocare lo spirito di Michael Jordan per convincere il suo top scorer. Gara-6 sarà il primo banco di prova per vedere se il messaggio non è andato perduto.

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