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NBA, il segreto del successo dei Golden State Warriors è il parziale nel 3° quarto

NBA

Steph Curry, così come tutti gli Warriors, ha cambiato marcia a inizio ripresa, guidando Golden State al quarto accesso in fila alle Finals NBA: non la prima e di certo non l'ultima volta che i campioni in carica cambiano l'inerzia e il destino di una gara dopo l'intervallo

Evidentemente Golden State non aveva voglia di inventarsi un copione diverso da quello di due giorni fa. A cambiare infatti sono stati i protagonisti, ma non la sostanza: sotto di 11 punti a metà gara e poi il solito mortifero cambio di passo nei primi 12 minuti della ripresa. Con Klay Thompson fuori ritmo e dal match a causa dei tre falli commessi già nel primo quarto che ne hanno limitato l’utilizzo, è stato Steph Curry (oltre al solito Durant) a prendere in mano le operazioni. Dopo un primo tempo mediocre da otto punti e 3/10 al tiro, 11 minuti da incorniciare all’interno del 33-15 di parziale Warriors che hanno spalancato ai ragazzi di coach Kerr le porte della quarta Finale NBA consecutiva. Il n°30 chiude la frazione con 14 punti, 5/6 dal campo e quattro triple; una più pesante dell’altra. “Non è una sorpresa, succede spesso che si accenda a un certo punto della gara”, commenta coach Kerr. “Quelle cifre sono la punta dell’iceberg di un gioco fatto di blocchi, triple che sono il risultato del suo lavoro, oltre a quelle che segna in proprio con enorme naturalezza. Per qualche ragione misteriosa, riesce sempre a infondere energia nei compagni. Durant è una costante, continua a martellare qualsiasi difesa con la sua straordinaria capacità di realizzatore. Ma è quando iniziano a entrare le triple di Steph e Klay che diamo l’impressione di dominare e vincere”. Una sensazione che spesso si trasforma in realtà, visto che Golden State è la prima squadra ad aver vinto due match a rischio eliminazione in fila dopo essere stata sotto in doppia cifra all’intervallo. Tutto merito dell’amore della squadra per i terzi quarti: “Non so spiegare il perché – racconta Curry -, giochiamo bene la terza frazione, ma quello che conta è il risultato totale sui 48 minuti. È un bene uscire dagli spogliatoi concentrati e decisi, ma non deve essere un pretesto per prendere sotto gamba i primi 24 minuti”. Il tre che ronza nella testa dei Rockets però è un altro: quello del tiro da lontano, che ha tradito sul più bello i ragazzi di D’Antoni: “Le conclusioni dall’arco ti tengono in vita e un attimo dopo possono diventare la tua condanna”, chiosa Draymond Green, che sa bene come si possa restare traditi sul più bello. La stessa amara considerazione che faranno i Rockets dopo questa gara-7.

Golden State: +501 di plus/minus nei terzi quarti della stagione

I numeri degli Warriors dopo l’intervallo lungo sono impressionanti e lasciano poco spazio all’improvvisazione. Quanto fatto da Golden State infatti sembra essere un piano ben congeniato, a prescindere dall’approccio e dalla rilassatezza nei primi due quarti. I campioni NBA infatti cambiano sempre marcia, come dimostra il plus/minus raccolto nell’arco della serie e di tutta la stagione: contro Houston infatti il differenziale tra punti segnati e concessi nel terzo quarto dice +68 in favore degli Warriors in sette partite (di cui tre perse), che va a rimpinguare un totale da +130 nell’arco di tutti i playoff. “Stavo pensando alle dimissioni, questa è stata la prima idea che mi è venuta in testa prima di entrare negli spogliatoi”, racconta Kerr, molto arrabbiato dopo il pessimo approccio al match dei suoi ragazzi: “Una delle prime indicazioni è quella di non commettere falli inutili e noi siamo riusciti a farne quattro in 55 secondi. Avevamo la testa da un’altra parte a inizio gara”. L’approccio non è mai stato il pezzo forte in questa stagione, visto il -3 complessivo di plus/minus messo a referto nelle quasi 100 gare stagionali disputate dagli Warriors. Una tendenza da montagne russe, visto che nella seconda frazione il dato agglomerato è di +130, seguito poi da un mostruoso +501 nel terzo quarto. Il “quarto d’ora granata” in versione cestistica, come definito in maniera sempre attuale già qualche anno fa. In passato però era un’ondata casuale, che tutti sapevano che sarebbe arrivata, senza riuscire a dire con esattezza quando. Adesso invece sembra essere un processo metodico e studiato a tavolino: superato il giro di boa del match, cominciamo a fare sul serio: “Il nostro talento ha avuto la meglio nella ripresa, nulla di più semplice”, prova a banalizzare Kerr. Scegliere quando è il momento migliore di utilizzarlo però è un lusso non da poco. È una qualità da campioni NBA.

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