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Playoff NBA, Houston Rockets traditi dal tiro da tre: 27 errori in fila, è record NBA

NBA

Nel corso di gara-7 la squadra di Mike D’Antoni è stata abbandonata dalla sua arma migliore, il tiro da tre punti: i 27 errori consecutivi a cavallo di secondo e ultimo quarto rappresentano un record nella storia della NBA. “È una ‘make or miss league’: noi semplicemente le abbiamo sbagliate” ha dichiarato l’allenatore dopo la partita

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Per gli Houston Rockets il tiro da tre non è una moda, ma è l’essenza stessa secondo la quale la loro squadra è stata costruita. Secondo i dettami del loro General Manager Daryl Morey e sostenuti dalle idee del loro coach Mike D’Antoni, James Harden e soci hanno segnato 1.256 triple su 3.470 tentativi, entrambi record NBA in una stagione da 65 vittorie e miglior record della lega. Per questo fa ancora più male che nel momento decisivo della stagione la loro precisione dalla lunga distanza li abbia completamente abbandonati, portandoli a sbagliare 27 triple consecutive — e purtroppo per loro anche questo dato rappresenta un record nella storia della NBA. Dopo aver cominciato con 6/14 dall’arco per costruire una doppia cifra di vantaggio e prendere il controllo assoluto della gara, i Rockets hanno sbagliato tutto lo sbagliabile, che fosse ben contestato dalla difesa dei Golden State Warriors (sicuramente salita di livello, specialmente nel secondo tempo) oppure lasciata completamente smarcata. Solamente una tripla di P.J. Tucker a gara già ampiamente sfuggita dal loro controllo ha interrotto una striscia che a fine partita parlava di un terribile 7/44 dalla lunga distanza, un 15.9% che tormenterà le nottate di tutta Houston per i mesi a venire. “Si dice sempre che è una ‘make or miss league’: noi semplicemente le abbiamo sbagliate. Se gli altri non lo facessero, ci faremmo delle domande. Ma questa è la direzione in cui sta andando il gioco: avremmo dovuto segnarne di più, ma la formula è quella giusta” il commento di coach D’Antoni, che si è messo a ridere quando in conferenza stampa gli è stato chiesto se i suoi hanno tirato troppo da tre. “Avessimo sbagliato un po’ di tiri al ferro in più, nessuno ci avrebbe detto ‘Smettete di andare al ferro e tirate di più da tre’. Abbiamo avuto dei buoni tiri aperti, anche se ovviamente non tutti lo erano, così i loro. Ma i nostri avversari hanno avuto una percentuale migliore: abbiamo fatto tutto bene, tranne per il fatto che hanno tirato molto meglio di noi”. 

La domanda, piuttosto, sarebbe dovuta essere cosa è successo ai suoi migliori tiratori, visto che i vari Harden (2/13), Eric Gordon (2/12) e Trevor Ariza (0/9) hanno  sbagliato praticamente tutto quello che è passato per le loro mani. Detto questo, per quanto il risultato sia stato terribile il “processo” dietro di esso era quello auspicato, visto che durante la serie l’ex allenatore di Phoenix aveva rivelato come l’obiettivo fosse quello di tirarne sempre tra le 40 e le 45 per avere una chance “matematica” di battere Golden State. Facendo un rapido calcolo dozzinale, a Houston sarebbe bastato segnarne anche solo tre in più (cioè chiudere comunque sotto al 25%) durante quella striscia di 27 errori quantomeno per rimanere a contatto, avendo chiuso alla fine con 9 lunghezze di distacco. Ma quelle tre triple non sono arrivate e Golden State ha punito senza pietà, specialmente in un terzo quarto in cui allo 0/14 di Houston i campioni in carica hanno risposto con un 7/12 dall’arco propiziato dal 4/5 di Steph Curry (14 punti nel parziale decisivo) e dal 2/4 di Kevin Durant (10 dei suoi 34 nella frazione).

Contro la demonizzazione del tiro da tre

A leggere il titolo di questo pezzo e il risultato della partita verrebbe facile puntare il dito e demonizzare il tiro da tre punti con il quale, secondo un vecchio adagio, “non si può vincere un anello”. In realtà nelle ultime stagioni sono sempre state le squadre capaci di costruire e segnare il maggior numero di triple a giocarsi e a conquistare il titolo, perché — con le difese moderne sempre più grosse, veloci e atletiche — aprire il campo è una condizione essenziale per poter mettere punti a referto, in particolare per poter arrivare al ferro con maggiore libertà d’azione sconsigliando gli aiuti staccandosi dai tiratori (conviene ricordare che in gara-7 i Rockets hanno doppiato gli avversari 56-28 nei punti in area). Houston — così come Cleveland, Golden State e tutte le altre — non usa il tiro da tre “tanto per farlo”, ma perché è il miglior modo per creare spazio di manovra alle sue stelle e in definitiva per vincere, come testimonia non solo il loro eccellente record in regular season, ma anche il fatto che per tre volte in cinque partite hanno battuto i Golden State Warriors, una squadra che aveva un record di 24-3 ai playoff con Kevin Durant dalla loro parte. Tra la vittoria e la sconfitta passano molte più sottigliezze che non il semplice numero di triple tentate: avendo anche perso Chris Paul, uno dei migliori tiratori dalla media distanza della NBA, i Rockets non avevano neanche il piano B da poter esplorare per cambiare le carte in tavola, e hanno finito per pagare l’enorme sforzo fisico e mentale richiesto per difendere contro gli Warriors nella maniera ammirevole in cui lo hanno fatto. Purtroppo per loro il risultato non è stato quello sperato, ma come direbbe un loro vecchio dipendente come Sam Hinkie, non possono fare altro che “credere del processo” che li ha portati a una sola vittoria dalle Finali NBA.

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