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La strada dei Boston Celtics verso il titolo NBA: come fare l'ultimo passo?

NBA

Nicolò Ciuppani

La squadra di Brad Stevens ha vissuto una stagione ampiamente oltre ogni più rosea aspettativa, scoprendo il talento di Jayson Tatum e la crescita di Jaylen Brown. Ora, però, con i rientri di Kyrie Irving e Gordon Hayward bisognerà alzare ancora l'asticella: riusciranno a farlo?

Quando sulla strada verso un titolo NBA si ha la sfortuna di incrociare LeBron James, spesso molte certezze vengono meno. Per i Boston Celtics è avvenuta esattamente la stessa cosa: prima di James, i biancoverdi nella loro storia non avevano mai perso una serie dopo essere stati in vantaggio per 2-0, e prima di gara-7 non avevano perso una singola partita in casa in questi playoff. Ma nonostante la bruciante sconfitta c’è una certezza che nemmeno la grandezza di LeBron può riuscire a scuotere: la ricostruzione che Danny Ainge ha iniziato solamente quattro anni fa è terminata, e rischia di essere la migliore della storia.

I Celtics sono arrivati a pochi canestri dalle finali NBA avendo come miglior realizzatore un rookie di 20 anni, con i due giocatori più pagati a roster (si parla di quasi 50 milioni di Salary Cap) seduti in giacca e cravatta per tutta la post-season, e con il giocatore da più tempo presente in squadra che ha soli 24 anni (Marcus Smart). Nei prossimi due anni vedranno arrivare altre cinque prime scelte al Draft, di cui una - quella non protetta dei Sacramento Kings nel 2019, finiti col secondo peggior Net Rating della regular season - che ha tutte le carte in regola per diventare un asset pazzesco da tenere o da spendere sul mercato.

Ciò che Danny Ainge e Brad Stevens hanno costruito è semplicemente sbalorditivo e senza precedenti, eppure non è detto che i Celtics saranno i dominatori dell’universo per i prossimi anni, dato che solo ad Est i Philadelphia 76ers e i Milwaukee Bucks sembrano poter dare battaglia per molti anni. Ciò nonostante, niente al momento fa pensare che Boston non sarà perennemente tra le squadre che si giocheranno l’anello nel prossimo futuro.

Tuttavia il successo dei Celtics è stato così inaspettato e così rapido da rischiare di bruciare parte della loro grandezza. Ad inizio anno si poteva pensare che una squadra con Kyrie Irving, Gordon Hayward e Al Horford arrivasse in finale di conference, ma nessuno si sarebbe aspettato che una squadra che concede ampi minutaggi a Terry Rozier e Marcus Smart, dove Aron Baynes si mette a tirare da 3, dove due ali piccole di 20 anni sono i migliori realizzatori possa diventare una montagna difensiva capace di portare a gara-7 l’onnipotente LeBron.

La crescita di Brown e Tatum

Coach Brad Stevens ha fatto crescere tutti i suoi giovani giocatori oltre le più rosee aspettative, e adesso dovrà riuscire a farli convivere insieme alle stelle per cui, giustamente, i Celtics hanno investito gran parte del loro spazio salariale. Con il rientro di Gordon Hayward i minuti per Brown e Tatum dovranno giocoforza calare, tanto da cominciare ad ipotizzare di utilizzare uno dei due - assieme ad una o più scelte future - per prendersi la prossima superstar che, per un motivo o per l’altro, dovesse finire sul mercato.

Ma sia Brown che Tatum hanno giocato un po’ troppo bene per accarezzare l’idea di una loro cessione. Generalmente un’ala versatile su entrambi i lati del campo, capace di attaccare palla in mano e con la capacità di prendersi delle grosse responsabilità nel finale delle partite di playoff, non finisce nel mercato: i Celtics ne hanno due, e per i prossimi tre anni i loro stipendi combinati saranno inferiori alla metà di quello che guadagna una stella di prima fascia. Ainge ha dimostrato in passato che è capace di mettersi alle spalle qualsiasi forma di affetto e riconoscenza per migliorare la propria squadra, ma è facile innamorarsi del potenziale di Jaylen Brown e ancora di più di quello di Jayson Tatum. Il rookie ex Duke si è reso protagonista della miglior post-season per un rookie negli ultimi 20 anni, non mostrando nessuna esitazione o rallentamento nel suo gioco in attacco, ma anzi punendo costantemente gli errori degli avversari e sfruttando il suo strabordante talento per trovare dei canestri fondamentali per le fortune della sua squadra.

Anche nell’improbabile ipotesi che Tatum non cresca più di così i Celtics hanno già tra le mani una stella, e l’ipotesi che invece cresca, come è lecito aspettarsi da un giocatore così giovane, solletica la mente con idee di potenziale da primissimi della lega. Questi dubbi sono ovviamente quelli che chiunque farebbe carte false per avere, e se c’è un GM che ha dimostrato di essere in grado di gestirli meglio di tutti quello è proprio Danny Ainge. Nessun giocatore per il GM dei Celtics si è mai dimostrato davvero incedibile, anche se questo, per la prima volta, sembra assomigliarci per davvero.

Il reparto guardie

La situazione nel backcourt dei biancoverdi è più complessa. Quando Kyrie Irving farà il suo ritorno in campo, i minuti per Shane Larkin dovrebbero sparire completamente, mentre quelli di Terry Rozier e Marcus Smart torneranno a calare. Se ci basassimo solamente sull’eye test che questi playoff hanno fornito, il giudizio su Smart e Rozier potrebbe risultare enormemente positivo, ma affidandoci a un caso di studio più ampio e ai freddi numeri vengono subito a galla dei problemi piuttosto grossi.

Rozier è un realizzatore altamente discontinuo e un tiratore di striscia (gara-7 è stato il modo più doloroso per ricordarlo ai suoi tifosi), capace di toccare quota 20 punti solo 7 volte nei suoi tre anni a Boston precedenti a questi playoff dove li ha raggiunti per ben 6 volte, dimostrandosi uno dei giocatori più in forma del pianeta. Ciò nonostante, non è stato ancora in grado di chiudere una stagione con una media al ferro di almeno il 50%, e anche in questi playoff ampiamente positivi ha tirato con il 22% nelle triple dal palleggio. Marcus Smart fa ancora peggio, risultando un tiratore da 36% dal campo, includendo sia tiri da 2 che da 3 punti. Entrambi i giocatori ovviamente valgono molto di più di quanto le loro percentuali raccontino, essendo entrambi degli ottimi difensori, specie Smart che è in grado di marcare molteplici ruoli e tagliare fuori a rimbalzo giocatori molto più alti di lui, ma il loro rinnovo è tutto fuorché scontato.

Smart ha rifiutato in estate un’offerta da 12 milioni l’anno, e numerosi report confermano che sia disposto a lasciare la nave vincente di Stevens per ricercare un adeguato compenso economico. Il mercato per una guardia senza capacità di tiro però rischia di essere estremamente arido, specie per un restricted free agent che Ainge può pareggiare in caso l’offerta che arrivi non sia assolutamente fuori scala. Un’ipotesi da non scartare è quella che Smart, non vedendo arrivare un’offerta adeguata secondi i suoi standard (pare che non si accontenterà di meno di 14 milioni), prenda la Qualifying Offer da 6 milioni per diventare free agent senza restrizioni tra 12 mesi esatti, dandosi un’altra chance di raggiungere le Finali con i Celtics al completo prima di pensare al suo guadagno economico.

Per questo motivo sembra difficile ipotizzare una cessione di Terry Rozier, che probabilmente non sarà mai un titolare in una squadra da titolo, ma ha già ora tutte le carte in regola per essere un’ottima riserva. Rozier non va in scadenza fino all’anno prossimo, dove i Celtics avranno la possibilità di pareggiare a piacere qualsiasi offerta arrivi. Nell’ipotesi in cui Smart vesta un’altra canotta, Rozier sarebbe l’alternativa a basso costo per rimpiazzarlo.

L’infortunio a Irving invece potrebbe rivelarsi la proverbiale “blessing in disguise”: prima che fosse fermato in infermeria, la sua stagione positiva poteva presagire l’ipotesi di un'estensione a 188 milioni di dollari per cinque anni. Adesso, con lo spauracchio di un secondo infortunio che potrebbe far precipitare il suo valore, i Celtics potrebbero intavolare una trattativa di rinnovo per un quadriennale da 107 milioni se Kyrie rinunciasse alla sua player option da 21 milioni nel 2019/20.

Un Irving sano non avrebbe nessun motivo per rinunciare ad oltre 70 milioni garantiti, ma nel caso di un secondo infortunio non ci sarebbe di certo la fila per offrirgli un salario da oltre 30 milioni l’anno, considerando che per tutta la sua carriera è stato afflitto da piccoli e grandi problemi fisici. Il coltello, anche in questo caso, è nuovamente dalla parte di Ainge: strappare ora un rinnovo a prezzo di saldo sarebbe uno di quei tasselli che permetterebbero ai Celtics di avere nel futuro quel minimo di flessibilità salariale per mantenere vivo il roster, quando la luxury tax si farà sentire, probabilmente già dal prossimo anno. I Celtics non andranno dietro nessun free agent di alto livello nel prossimo periodo, con 106 milioni di salari già garantiti per il prossimo anno e i rinnovi dei vari Brown e Tatum che via via arriveranno, ma non per questo non è importante tenere il proprio libro paga il più immacolato possibile.

Cosa migliorare e come riuscirci

Sebbene le note positive siano tantissime, sarebbe folle pensare che questa squadra sia pronta per dominare da qui in avanti: nonostante tutto i Celtics hanno perso contro una Cleveland estremamente priva di talento, con il fattore campo a favore, e sarebbe bastato davvero poco per migliorare le cose.

Marcus Morris a inizio serie si era autonominato il secondo miglior difensore possibile su LeBron, una cosa che si sarebbe rivelata falsa se si fosse limitato anche solo alla sua squadra, ma invece ha voluto strafare proclamandosi il miglior difensore della lega escluso Kawhi. Ovviamente è stato massacrato, con LeBron che ha registrato quasi il 20% di punti a possesso in più quando era Morris a marcarlo. Il gemello di Markieff non andrà in scadenza fino al 2020 e tecnicamente i Celtics potrebbero estenderlo il prossimo anno, ma non avrebbe nessun senso con il monte salari già alto di per sé e i minuti da dividere tra le ali più promettenti a roster. Sarebbe auspicabile portare Marcus in scadenza, aspettando che Semi Ojeleye e Guershon Yabusele maturino al punto da soffiargli il posto.

Il frontcourt di Boston è ancora il punto debole della squadra: sono bastate due partite decenti di Tristan Thompson per far piombare i Celtics nel baratro, quando improvvisamente si trovano incapaci di prendere un rimbalzo nemmeno ne andasse della loro vita. Stevens ha fatto dei miracoli con il materiale a roster negli ultimi anni (Kelly Olynyk, Aron Baynes, Daniel Theis), e Al Horford è ancora il miglior giocatore dei Celtics, capace com’è di orchestrare la difesa e cambiare su tutti. Ma il sistema dei Celtics, basata sul cambiare sempre e comunque, potrebbe ricevere un colpo quando i minuti verranno presi da Irving e Hayward, e in ogni caso c’è ancora bisogno di una presenza in grado di proteggere il ferro in aiuto, cosa finora completamente assente nell’arsenale dei Celtics.

Come già detto lo spazio salariale è terminato e le opzioni disponibili scarseggiano: o  qualcuno dei loro giovani si trasforma improvvisamente in un difensore in aiuto presentabile, o Ainge trova l’occasione per imbastire una nuova trade con qualunque cosa il mercato presenti, o i Celtics devono sopravvivere a questa loro lacuna.

Il troppo benessere potrebbe diventare controproducente: se già i minuti a roster sembrano scarseggiare per tutti nel prossimo futuro, non c’è assolutamente modo di garantire che le prossime cinque prime scelte che Boston dovrebbe incassare nei prossimi due anni facciano parte di un roster che punta dritto al titolo NBA. Il segreto peggio nascosto è che tutti sanno benissimo che Boston non si può permettere di tenere e sviluppare tutte le sue scelte, e quindi sarà costretta a scegliere degli stash da depositare in Europa oppure cedere qualcosa. Non è una problematica così grave: alla fine delle scelte fanno gola a chiunque, a prescindere di quale sia il record in classifica della squadra, ma se dal mercato non dovesse uscire nulla che valga la pena di prendere, Boston dovrebbe comunque pensare di prenderlo comunque o rassegnarsi a veder perdere di valore ai propri asset.

In ogni caso il futuro di Boston sembra più che roseo e bene avviato, anche se la certezza di longevità e successo perenne in NBA non esiste. Dodici mesi fa nessuno avrebbe immaginato Kyrie Irving o Kawhi Leonard ai ferri corti con le proprie squadre, ed oggi nessuno si immagina i giovani prodigi di Boston con un’altra canotta. Ma la competitività in NBA, specie per vincere un anello, è talmente alta che nemmeno i Boston Celtics - che probabilmente hanno le migliori prospettive di tutti - possono permettersi troppi passi falsi.

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