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NBA, LeBron James prepara il secondo addio a Cleveland? Ecco le parole incriminate

NBA

Mauro Bevacqua

Il n°23 dei Cavs racconta di essere andato via da Cleveland nel 2010 "perché non avevamo il talento necessario per battere le Boston e le San Antonio della lega". Poi ammette lo stesso deficit di talento ("Diciamoci la verità...") contro la Golden State di oggi

CLEVELAND, OHIO — Alla vigilia di quella che potrebbe essere l’ultima partita della sua stagione, le parole rilasciate da LeBron James in conferenza stampa non sono passate inosservate. Pur cercando di mantenere il focus e l’attenzione sulla gara-4 in programma venerdì notte, il leader dei Cavs non si è tirato indietro davanti ad alcune domande che, se da un lato sembravano voler già guardare in retrospettiva l’attuale stagione, dall’altro si affacciavano su possibili scenari futuri. Definendo l’annata “una delle più impegnative della mia carriera”, James si è soffermato non tanto sulle difficoltà in campo quanto su tutto quello occorso attorno alla squadra — “i cambi nel roster, l’assenza di coach Lue per un paio di settimane, giocatori scomparsi [Derrick Rose, ndr], infortuni e altre cose di questa natura”. “Poi sono arrivate le trade”, a stravolgere ulteriormente il roster a metà stagione, “per cui posso tranquillamente dire che è come se in questa stagione se ne fossero concentrate 4-5 normali”. In una di queste trade, a febbraio, James ha dovuto dire addio al suo grande amico Dwyane Wade, tornato a Miami, e interrogato al riguardo non ha nascosto il rimpianto di non avere D-Wade al suo fianco in queste finali: “Non solo per la nostra amicizia ma anche per l’esperienza che porta con sé. Sono certo che avrebbe potuto far bene, molto bene per noi in questi playoff, perché Dwyane è costruito per la postseason. Sembra una vita che non è più qui con noi, ma io di tanto in tanto ci penso, non ci sono dubbi”. Una prima frecciatina alla dirigenza? Il dubbio viene quando, di fronte a una successiva domanda sugli avversari di serie, i Golden State Warriors, James si lascia andare a una serie di complimenti sulla profondità del loro roster: “Il punto forte della loro squadra è che se una delle loro star si infortuna ne hanno altre due o tre capaci di tenere saldo il timone in attesa del rientro. È successo quest'anno quando si è fatto male Steph — ma KD, Klay e Draymond sono sempre stati in campo — ma anche lo scorso anno quando è mancato Durant, rientrato solo per i playoff”.

Avversari più forti: ieri i Celtics e gli Spurs, oggi gli Warriors

Una profondità — e un livello di talento — che “King” James non sente attorno a sé a Cleveland in questa versione dei Cavs, posizione che non fa nulla per nascondere: “Mi pare ovvio affermare che per puro talento, dal primo al quinto giocatore, Golden State è molto più attrezzata di noi. Diciamoci la verità. Hanno in quintetto due MVP, poi Klay — uno capace di segnare 40 punti in un quarto — e Draymond, con ogni probabilità il miglior difensore della lega e una delle menti di pallacanestro più brillanti. A questo gruppo va aggiunto un ex MVP delle finali NBA, una prima scelta assoluta [in realtà la quarta, al Draft 2004, ndr] o un ex All-Star come David West. Insomma, tantissimo talento. Anche noi ne abbiamo, ma alla fine in questa serie ci siamo ritrovati nella posizione di poter vincere due delle tre partite che abbiamo perso e ci è sempre mancato qualcosa. Dovevamo segnare più tiri? Fare meno errori mentali? Buttarci sulle palle vaganti?”, si chiede il leader di Cleveland. Che poi conclude: “Quando fai errori del genere vieni punito, perché non solo hanno più talento di te ma giocano anche in maniera più intelligente e hanno dentro quel DNA dei campioni che fa la differenza”. Parole che sembrano in parte mettere sotto accusa il rendimento dei propri compagni, ritenuti insufficienti per coronare col successo la corsa al titolo 2018 come lo erano stati in passato altri compagni di James: “A un certo punto durante il mio primo periodo di carriera in maglia Cavs ho sentito di non avere il livello di talento necessario per competere contro le migliori squadre NBA, non solo Boston. E non parlo solo di talento in campo, perché ci vuole anche la testa, l’aspetto mentale del gioco è fondamentale”, ammonisce James, che poi ribadisce: “Sapevo che a Cleveland il talento non era quello sufficiente a battere le Boston o San Antonio del caso” e così oggi — quando dice lo stesso nei confronti di Golden State — a qualcuno le parole sono sembrate il primo segno di disimpegno verso la sua squadra, la sua città, il suo Northeast Ohio. Potrebbero mancare solo 48 minuti alla fine della stagione, ma l'estate della sua free agency sembra già iniziata. 

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