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NBA, Kyrie Irving, il futuro ai Celtics e gli insegnamenti ricevuti da Kobe Bryant e Kevin Durant

NBA

Il leader dei Celtics si dice orgoglioso di quanto fatto dai suoi giovani compagni nei playoff ma rilancia già per l'anno prossimo: "Voglio portare un titolo a Boston". E grazie ai consigli e all'ispirazione di Kobe e KD ha già chiaro cosa vuol fare una volta chiusa la sua carriera

È stato uno dei grandi assenti degli ultimi playoff: la sua squadra, i Celtics, hanno recitato da protagonisti arrivando fino a una partita di distanza dall’approdo in finale NBA e proprio per questo per Kyrie Irving non aver potuto dare il suo contributo trascinando Boston allo showdown finale per l’anello contro i Golden State Warriors brucia tantissimo. “Lo ammetto, sono stati due mesi difficili”, dice la point guard di coach Brad Stevens. “Non so neppure che parole usare per spiegare quanto mi piace poter essere in campo nelle gare più importanti di una stagione. Fin da bambino le partite che mi piacciono di più sono quelle che contano sul serio, perché è da quelle sfide che impari di più. Per tutta la vita ho sempre cercato di giocare e misurarmi coi più forti, e i playoff sono quel momento lì, quando in campo restano solo i migliori. Mi piace la sensazione di quelle gare, la preparazione che c’è dietro, lo stimolo mentale: è un momento fantastico, che amo alla follia. Vincere un titolo è una sfida con te stesso giocata al più alto livello possibile, e ovviamente avrei voluto provarci insieme ai miei compagni”. Per questo una parte di sé è già proiettata alla prossima stagione, anche se l’estate si preannuncia caldissima sul fronte dei free agent e alcuni grandi nomi – da LeBron James in giù – sono stati associati anche ai Celtics, scenari che ovviamente potrebbero stravolgere tutto quello costruito a Boston durante questo campionato appena concluso: “Fin dall’anno scorso sono stato trasparente con Danny Ainge e con la proprietà su quelle che erano le mie intenzioni per la stagione appena conclusa. Finito il campionato ho fatto nuovamente presente che tipo di conversazioni sono necessarie per essere tutti sulla stessa lunghezza d’onda. Quello che voglio è portare questa squadra al titolo, è l’unico mio obiettivo: e quando quel momento arriverò io mi farò trovare pronto”. Parole che se da un lato fanno immaginare Irving leader al comando dei giovani Celtics anche l’anno prossimo, dall’altro sembrano lasciare sottotraccia una certa volontà di conferme da parte del management che rinnovino la centralità del giocatore nel progetto Celtics: “Abbiamo un’organizzazione incredibile e ci stiamo muovendo nella giusta direzione: ci siamo messi nella condizione migliore per avere un grande futuro”. Per quello che è stato il recente passato e l’entusiasmante cavalcata playoff compiuta da Boston, nonostante la sua assenza e quella di Gordon Hayward, Irving ha solo parole di grande entusiasmo: “Ho ammirato tantissimo quello che sono stati in grado di fare i miei compagni. Vederli mettere in campo quel tipo di sforzo e raggiungere certi risultati è stato quello che più mi ha gratificato. È stata una bella soddisfazione vedere che l’identità che abbiamo cercato di costruire per tutto l’anno ha preso corpo proprio durante i playoff, al momento giusto, sul palcoscenico più importante. I ragazzi più giovani hanno preso le redini della squadra, approfittando al massimo dell’opportunità che gli si è presentata. Sono stato davvero orgoglioso di loro”.

C’è molto altro oltre al basket: gli esempi di Kobe Bryant e Kevin Durant

In attesa di tornare in campo al via della prossima stagione, l’estate di Kyrie Irving lo vede protagonista sui grandi schermi americani, con l’uscita del film Uncle Drew, che lo vede protagonista. Uno dei mille esempi che testimoniano l’attenzione della point guard di Boston a tutto ciò che gira attorno al mondo del basket e non si limita ai confini ai 28 metri per 15 di un parquet NBA, caratteristica che lo accomuna ad altri grandi superstar della lega passate e presenti: “Uno come Kobe Bryant mi ha ispirato in quella che è la mia vita in generale: parla 4-5 lingue diverse, ha un intelletto speciale che rende conversare con lui sempre super interessante. Poter parlarci assieme ti stimola sempre tanto, anche da un punto di vista creativo e artistico. C’è tanta gente che pensa a noi atleti semplicemente come tali, e ci vuole confinare in una scatola, dentro recinti precisi: ma io sento il bisogno di uscire da queste costrizioni per essere libero di esprimere le mie passioni anche in maniera diversa e in ambiti diversi. Amo giocare a basket, amo vedere un pallone entrare a canestro, è una delle grandi passioni della mia vita. Ma quando esco dal campo mi piacciono i rapporti umani, le interazioni sociali: fa parte della mia evoluzione come giocatore”. Un processo che ha portato Irving a misurarsi anche con Kevin Durant, che proprio recentemente ha fatto notizia per aver confessato di immaginarsi già – a 35 anni – proiettato in un contesto fuori dalla NBA: “Il basket è un ottimo veicolo che mi ha permesso di esplorare il mondo ma nel tempo poi gli interessi e il valore di certe cose cambiano. Diventa ridondante, ripetitivo e spesso noioso per noi dover rispondere sempre alle stesse domande, anno dopo anno dopo anno. Per noi rimane stimolante la parte che riguarda strettamente il gioco – cercare di migliorare, perfezionarci, diventare i giocatori più forti che possiamo essere – ma molto meno tutto quello che riguarda il lifestyle di un giocatore NBA. Essere identificati soltanto come giocatori NBA dopo un po’ ci va stretto: ci interessa il mondo degli affari, dell’arte, qualcuno può avere interesse nel settore immobiliare. Ci possiamo buttare in avventure diverse e quando non sei più dedicato al 100% al basket sei finalmente libero di farlo: io quando la mia carriera sarà finita so già cosa voglio fare, voglio tornare a scuola, studiare per essere coinvolto in maniera consapevole sui temi sociali e culturali che possono migliorare la nostra vita”. Il più tardi possibile, si augurano a Boston: perché prima c’è riportare un titolo NBA in città, dove manca dal 2008. Kyrie Irving l’ha vinto nel 2016 a Cleveland: perché non bissare con la maglia dei Celtics?

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