10 agosto 2018

NBA, cosa può dare Carmelo Anthony agli Houston Rockets?

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E' ufficiale il passaggio di Carmelo Anthony agli Houston Rockets, ma i dubbi sul suo inserimento al fianco di James Harden e Chris Paul rimangono. Riuscirà a calarsi in un ruolo di secondo piano, a differenza di quanto successo a OKC?

Dopo la trade ad Atlanta per Dennis Schroder e il successivo buyout con firma al minimo salariale, Carmelo Anthony è finalmente un giocatore degli Houston Rockets.

Per quanto riguarda Anthony, l’evolversi della situazione è il migliore possibile e non ci sono punti negativi: Melo percepirà fino all’ultimo centesimo del suo contratto da quasi 28 milioni di dollari e il suo fit con OKC, che non era mai sembrato ottimale, è giunto a una prevedibile conclusione. Anche dal punto di vista della vita sociale, passare da OKC a Houston è un netto miglioramento, per non parlare della sua reunion con il compagno di Banana Boat Chris Paul. Non bastasse questo, l’ex numero 7 di OKC è passato da una squadra che è stata eliminata al primo turno dagli Utah Jazz a una che ha messo i Golden State Warriors con le spalle al muro. Se c’è un vincitore assoluto e indiscusso della trade, quello è senza dubbio Carmelo Anthony. Le cose per Houston, tuttavia, si fanno complicate.

Cosa vogliono i Rockets da Melo?

Dopo aver rinnovato Chris Paul e Clint Capela per un totale di 250 milioni di dollari, i Rockets si sono visti sottrarre la versatiltà difensiva di Trevor Ariza e Luc Richard Mbah a Moute. Il prezzo pagato per trattenere due dei migliori tre giocatori dei Rockets vale ovviamente la candela, ma con la flessibilità salariale azzerata per mantenere la squadra competitiva occorre ripiegare su ciò che il mercato offre, anche se queste sono delle vere e proprie scommesse come Michael Carter-Williams o, appunto, Carmelo Anthony.

Ariza e Mbah a Moute non sono di certo nomi altisonanti, ma sono difensori tenaci che hanno permesso a Houston di avere la sesta miglior difesa della lega, con Ariza che ha difeso dignitosamente in marcatura singola contro Durant nelle finali di conference (il che vuol dire ovviamente che non è stato massacrato, non che lo ha fermato). Al contrario, potreste facilmente convincermi che la prossima volta che Melo difenderà sarà la prima della sua ormai quindicennale carriera.

Houston sa benissimo che il suo nuovo acquisto non sarà chiamato a fare ciò che gli altri due facevano - e in NBA questa particolare dinamica succede molto più spesso di quanto si pensi -, ma non è comunque chiaro di cosa Houston sembra aver bisogno da Carmelo.

Ad Atlanta invece lo sanno perfettamente: sfruttarlo per un tweet che ha fatto ridere anche LeBron James.

Melo è reduce dalla sua peggior stagione in carriera ad OKC, dove ha visto tutte le sue voci statistiche precipitare a picco. Sebbene il suo palmares reciti 10 convocazioni all’All-Star Game, è innegabile che Anthony si trovi nella parabola discendente della sua carriera da un pezzo. Molte dei numeri in picchiata sono ovviamente dovuti al ruolo ridimensionato che Melo ha avuto al fianco di Russell Westbrook e Paul George, ma la situazione a Houston non è delle migliori per prevedere un’inversione di tendenza. La palla resterà saldamente nelle mani di uno tra Paul e Harden, e al momento sembra anche difficile ipotizzare uno scenario in cui entrambi decidano di non avere il pallone per lasciar fare a Melo ciò che meglio gli riesce, che teoricamente sarebbe quello di attaccare in uno-contro-uno.

Il vero grattacapo non è il fatto che Anthony sia ormai la versione sbiadita dei suoi giorni migliori: la NBA è piena di giocatori che si sono rivoluzionati per adattarsi al passare del tempo e al logorio del loro fisico. Il problema, piuttosto, è che ha sempre avuto una visione delle sue abilità spaventosamente più ottimistica di quella che realmente è. Anche nella stagione passata, dove il contesto sarebbe stato l’ideale per affrontare la transizione a un ruolo lontano dal pallone, allargando il campo e aspettando che Westbrook facesse a fette la difesa avversaria per servirgli palla con metri di spazio, Anthony non è mai sembrato a suo agio nel suo nuovo ruolo in secondo piano, distaccandosi sempre più col passare della stagione fino a sembrare un vero e proprio corpo estraneo nei playoff. Anche se dovremmo tutti trovare nella nostra vita una persona che ci guarda come Carmelo guarda se stesso, i suoi 34 anni non andranno da nessuna parte, e per la NBA avere 34 anni è una condanna al declino senza possibilità di appello (a meno di profezie o genetica fuori dal senso logico). Non è quindi realistico aspettarsi un contributo di primo livello da Anthony, né da parte dei Rockets né da parte dello stesso Carmelo.

Anche i Rockets, come lo erano i Thunder, sarebbero la piattaforma ideale per permettere a Anthony di effettuare la transizione nella parte finale della sua carriera. Houston è una esasperata macchina di triple, spesso prendendone una quantità offensiva. E prendere triple è praticamente ciò che i Thunder hanno chiesto a Carmelo per tutta la stagione (6.1 tentativi a partita e 2.2 realizzate, tra le migliori cifre della carriera), ma anche qui occorre sperare che, riprovando la stessa cosa, il risultato cambi profondamente. Carmelo ha peggiorato in modo significativo le proprie percentuali in catch and shoot, ed è passato dal 94° percentile nella categoria al 59°. Per capirsi: la sua percentuale effettiva piedi-per-terra è pari a quella di Lonzo Ball.

Houston è anche la squadra che ha dominato la lega con gli isolamenti, e almeno qui il fit sembrerebbe perfetto. Il problema è che gli isolamenti dei Rockets sono presi da Chris Paul e James Harden, due giocatori estremamente efficienti che sono anche in grado di distribuire il pallone ai tiratori sparpagliati per il campo o lanciare lob a Capela che taglia verso il canestro. Le cifre di Anthony in isolamento sono tutt’altro che efficienti o auspicabili, e la sua capacità di coinvolgere i compagni con passaggi con i giusti tempi è a dir poco manchevole da sempre. Anche qui il declino della carriera di Melo è lampante: l’anno passato Melo è risultato 36° su 47 giocatori che hanno preso almeno 100 possessi in isolamento, e la sua produzione in punti per possesso è pari a quella di Rondae Hollis-Jefferson.

In sintesi: Carmelo deve continuare a fare ciò che gli viene chiesto, ma cambiando profondamente il modo in cui viene fatto e accettando di buon grado il cambiamento. Non esattamente la transizione più semplice del mondo, per quanto già nella scorsa stagione l’avesse accettata a parole.

Dalla panchina?

Con uno sforzo di immaginazione presumiamo che Melo si renda finalmente conto di essere il fantasma dell’attaccante che una volta era, magari guardando il suo recap della scorsa stagione e realizzare che ha segnato 30 punti la bellezza di zero volte.

Houston potrebbe approfittare per provare a farlo partire dalla panchina, schierarlo contro le riserve avversarie, contro le quali il livello è sicuramente più basso, e sgravare Chris Paul degli eventuali raddoppi che le altre squadre potrebbero portargli quando è l’unico portatore di palla. Siamo però in grado di immaginare Melo accomodarsi in panchina? L’anno scorso, nella conferenza stampa di presentazione gli venne chiesto cosa pensasse della possibilità di fare la riserva:

E la reazione non fu delle più incoraggianti.

Però, dopo la stagione a dir poco deludente con tutte le cifre statistiche in caduta libera e la “scintillante” prestazione ai playoff contro i Jazz, dove in sei partite ha segnato la bellezza di 4 (QUATTRO, Q-U-A-T-T-R-O) punti nei quarti periodi, i reporter gli hanno nuovamente suggerito l’idea di partire dalla panchina. La sua reazione è stata, per metterla eufemisticamente, freddina: “Non ho intenzione di sacrificarmi per un ruolo in panchina, quindi la cosa è fuori dalla discussione”.

Però dopo aver assistito al mercato estivo che lo trattava come un appestato è possibile provare a pensare che il suo ego ne esca ridimensionato e sia finalmente disposto a mettersi da parte per il bene della squadra, giusto? Ecco, questo è il punto dell’articolo dove se siete tifosi dei Rockets suggerirei di passare oltre.

Lo scorso mese Melo ha twittato una foto di lui che sorseggia vino rosso invitando i suoi critici a “DUCK SICK”, uno degli anagrammi meno criptici che ci siano.

Inoltre, in un’intervista rilasciata a The Undefeated, ha dichiarato che “so benissimo come giocare a questo gioco, ci ho giocato per moltissimo tempo. Quando sentirò che sarà il momento di avere quel ruolo [ndr. la riserva] allora avrò quel ruolo”.

Per dare definitivamente il colpo di grazia alle speranze dei tifosi Rockets, che possono comunque provare a trovare la luce da una microfessura chiamata gestione dei minutaggi da parte del loro allenatore - perché uno può fare il titolare e comunque giocare molto meno di altri - basta ricordare il precedente tra Mike D’Antoni e Carmelo Anthony, quando entrambi erano sotto paga dei New York Knicks. Dopo due anni di travagliata convivenza tra i due Melo suggerì alla dirigenza di scegliere tra il loro giocatore franchigia e il loro allenatore, e appena D’Antoni lo venne a sapere decise di dimettersi seduta stante, con i Knicks che scelsero di affidarsi all’assistente Mike Woodson per far felice la loro stella, con il quale Anthony ha vissuto la miglior stagione della sua carriera, la 2013-14.

La situazione a Houston però dovrebbe essere profondamente diversa: se per caso il “o me o lui” dovesse ripetersi, il General Manager dei Rockets Daryl Morey ci impiegherebbe circa due secondi a suggerire a Carmelo di fare attenzione a non battersi la porta nelle chiappe quando se la chiuderà alle spalle. D’Antoni si è dichiarato ottimista sulla loro convivenza futura, ma sarebbe quantomeno auspicabile un po’ di scetticismo per vedere un Anthony sereno del suo ruolo ridimensionato nella prossima stagione.

Quindi ci sono lati positivi per i Rockets?

Se fossi costretto a usare tutto l’ottimismo che consumo in un anno per rispondere a questa domanda ne uscirebbe qualcosa tipo “i rischi sembrano più grossi dell’eventuale ricompensa”.

Di sicuro, rispetto al passato, questa è una relazione in cui entrambe le parti sembrano volenterose di impegnarsi: Paul e Harden hanno dichiarato ripetutamente di aver fatto recruiting in prima persona per portare Melo a Houston; D’Antoni come detto si è dichiarato certo che il passato è ormai alle spalle e prima che OKC scambiasse con New York i Rockets erano tra le papabili destinazioni di Carmelo già nella scorsa stagione. Inoltre è lo stesso Melo ad aver scelto la sua destinazione, e a questo giro non ha semplicemente deciso di rinunciare alla no trade clause, ma ha proprio scelto l’offerta migliore (ammesso che ce ne fossero almeno due sul tavolo).

Se si vuole essere davvero ottimisti si può anche pensare che i Thunder avevano affidato a Melo il ruolo di terzo violino in squadra, mentre a Houston Anthony sarà il quinto giocatore per importanza, dove oltre a CP3 e il Barba anche Clint Capela e Eric Gordon avranno ruoli più determinanti. Ma questo non spiega minimamente come le cose possano funzionare, e perfino Las Vegas ha cambiato le sue quote definendo più difficile per i Rockets vincere l’anello DOPO che hanno preso Carmelo.

Se D’Antoni riuscirà nell’ennesima resurrezione della sua carriera potrebbe ritenerlo il suo capolavoro massimo: stiamo parlando del giocatore che ai Playoff ha portato alla sua squadra un plus-minus di  -58 di punti quando lui era in campo mentre, nella metà degli stessi minuti che ha trascorso in panchina, la stessa squadra ha chiuso con un +32. E se siamo comunque preoccupati per quanto riguarda il suo attacco, che dopo 15 anni e 41.000 minuti in NBA è inevitabilmente calato, la sua difesa non è mai stata nemmeno per un momento adeguata o presentabile.

I Rockets sono senza grossi dubbi peggiori dell’anno scorso con Anthony al posto di Ariza e Mbah a Moute, e la loro arma tattica difensiva migliore è ormai un lontano ricordo. In finale di conference, almeno nelle prime cinque partite, Houston aveva soffocato l’attacco dei Golden State Warriors adottando uno switch sistematico dei suoi giocatori, riuscendo a non concedere spazio agli avversari su ogni blocco e senza concedere mismatch fisici irrimediabili. Nelle Finali NBA i Cavaliers hanno provato la stessa tattica, ma senza avere il personale adeguato per farla, e sono stati massacrati. Forse Houston ritiene che Paul, Capela e P.J. Tucker siano sufficienti a coprire i crateri difensivi lasciati da James Harden e Carmelo Anthony, ma siamo allo sperare che succeda piuttosto che credere che possa succedere davvero.

Purtroppo il mercato spesso costringe le squadre a fare scelte non ottimali, e per quanto il passato glorioso faccia sembrare difficile dirlo, un 34enne in declino fisico, senza capacità difensive, senza spiccate doti di playmaking e senza ormai una skill di élite in NBA, dovrebbe essere trattato come tale: un veterano a fine carriera, che firma al minimo in una contender per provare a vincere qualcosa. E che se non funziona viene giustamente accantonato.

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