28 agosto 2018

NBA, Manu Ginobili: una lettera aperta per svelare tutti i retroscena del suo ritiro

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Il giocatore argentino ha scritto di suo pugno, affidandola al quotidiano argentino "La Nación" una lunga lettera in cui spiega com'è giunto alla decisione, a 41 anni, di lasciare il basket. Ringraziando l'Italia, i tifosi e coach Popovich: "Il primo a cui ho voluto dirlo"

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“Quando ho ripreso in mano il pallone, non mi pesava come le altre volte”. La intitola così Manu Ginobili la lettera aperta che affida alle colonne de La Nación, il principale quotidiano argentino, per spiegare e raccontare nel dettaglio il suo addio alla pallacanestro. Lo fa riprendendo fin dalla prime righe il tweet con cui – in data 27 agosto – ha messo fine a 23 anni di grande basket, 23 anni che lo hanno visto protagonista sui parquet di tutto il mondo. “Provo un mix di sensazioni molto diverse: tanto entusiasmo per la decisione presa e per quello che mi attende ora, ma anche parecchia incertezza perché non so come mi adatterò a una routine quotidiana senza dover pensare alla prossima partita”. Poi l’argentino inizia a raccontare i retroscena della sua decisione, e lo con lo svelare un particolare importante: “Nella mia testa la scorsa stagione era già l’ultima, ma non ho mai voluto parlarne apertamente perché non volevo limitarmi le opzioni”. Chiusi (al primo turno) i playoff 2018 con l’eliminazione per mano di Golden State, Ginobili ha scelto di concedersi come al solito “un mese/un mese e mezzo per staccare e capire come mi sentivo”, ma prima di imbarcarsi con la famiglia in un viaggio in Canada “ho detto a Pop(ovich) che mi sentivo più fuori che dentro”. Poi, una volta tornato a San Antonio, e rimesso piede in palestra, Ginobili ha capito che c’era qualcosa di diverso: “Mi sono rimesso a far pesi, ho ripreso in mano il pallone e ho visto i ragazzi giovani in squadra impegnarsi a morte per prepararsi alla prestagione: io, invece, risentivo ancora degli ultimi due infortuni accusati la scorsa annata e questo poco a poco mi ha spinto verso la decisione”. Non prima, però, di confrontarsi con Gregg Popovich, che in quei giorni era in viaggio in Europa: “Volevo che fosse il primo a saperlo, volevo parlarne con lui prima che con chiunque altro”, rivela Ginobili. “Poi, il 27 agosto, è stato il momento di renderlo pubblico. Non vi  potete immaginare la tensione davanti al computer quando ho dovuto premere il tasto per pubblicare il mio tweet. Immediatamente dopo ho sentito un gran sollievo, ed ero convinto di potermi scollegare: invece sono iniziati ad arrivare messaggi su messaggi e non ho potuto fare a meno che leggerli tutti. Alcuni mi hanno davvero emozionato, anzi, dovrei dire ‘ci hanno emozionato’…”. E quel ci introduce il ringraziamento del giocatore argentino alla moglie Many, “che con me ha condiviso 21 dei 23 anni della mia carriera da giocatore” e alla quale Ginobili dedica parole bellissime e dolcissime, riconoscendone il lavoro fatto in famiglia, a casa, con i figli, e anche accanto a un atleta e a un agonista del suo livello, con cui ha condiviso i successi ma anche le sconfitte. 

Marco Belinelli in esclusiva a Sky Sport 24 sul ritiro dell'amico Ginobili

Nove allenatori, 254 compagni di squadra ma solo due gruppi

Poi, nella lettera del n°20 degli Spurs, arriva l’ennesimo riferimento a Popovich: “Ovviamente non gli ho detto: ‘Ciao, me ne vado’ – racconta Ginobili – perché i miei figli hanno già iniziato la scuola [a San Antonio] e finché resterò in città voglio restare vicino alla squadra e alla franchigia”, cercando di aiutare in qualsiasi modo possibile. Arriva, anche, il momento di riflettere su una carriera lunga quasi 25 anni, che – assicura l’argentino – “chiudo senza lasciare nulla in sospeso”. Anzi, “gli ultimi tre anni ho giocato come se fossi tra amici, senza sentire la pressione di essere il primo o l’unico responsabile di quello che sarebbe potuto succedere, con la sensazione di aver fatto comunque tutto il possibile. Ho giocato perché mi piaceva farlo”. Ginobili ha fatto anche due conti, prima di prendere idealmente la penna in mano, e così ha il numero esatto dei compagni (“sono 254”) e degli allenatori (nove) che gli sono stati vicini in carriera: “Una delle cose più belle è che non nessuno di loro c’è mai stato un problema”. Alcuni di questi allenatori (Ettore Messina, ad esempio) e alcuni di questi giocatori li ha incontrati e conosciuti in Italia, ed “è importante riconoscere il ruolo giocato dalla mia esperienza in Europa per farmi diventare il giocatore che sono diventato. Più ancora dei successi sportivi che ho vissuto a Bologna o del processo di crescita che ho vissuto a Reggio Calabria, tutto ciò che ho dovuto imparare lì mi è servito per poter poi competere al livello più alto nella NBA. Tutto è stato speciale nella mia carriera, perché non è assolutamente comune restare così tanto tempo in una stessa squadra, così come non succede quasi mai che un gruppo di giocatori resti sostanzialmente unito per quasi 20 anni, com’è successo sia agli Spurs che con la Generación Dorada”. Ed è qui, quando parla delle due realtà che hanno marchiato a fuoco la sua carriera, che Ginobili sembra proprio scrivere con il cuore in mano: “Ho avuto la fortuna di far parte di due gruppi che hanno recitato un ruolo incredibile nello sport e in entrambi i casi ho scoperto una qualità umana impossibile da eguagliare”.

Ettore Messina racconta il "suo" Ginobili in esclusiva a Sky Sport 24

La fine e il nuovo inizio

Sul finire della lettera aperta pubblicata su La Nacion non può mancare ovviamente l’omaggio ai tifosi. Prima a quelli degli Spurs: “A loro dico grazie perché mi hanno adottato fin dal primo giorno. Lo so che le mie origini latine e il fatto che parlassi spagnolo hanno aiutato, ma quello che ne è scaturito è una connessione unica durata la bellezza di 16 anni”. Poi però, le ultime parole sono per i suoi connazionali: “La verità è che non ho parole adatte per raccontare quello che abbiamo vissuto assieme, impossibile da dimenticare”, dice. “Le emozioni vissute con la nazionale non sono facili da spiegare in qualche riga. Quello che mi ha toccato nel profondo è stata la mia ultima partita ai giochi olimpici di Rio nel 2016, una dimostrazione di affetto che mi ha davvero colpito”. Ma a chiudere Ginobili vuole guardare avanti, non indietro: “Inizia un periodo in cui posso passare più tempo con mia moglie e con i miei figli. Spendere tempo di qualità in Argentina con la mia famiglia e i miei amici. Mangiare polenta al tavolo con i miei genitori o carne asada con gli amici. È venuto il momento di passare la seconda parte della mia vita con molte meno responsabilità e chiedendo finalmente meno al mio corpo, che è l’unico che ho. Avere del tempo libero è ciò che tutti inseguono: oggi, a 41 anni, finalmente lo posso fare anch’io: grazie per essere al mio fianco in questo viaggio”. 

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