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08 gennaio 2019

NBA, un mese da record: come gli Spurs sono tornati la miglior squadra della lega

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Al 6 dicembre solo i Phoenix Suns facevano peggio della squadra di Marco Belinelli nella Western Conference: oggi San Antonio è di nuovo da corsa, e nell'ultimo mese gioca la miglior pallacanestro di tutta la NBA. Ecco come

CONTRO DETROIT 5° SUCCESSO IN FILA: E PER POPOVICH ARRIVA UN ALTRO RECORD

IL PERIODO NERO: SCARTI RECORD E SCONFITTE IN SUCCESSIONE

Occorre riavvolgere il nastro un po’ indietro: a un mese fa, il 6 dicembre 2018 per l’esattezza. Gli Spurs incassano 121 punti dai Lakers e mandano a record l’ennesima sconfitta, la 14^ del loro campionato, a fronte di sole 11 vittorie. La gara prima ne avevano incassati 139 dagli Utah Jazz, il primo di dicembre 136 dagli Houston Rockets e prima ancora altri 128 da Minnesota e 135 da Milwaukee, tutte sconfitte. San Antonio sembrava aver toccato il punto più basso degli ultimi 20 anni – anche perché in questi 20 anni aveva abituato tutti fin troppo bene, qualificandosi a mani basse per il titolo di franchigia sportiva USA più vincente in assoluto. Poi qualcosa è cambiato – o forse no. È cambiato nei risultati, di sicuro, ma forse senza che nulla di clamoroso o scatenante dovesse succedere. Semplicemente, come continuava a predicare coach Gregg Popovich, c’era bisogno che i nuovi imparassero un nuovo sistema (soprattutto difensivo, per DeMar DeRozan e Jakob Poeltl) e che si stabilissero quei nuovi equilibri interni necessari dopo un’estate rivoluzionaria, con l’addio di Kawhi Leonard ma anche quelli di Tony Parker, Manu Ginobili, Danny Green e Kyle Anderson. Dal 7 dicembre 2018 a oggi – nell’ultimo mese di NBA – gli Spurs sono tornati a dominare la lega. Lo dice il record – 13 vittorie e 3 sole sconfitte, meglio di qualsiasi altra squadra NBA – ma lo confermano anche tutta una serie di dati statistici che normalmente gli Spurs erano soliti dominare ma che invece negli ultimi tempi li condannavano senza appello. Eccone alcuni: nell’ultimo mese l’attacco degli Spurs, guidato proprio dal neo-arrivato DeRozan, è il più efficiente della lega, producendo 118 punti per 100 possessi, davanti a quello drogato dalle triple a ripetizione degli Houston Rockets. Il net rating della squadra di Popovich, poi – grazie a una difesa che comunque è la terza in tutta la NBA – è di gran lunga il n°1 con un entusiasmante +15.4, quando gli Indiana Pacers, secondi, si fermano a +9.0. Che l’attacco funzioni a mille, lo testimoniano anche le percentuali al tiro, le migliori in assoluto sia quando si parli di quelle effettive (57.7%) che di quelle reali (61.4%) perché nessuno negli ultimi trenta giorni tira dal campo, da tre punti e dalla lunetta meglio degli Spurs. Impossibile, con dati del genere, non risalire una classifica che al 6 dicembre li vedeva penultimi nella Western Conference davanti solo ai Phoenix Suns (ma d’altronde terzultimi erano i Rockets, l’altra squadra caldissima nell’ultimo mese, in super rimonta) e che oggi invece vede Aldridge e compagni non solo con un record abbondantemente positivo (24-17) ma lottare per entrare nelle prime 4 posizioni a Ovest. 

Dentro le ragioni della “rinascita” Spurs

Come spiegare una trasformazione così radicale tra i primi 50 giorni di regular season e poi invece l’ultimo mese di successi? Ovviamente c’è lo zampino di coach Popovich, che come sempre gli accade ha scelto di mettere in campo lo stile di pallacanestro che più si adatta al personale che ha a disposizione. Che DeMar DeRozan e LaMarcus Aldridge siano le (uniche) superstar dei nero-argento non è neppure in discussione, così come non è in discussione che entrambi facciano del loro gioco nel mid-range una dei punti di forza del proprio attacco. Da qui allora la scelta – tutt’altro che folle, anzi, verrebbe da dire logica se non quasi scontata – di sfruttare al meglio le caratteristiche di due campioni che sono rispettivamente al primo (DeRozan, con 7.3 tiri a sera) e al quarto posto (Aldridge, 6.8) per volume di tiri presi dalla media distanza. Kevin Durant e Klay Thompson sono al secondo e terzo posto (e la coppia di Golden State tira addirittura meglio per percentuale), ma il duo di San Antonio ricava proprio dal mid-range una larga percentuale del proprio attacco (Aldridge il 27.6% dei suoi punti, quarto in tutta la NBA, e DeRozan il 26.7%, sesto). Il tanto strombazzato odio di Popovich per il tiro da tre punti, poi, va anche questo interpretato correttamente: gli Spurs sono infatti la squadra che – guardando alle caratteristiche del proprio roster (che comunque ha in Bryn Forbes, Marco Belinelli, Davis Bertans, Rudy Gay e Patty Mills tiratori dall’arco di assoluto livello) – ha scelto di tirare da tre poco (24.3 tentativi a serata, ultimi nella lega) ma lo fa meglio di tutti,  fermandosi un soffio solo sotto il 40% di realizzazione. Al resto ci hanno pensato la maturazione di alcuni giovani e di quei progetti che sotto l’attenta cura del coaching staff degli Spurs stanno crescendo col tempo (dallo stesso Bryn Forbes a Derrick White, in attesa di vedere l’impatto del rookie Lonnie Walker IV, appena tornato in rotazione) e la maggior familiarità dell’intero roster con i principi soprattutto difensivi che Popovich chiede ai suoi uomini. Non saranno gli Spurs del trio Duncan-Parker-Ginobili, ma all’ombra dell’Alamo sanno ancora bene come giocare a pallacanestro: e quella strisci di 21 partecipazioni consecutive ai playoff rischia di restare ancora aperta anche in una agguerritissima Western Conference.

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