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07 febbraio 2019

NBA, Durant attacca la stampa di San Francisco: “Non mi fido di voi, dovete crescere”

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Durissimo sfogo dell'All-Star degli Warriors nel post-partita contro gli Spurs. All'origine tutte le chiacchiere di questi giorni sul suo possibile approdo ai Knicks in estate: "Perché dovrei parlarvi? Chi siete? Ogni volta che dico qualcosa lo vedo distorto e buttato in pasto alla gente"

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La partia di Kevin Durant contro i San Antonio Spurs è durata 29 minuti, sufficienti a segnare 23 punti con un efficacissimo 9/13 al tiro cui ha aggiunto anche 9 assist e 8 rimbalzi. La sua conferenza stampa post-partita, invece, non è andata oltre i tre minuti e mezzo ma ha fatto parlare molto di più. Preso il microfono, il n°35 degli Warriors ha approfittato di una delle prime domande — sul suo recente silenzio, soprattutto dopo la notizia della trade che ha allontanato Kristaps Porzingis da New York liberando spazio salariale in casa Knicks — per attaccare duramente il comportamento di alcuni giornalisti della Baia, legati in particolare al sito The Athletic. “Non mi andava di parlare, non vedo perché dovrebbe importarvi”, ha provato a spiegare l’MVP delle ultime due finali NBA, rincarando però subito la dose: “Io non penso alla free agency, siete voi a farlo. Tutto questo parlare non ha senso. C’è un tizio — Ethan Strauss — che viene qui e dà la sua opinione su tutto dando l’impressione che le sue parole siano le mie. Arriva qui, non parla con nessuno, fa un po’ di domande in giro e scrive le sue cose. E ora voi state chiedendo a me perché non voglio parlare di queste cose. Io non ho niente a che fare con i Knicks. Non so chi abbia scambiato Porzingis. Di certo io non c’entro. Io sto solo cercando di giocare a pallacanestro mentre voi venite qui ogni giorno a domandarmi della mia free agency, e andate in giro a chiederlo ai miei compagni, ai mie allenatori, mandando su di giri i nostri tifosi. Lasciateci giocare a basket. Non chiedo altro. Invece, ora che non voglio più parlarvi il problema è mio. Dai, è ora di crescere. Crescete un po’, davvero. Io vengo qui e faccio ogni giorno il mio lavoro, senza causare problemi a nessuno. Gioco the right way, nel modo giusto, o almeno ci provo. Cerco di essere il miglior giocatore possibile, ogni possesso. Qual è il problema? Cosa vi sto facendo che vi disturba così tanto?”. A disturbare i giornalisti di San Francisco, evidentemente, è l’atteggiamento di Durant che anche recentemente si è sottratto ad alcune richieste di interviste nonostante il tentativo dei PR della squadra di renderlo disponibile alle loro domande. “Non sto rilasciando interviste: e allora?”, ha continuato KD. “Chi sei tu? Chi siete voi? Perché dovrei parlarvi? Ditemelo. Mi aiuterà a far meglio il mio lavoro? No. Non mi va di farlo. Non ho fiducia in nessuno di voi, non vi credo. Ogni volta che dico qualcosa lo vedo distorto e buttato in pasto alla gente cercando di utilizzare le mie stesse parole per screditare il mio nome. Ora che non dico niente è un problema lo stesso. Io voglio solo giocare a basket. Punto. Qual è il problema?”. Uno sfogo durissimo, continuato anche quando l’addetto stampa della squadra ha provato ad arginarlo, chiedendo ai giornalisti presenti di spostare l’attenzione sulla vittoria contro gli Spurs. Alla prima (e unica) domanda, infatti, Durant ha salutato tutti: “Non parlo più. Tanto sappiamo benissimo che non ve ne frega niente della gara. Buona serata”.

I pezzi incriminati che hanno fatto infuriare Durant

Non accade tutti i giorni che un giocatore faccia nome&cognome di un particolare giornalista — in questo caso Ethan Strauss, di The Athletic — scagliandosi apertamente contro il lavoro di un professionista. L’articolo incriminato — La star silenziosa: sul presunto addio di Kevin Durant — riguardava ovviamente il futuro del n°35 di Golden State: “Gli insider che conoscono bene questa lega pensano che Kevin Durant finirà per lasciare gli Warriors per i Knicks”, scriveva. “La pensa così anche la maggioranza della gente all’interno dell’organizzazione degli Warriors e i suoi compagni hanno realizzato che questa è la realtà delle cose”. Strauss poi si spingeva a immaginare la cause del presunto malcontento della star di Golden State (riflesso nel suo auto-imposto silenzio): “Era ‘stanco di arrivare secondo’ già nel 2003 e anche dopo aver vinto due titoli sa che dal punto di vista della reputazione è ancora fermo lì, dietro a LeBron James, agli occhi degli esperti di basket, di tutti i tifosi su Twitter e, forse più importante ancora, anche agli occhi di Nike [sponsor di entrambi i giocatori, ndr]”. Definendolo poi un giocatore che in passato “si è fatto notare per voler mettere sale sulle sue stesse ferite” con una gestione a volte scriteriata dei suoi account social, Strauss concludeva assegnando a Durant il pieno controllo del suo destino, un controllo che però non è lo stesso di fronte ai media, come ha riconosciuto anche Steph Curry, interrogato sullo sfogo del suo compagno: “Onestamente penso venga dalla frustrazione di non riuscire a esprimere nel modo giusto le sue opinioni sulla stampa. Da qui la volontà di concentrarsi solo sulla pallacanestro. Quello che non può controllare sono tutte le scemenze che escono quotidianamente in rete o sui giornali, con gente che sembra voler prendere le decisioni al posto suo”. Sotto accusa sembra esserci anche un secondo pezzo — uscito questa volta sul Mercury News a firma di Dieter Kurtenbach — che definiva “una voce, ma una voce sempre più assordante”, il suo possibile passaggio ai Knicks, “proprio com’era soltanto una voce quella del suo trasferimento agli Warriors nel 2016”. “Con questo non voglio dire che l’addio a Golden State in estate sia cosa fatta — continuava Kurtenbach — ma se Durant vuole avere la sua squadra per l’ultimo atto della sua carriera allora deve andare altrove perché gli Warriors saranno sempre la squadra di Steph Curry”. E allora “il lavoro dietro le quinte di Rich Kleyman, il manager di Durant, vuole assicurare ai Knicks che il suo cliente in estate prenderà seriamente in considerazione l’offerta del club”: un’affermazione anche questa evidentemente piaciuta poco alla superstar di Golden State.

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