Please select your default edition
Your default site has been set for 7 days

Michael Jordan, proprietario NBA di successo (soltanto) fuori dal parquet

NBA

Stefano Salerno

Vincere sul parquet non è mai stato un problema, ma sta diventando un grosso grattacapo per Michael Jordan da quando è passato dall’altra parte della scrivania. Da proprietario degli Hornets non ha ancora vinto una serie playoff, ma ha già fatto crescere di sei volte il suo patrimonio personale: il successo è questione di punti di vista

I 23 MOTIVI PER AMARE MICHAEL JORDAN

“Il record più difficile da portare a termine tra la striscia da record di James Harden e quella di Russell Westbrook? Beh, vincere sei titoli NBA”. Un evergreen quello utilizzato da Michael Jordan nell’ultima conferenza stampa per conquistare per l’ennesima volta i titoli e le attenzioni della stampa, una delle tante chiavi di volta di un successo che oltre alle proporzioni mitiche raggiunte sul parquet è diventato brand e sponsor globale. MJ oggi è un uomo d’affari affermato, uno degli uomini più ricchi del mondo (n°1477, stando all’ultimo aggiornamento di Forbes, 455° negli USA), che tuttavia a livello sportivo non riesce a replicare da proprietario degli Charlotte Hornets i trionfi ottenuti da protagonista con i Chicago Bulls. Nei suoi nove anni di presidenza, la squadra del North Carolina non ha mai vinto una serie playoff e ha spesso mostrato confusione e disorganizzazione a livello di gestione. La stagione migliore resta quella datata 2015/16, chiusa con 48 vittorie e un’avventura nella post-season subito interrotta dai Miami Heat già orfani di LeBron James. Un avversario alla portata di quegli Hornets, guidati dagli oltre 22 punti di Kemba Walker e sconfitti senza appello in gara-7. In quella che è stata la partita più importante degli ultimi anni per la franchigia del North Carolina, Charlotte ha messo a referto soltanto 73 punti, tirando con il 32% di squadra dal campo. Non una semplice serata storta, ma un manifesto che ben racconta l’incapacità di spiccare il volo dei calabroni. In quella sfida non scese sul parquet Michael Kidd-Gilchrist; diventato suo malgrado il simbolo del fallimento della rinascita degli Hornets. Nella stagione 2011/12 infatti, quella del lockout in cui si disputarono soltanto 66 partite, Charlotte chiuse con la peggior percentuale di vittorie della storia NBA: sette successi, 59 sconfitte, il 10.6% dei match totali portati a casa. Una corsa al ribasso per dare la caccia al grande obiettivo del Draft di quell’anno: Anthony Davis (uno per cui si era disposti a fare follie anche sette anni fa). I Bobcats – il nickname della squadra al tempo – non riuscirono a vincere neanche quella sfida, battuti da New Orleans che aveva il 13% di possibilità di farcela. Alla fine Davis si ritrovò dunque a vestire la maglia degli Hornets, ma in Louisiana visto che Charlotte aveva perso momentaneamente anche il soprannome e fu costretta a ripiegare su Kidd-Gilchrist. Uno che nel suo secondo anno NBA veniva battuto in uno contro uno da un Jordan alla soglia dei 50 anni. Di certo non l'uomo franchigia che sognavano nel North Carolina.

Kemba Walker, il suo contratto e un’altra occasione persa

Da quel momento le vittorie in regular season sono aumentate, ma soltanto perché era impossibile fare peggio. Il vero problema è stata la prospettiva data a una franchigia che paga lo scotto di non essere una di quelle in grado di competere con le grandi piazze quando si tratta di dare la caccia ai free agent. Charlotte si è ripresa il nome Hornets nel 2015 (una mossa che ha funzionato molto a livello di business, come vedremo poi), ma non ha ancora individuato il suo Anthony Davis. Un All-Star gli è piovuto dal cielo quasi senza rendersene conto: un anno prima del fallimento del 2012, i Bobcats selezionarono Kemba Walker con la nona scelta assoluta al Draft. Un vero e proprio affare, visto che il n°15 degli Hornets si appresta a fare gli onori di casa sin dalla palla a due nell’All-Star Game di Charlotte. Lui e il suo contratto da 12 milioni di dollari all’anno sono stati la grande opportunità non sfruttata da Jordan e il suo staff negli ultimi anni. Avere un All-Star a quel prezzo nel momento in cui il salary cap è salito così tanto, poteva essere l’occasione per invertire finalmente la rotta. Il tutto invece si è trasformato in un grande affare per chi ha portato a casa super contratti dopo la già citata partecipazione ai playoff del 2016. I maxi-accordi firmati dai vari Nicolas Batum (120 milioni per cinque anni), Marvin Williams (54.5 milioni per quattro stagioni) e Cody Zeller (56 milioni per quattro anni) e Michael Kidd-Gilchrist (52 milioni in quattro anni) sono stati la condanna delle ultime tre sessioni di mercato, precludendo ogni tipo di mossa per effettuare scambi o fare delle proposte allettanti ai free agent. “Visto che i veri campioni non firmeranno mai per noi, meglio tenersi stretti quei giocatori che funzionano nella nostra squadra”, hanno pensato – commettendo un grave errore – in North Carolina. Adesso però il contratto da 48 milioni per quattro anni del n°15 è concluso e sul tavolo la prossima estate ci sarà da affrontare la free agency di Walker, che non si accontenterà di così poco e andrà a caccia di un accordo al massimo salariale. Le pretendenti sono molte e per Charlotte non sarà facile convincerlo. Il problema di certo non sono i soldi; quelli al proprietario degli Hornets non sono mai mancati.

Jordan fa le scarpe a LeBron: il suo brand resta ancora imbattibile

Jordan ha guadagnato 90 milioni di dollari dai contratti sottoscritti con le squadre NBA nei suoi 15 anni di carriera – risultando soltanto per due stagioni il giocatore più pagato della Lega in quel momento storico. Per rendere l’idea: Harrison Barnes nel 2016 ha firmato un contratto da 94 milioni. In soli quattro anni aggiungerà complessivamente al suo conto in banca (almeno a livello nominale, ovviamente) più di MJ. Le vere entrate finanziarie nelle tasche del n°23 più famoso della storia della pallacanestro infatti sono arrivate dagli sponsor, in particolare dalla Nike che lo ha reso il brand sportivo più conosciuto e ricco del mondo. Dal 1984 a oggi dalla sola Nike Jordan ha incassato oltre 1.4 miliardi, 1.85 totali se si aggiungono Gatorade e le altre decine di partnership. Un brand che continua a macinare numeri da record, alimentando il mito di un giocatore che ormai non scende su un parquet NBA da oltre 15 anni. Negli ultimi 12 mesi MJ ha incassato 110 milioni di dollari per la vendita delle Air Jordan, contro i 32 milioni di LeBron James – che in campo sta facendo di tutto per conquistarsi la sua fetta di mercato.  Nel 2018 il brand Jordan ha venduto il 65% delle scarpe da basket nel mondo, contro il 23% della Nike (calcolata a parte) e il 9% di Adidas. Cifre che rendono bene la grandezza di un fenomeno globale impossibile da replicare e che rendono Jordan lo sportivo più ricco al mondo, quarto tra i personaggi famosi per patrimonio negli USA dietro i soli George Lucas (5.4 miliardi), Steven Spielberg (3.7) e Oprah Winfrey (2.8). Poi c’è MJ, che è riuscito a mettere insieme un patrimonio da 1.8 miliardi di dollari. Merito della sua fama e della scelta fatta nel 2010 di comprare la franchigia di Charlotte.

Gli Hornets sono stati un affare: in cinque anni triplicato il valore

L’ex giocatore dei Bulls infatti è entrato in società nel 2006, acquisendo una quota di minoranza per poi prendere il pieno controllo delle operazioni dal 2010. Un investimento complessivo di 270 milioni di dollari (con la promessa di provvedere a rimettere in sesto eventuali perdite) che lo ha portato a detenere circa il 90% della proprietà degli Hornets. La tempistica della sua scelta è stata perfetta, visto che in pochi anni il valore della franchigia è cresciuto esponenzialmente grazie all’accordo televisivo sottoscritto dalla NBA, che ha trascinato al rialzo la quotazione di tutte le squadre della Lega. Anche quelle dei cosiddetti small market (Charlotte vale un quarto rispetto ai New York Knicks). La valutazione fatta da Forbes la scorsa settimana fissava il prezzo degli Hornets per un eventuale acquirente a 1.25 miliardi di dollari, con una crescita annua del valore del 19% e un livello di indebitamento del 12% rispetto al valore complessivo – circa 150 milioni. Una società sana (difficile non esserlo in questo periodo storico in NBA), nonostante Charlotte si posizioni sul fondo di quasi tutte le classifiche: 28° per valore e 29^ per ricavi; davanti soltanto ai Milwaukee Bucks che nel frattempo grazie alla nuova arena a un super Giannis Antetokounmpo faranno un bel balzo in avanti al termine di questo anno fiscale. Nonostante questo, Jordan ha incassato 22 milioni di dollari al termine del 2018, frutto soprattutto del nuovo accordo con la televisione locale del North Carolina che ha aumentato del 42% la sua offerta: la media dei telespettatori delle gare della passata stagione è stata di 780.000 persone collegate (27° posto, lasciandosi alle spalle Denver, Orlando e Brooklyn, dove la gente ha ben altro da fare piuttosto che guardare le partite dei Nets). Per rendere l’idea gli Warriors fanno quasi nove milioni di telespettatori su CSN Bay Area. Ma in NBA guadagnano tutti, non soltanto chi vince i titoli. Questo Jordan a 56 anni lo ha capito molto bene, in attesa di poter tornare ad aggiungere degli anelli alle sue dita. Nel frattempo "Six championship!" è uno slogan che può continuare a funzionare ancora per un altro po'. 

I più letti