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NBA, Damian Lillard e i suoi Blazers verso i playoff: "Vogliamo farci perdonare"

NBA

L'eliminazione con un secco 4-0 subita l'anno scorso dai Pelicans non è stata dimentica, ma la point guard dei Blazers - diventato padre da non molto - ha una prospettiva nuova su quello che davvero conta, nel basket e nella vita

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Sono ancora lì. Ai vertici della Western Conference. Pronti a una nuova avventura ai playoff. Con la chance di giocarsi almeno il primo turno con il vantaggio del fattore campo. Una posizione che la gran parte delle franchigie NBA invidierebbe, ma che a Portland, invece, guardano con timore. Il perché è presto detto: l’anno scorso i Blazers avevano le stesse (giuste) aspettative, ma poi sono bastati Anthony Davis e i Pelicans per dare a tutti i tifosi dell’Oregon un brusco risveglio. Un secco 4-0, un’eliminazione dolorosa, che brucia ancora e che aveva fatto pensare alla possibilità di grandi cambiamenti in quel di Portland. Invece no, invece la squadra è tornata sostanzialmente identica, il gruppo unito attorno al proprio leader, Damian Lillard: “Il modo in cui abbiamo reagito è ciò di cui sono più contento”, dice in una lunga intervista concessa a SB Nation. “Ora non vediamo l’ora di poterci giocare questa nuova opportunità ai playoff: vogliamo farci perdonare”. Lillard è al suo sesto anno nella lega, tutti a Portland, una squadra e una città a cui ha più volte dichiarato aperto amore. Eterno? A sentire lui sì: “Quando dico che questo è il posto dove voglio stare, è perché mi sento realmente così”, conferma. E a chi gli fa notare che anche Kyrie Irving a inizio stagione sembrava aver già giurato fedeltà ai Celtics, per poi uscirsene con dichiarazioni molto meno accomodanti, il n°0 dei Blazers taglia corta: “Le persone cambiano, possono cambiare anche le opinioni”. Lillard non ne fa una questione di lealtà, un termine spesso abusato: “La nostra città ci supporta al 100% e io gioco per i nostri tifosi: voglio aiutare la mia squadra a fare il meglio possibile e voglio che il nostro pubblico possa divertirsi e trascorrere un paio d’ore felici quando viene a vederci giocare, tifando per noi. Lavoro duro per fare in modo che ciò accada. Abbiamo creato un bell’ambiente, abbiamo un ottimo coaching staff: queste cose contano”, dice Lillard. Che è ben consapevole che nulla è eterno, soprattutto nello sport professionistico: “Se arriverà un momento in cui i Blazers non sentiranno più verso di me una certa fiducia lo rispetterò. La lealtà non c’entra, per me conta solo essere me stesso ed essere a mio agio nella situazione che sto vivendo”. 

“Essere la miglior point guard NBA? Non mi importa più”

Una posizione molto matura, saggia, figlia forse anche della recente paternità che lo ha aiutato a mettere tante cose in prospettiva: “Quando sono entrato nella lega – ammette – volevo dimostrare a tutti il mio valore, volevo essere convocato per l’All-Star Game, vincere il premio di rookie dell’anno, guadagnarmi il massimo contrattuale. Ora che tutte queste cose le ho ottenute, ora che ho una linea di scarpe a mio nome, ho realizzato davvero quello che conta. In questa fase della mia carriera a me importa solo vincere, ho ripetuto mille volte che questo è l’unico motivo per cui gioco ma allo stesso tempo non sono così consumato da questo obiettivo: per me è più importante il modo in cui tratto le persone accanto a me, la cura che mi prendo di loro, l’impatto che posso avere sulle loro vite. Sono andato già oltre tutto il resto: certo, è la mia carriera, ma di essere considerato la miglior point guard della NBA non è più qualcosa che mi interessa. Mi interessa far bene, aiutare la mia squadra e farlo nel miglior modo possibile. Poi vado a casa e trovo mio figlio che mi corre incontro sorridente: momenti del genere ti fanno capire che le cose importanti nella vita sono altre”. Anche se superare il primo turno di playoff dopo due anni e regalare qualche soddisfazione in più ai tifosi dell’Oregon restano comunque una sua priorità: “Vogliamo farci perdonare”, ha detto, perché quel 4-0 da favoriti brucia ancora. E tanto.  

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