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Playoff NBA, James Harden finisce sotto accusa: è scomparso nel quarto quarto

NBA

Ha segnato 31 punti, ha tirato con ottime percentuali, ha regalato 8 assist. Ma nel finale è scomparso, dicono i suoi critici. Solo un canestro, un assist e un tiro libero negli ultimi 7 minuti di gara. Quando c'era da dare la spallata definitiva agli Warriors senza Durant

HOUSTON RIMONTA MA VINCE GOLDEN STATE: 3-2 WARRIORS

WARRIORS-ROCKETS: IL RIASSUNTO DELLA SERIE

L’anno scorso il rammarico di Houston si è chiamato Chris Paul, infortunatosi a 22 secondi dalla fine di gara-5 della finale di conference contro Golden State, e quindi costretto a saltare sia la sesta che la settima gara della serie. Persa. Quest’anno il rammarico rischia di chiamarsi quarto quarto di gara-5, quello iniziato in parità a quota 72 ma con un vantaggio enorme: l’indisponibilità di Kevin Durant fino al termine della gara (e forse della serie). Il n°35 degli Warriors era uscito con due minuti e cinque secondi da giocare nel terzo quarto e per la squadra di coach D’Antoni il suo infortunio – classico esempio di addizione per sottrazione – sembrava il segnale più evidente di un “ora o mai più”. Golden State è stata a lungo l’ossessione degli Houston Rockets (come tale confessata dal loro gm Daryl Morey) e un ultimo quarto da giocare partendo in equilibrio contro i campioni in carica senza la loro superstar più calda appariva l’occasione perfetta. Così non è stato. Dal momento dell’uscita dal campo di Kevin Durant, Golden State ha vinto il parziale dei 14 minuti abbondanti rimasti sul cronometro 36-34 ma a cambiare completamente nel segmento decisivo della partita sono stati i rating offensivi e difensivi delle due squadre. Una partita che – fino al ko di Durant – aveva visto l’attacco di Golden State produrre “solo” 98.6 punti per 100 possessi, concedendone 94.4 (net rating positivo per i californiani di +4.2), non è più stata capace di opporre nessuna resistenza all’attacco degli Warriors (12/23 al tiro, 133.3 punti per 100 possessi negli ultimi 14 minuti), cercando di rispondere canestro su canestro agli avversari (125.9 l’offensive rating dei Rockets) ma soccombendo per il 104-99 finale (+7.4 il net rating dei campioni nell’ultimo frazione di partita). A far la differenza soprattutto il tiro da tre punti, ironicamente l’arma che Houston utilizza per demolire ogni avversario: solo 3/9 per i texani, 5/11 invece per Curry e compagni. Il due volte MVP NBA – in assenza del suo partner-in-crime – si è caricato la squadra sulle spalle, segnando 14 dei suoi 25 punti nella parte finale della sfida, mentre il duo di All-Star dei Rockets – Chris Paul e James Harden – sono quasi scomparsi, finendo per attirarsi parecchie critiche nel dopo-partita.

Male Chris Paul, scomparso James Harden: i numeri

Con medie punti e percentuali dal campo in linea con quanto prodotto in stagione (attorno ai 15 a sera e vicino al 41% dal campo), il calo di Chris Paul è misurabile soprattutto nel tiro da tre (quasi il 36% su 6 tentativi a sera, sotto il 25% sullo stesso volume di tiro ai playoff), che lo ha tradito completamente in gara-5 (sbagliati tutti i suoi 6 tiri dall’arco, in una serata da 3/14 al tiro per soli 11 punti e 3 palle perse a fronte di soli 6 assist). Ma è soprattutto l’analisi dell’ultimo quarto giocato da James Harden a lasciare secondo alcuni più di una perplessità: “il Barba” ha chiuso a 31 punti con ottime percentuali dal campo (10/16), aggiungendo anche 8 assist, ma nell’ultimo periodo – giocato tutto, con l’eccezione di soli 59 secondi – è sembrato scomparire dal campo in troppi frangenti. Dopo il minuto di riposo concessogli da D’Antoni, Harden torna in partita con poco più di 7 minuti da giocare e i suoi Rockets sotto di un punto. Per lui, da quel momento, un solo tiro tentato (a 18 secondi dalla fine, segnato), un solo assist (per una schiacciata di Capela a 40 secondi dalla sirena) e un solo tiro libero a bersaglio (neppure guadagnato personalmente, ma frutto del fallo tecnico assegnato a Draymond Green). In tutto l’ultimo quarto per lui solo 5 punti, 1 assist e 3 tiri tentati, poco rispetto ai 12 punti con 3 assist con cui aveva marchiato a fuoco il quarto precedente e poco anche rispetto alla media di 8 tiri fin qui tenuta nel quarto conclusivo delle precedenti quattro sfide contro gli Warriors. “Non so come mai – si è difeso lui a fine gara – devo prima rivedere la partita. Forse i miei compagni stavano prendendo e segnando buoni tiri [vero, 7/13 negli ultimi dodici minuti, ndr], io ero concentrato a fare la giocata giusta al momento giusto: non sono sicuro di quello che è successo”. Niente per cui il suo leader vada rimproverato, se si ascolta la difesa (di ufficio?) di coach D’Antoni: “Penso abbia disputato una gara mostruosa. È rimasto in campo quasi 45 minuti, ha fatto tutto quello di cui avevamo bisogno. Penso abbia fatto davvero una grande partita”. Solo che non è bastata. E ora per Harden e i Rockets si ripropongono i fantasmi dell’ennesima eliminazione per mano di Golden State. Sarebbe la quarta in cinque anni. Troppo. 

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