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NBA, Los Angeles Lakers: Magic, Pelinka e i retroscena della loro pessima direzione

NBA

In un lungo approfondimento pubblicato da ESPN si raccontano i dettagli e le incongruenze della linea seguita dalla dirigenza gialloviola negli ultimi due anni: bugie, assenze, licenziamenti e decisioni controverse che hanno guidato i Lakers dritti verso il disastro

Gara-1 Toronto-Golden State in diretta streaming su skysport.it nella notte tra il 30 e il 31 maggio alle 3.00 con il commento da Toronto di Flavio Tranquillo e Davide Pessina

MAGIC: "PELINKA MI HA TRADITO"

Un quadro preoccupante, allarmante e a tratti anche parodistico: questo è quello che viene fuori dal lungo e interessante approfondimento pubblicato nelle scorse ore da Baxter Holmes su ESPN. Una minuziosa ricostruzione degli ultimi due anni in casa Lakers, dall’avvento alla conclusione dell’era Magic Johnson come lider-maximo di una franchigia piombata nel caos a livello amministrativo (e non solo tecnico sul parquet) sotto la sua direzione. I dettagli e gli aneddoti sono molteplici, tutti frutto del racconto dello staff gialloviola con cui il giornalista di ESPN ha parlato e indagato per mesi, mettendo assieme un puzzle che ha visto tutte le caselle andare al loro posto nel momento in cui Magic ha rassegnato le sue dimissioni. Il fallimento in campo nonostante l’arrivo di LeBron James è figlio di una condotta in piena rottura con lo staff della squadra di Los Angeles, con forti tensioni interne nei confronti di Luke Walton, con i giocatori messi in discussioni tanto quanto il personale a seguito dei gialloviola. Una bomba a orologeria innescata nel marzo 2017 con l’arrivo dell’Hall Of Famer andato avanti per mesi ripetendo come un mantra il motto “Sono Magic Johnson”, come risposta standard a chi gli chiedeva conto delle tecniche da seguire per raggiungere un obiettivo prefissato. La sua è stata una rivoluzione indisponente, stando a quanto raccontato: un volto sorridente davanti alle telecamere, pronto a trasformarsi nel peggiore dei capi nelle rare apparizioni a El Segundo – l’assenteismo è stato confermato da più fonti, considerando le sue sporadiche presenze bisettimanali a seguito della squadra. Diversi membri dello staff hanno raccontato di aver iniziato a prendere dei medicinali per combattere l’ansia dopo il suo arrivo, messi al bando dal suo atteggiamento da padre padrone al grido di: “Cercheremo di capire se abbiamo a disposizione le migliori persone: la speranza è che siano già qui dentro, altrimenti dovremo cercare gli uomini giusti da aggiungere allo staff”. Dei 72 membri della franchigia a livello amministrativo, almeno 27 (se non di più, non esiste un registro che tenga conto del turnover aziendale) sono stati sostituiti – un tasso di cambiamento del 37.5%, come minimo. “È come aver detto a quella gente di non essere in grado di fare il proprio lavoro, che tutti erano a rischio”. Una ricostruzione dei fatti che Magic ha negato con chi gli ha chiesto spiegazioni che ha segnato l’inizio della fine, soprattutto tenendo conto della pessima fama di Robert Pelinka.

Pelinka il bugiardo e l'incontro inventato con Heath Ledger

Magic ha sottolineato più volte di andare a caccia dell’eccellenza nello staff, senza preoccuparsi tuttavia dell’uomo che gli stava di fianco. Nell’intervista rilasciata 40 giorni dopo il suo addio, Johnson non è andato tanto per il sottile nel commentare l’atteggiamento del suo ex collega: “Troppa gente al tavolo delle decisioni dei Lakers, Pelinka parlava male di me alle mie spalle. Me ne sono andato perché non avevo il potere di decidere”. Parole confermate anche dalle indiscrezioni di ESPN, secondo cui tutta la squadra ritiene l’ex agente di Kobe Bryant ‘un bugiardo patentato’: “Quando parlavi con lui ti ritrovavi a pensare spesso e volentieri che quello che diceva non era veritiero. Tutti all’interno della franchigia la pensano così”. Indiscrezioni clamorose visto che Pelinka ricopre ancora oggi un ruolo operativo fondamentale all’interno dell’organigramma gialloviola. “La situazione è davvero folle”, è il commento che salta di bocca in bocca nel dietro le quinte dei Lakers, con un episodio emblematico che viene riportato da molti come sintomatico della proverbiale indole da bugiardo del dirigente Lakers. L’episodio risale al marzo 2018, quando durante un incontro disse di aver fatto da tramite per rendere possibile nel 2008 una cena tra Kobe Bryant – all’epoca il suo principale assistito – e Heath Ledger; l’attore che aveva interpretato Joker ne “Il Cavaliere Oscuro”. “Dieci anni fa, prima di giocare al Madison Square Garden, avevamo appena visto il film al cinema e Kobe mi disse: ‘Trova il modo di organizzare una serata con Heath Ledger, perché è riuscito così bene a immedesimarsi nel ruolo di Joker. Voglio sapere come ha lavorato mentalmente su quell’aspetto. Per questo abbiamo fatto una cena con Heath e discusso della sua interpretazione. E Kobe ha poi sfruttato i suoi consigli nella partita contro i Knicks”. Una bella storia, peccato che Ledger fosse morto ben sei mesi prima dell’uscita del film al cinema e che il suo staff ha confermato che un incontro con Bryant non c’è mai stato. Un mitomane e un bugiardo Pelinka, non il profilo ideale per tenere testa a una situazione sempre più complicata.

Rich Paul, la sua presenza ingombrante e la battaglia contro Luke Walton

L’altro grande tema che viene fuori dall’approfondimento è l’ossessiva, invadente e deleteria presenza di Rich Paul al seguito della squadra. L’agente di LeBron James è diventato nel corso dei mesi una costante nella vita quotidiana dei gialloviola: vissuta da molti come una concessione fatta al n°23 arrivato da Cleveland, in realtà la possibilità di accesso all'interno delle segrete stanze di casa Lakers da parte di Paul è andata ben oltre il limite – stando alle ricostruzioni di chi lo ha visto ronzare attorno al roster, sussurrare nelle orecchie dei dirigenti e complottare contro chiunque e mettendo al bando in particolar modo Luke Walton. L’ex assistente degli Warriors non era stato scelto da Magic, che a quel punto non ha mai impedito all’agente di lavorare affinché i Lakers cambiassero direzione, puntando ad esempio su Tyronn Lue – uomo gradito a LeBron. “Lo staff tecnico sapeva che Rich provava in ogni modo a farli licenziare e i giocatori erano consapevoli che Paul andava a caccia di uno scambio per loro”. Un’altra figura insomma in grado di innescare un effetto domino che ha portato alla crescita esponenziale della tensione in spogliatoio: l’esempio più importante è la trade messa in piedi per arrivare ad Anthony Davis, che ha minato alle fondamenta la solidità già fragile del gruppo. Tutti in discussione, nessuno indispensabile, con i giocatori pronti a rimproverare le scelte fatte dalla dirigenza seguendo una diversa applicazione delle regole in base alla situazione. L'esempio citato nel dettaglio è relativo ai problemi con la giustizia di Kentavious Caldwell-Pope nel gennaio 2018 – anche lui assistito da Paul – che portarono a uno sforzo da parte dei gialloviola nel permettergli di allenarsi nei 25 giorni di libertà vigilata, schierandolo da titolare in casa quando erano impossibilitati ad averlo a disposizione in trasferta (perché gli era impedita l’opportunità di lasciare la California). “Una squadra normale lo avrebbe multato, sospeso e punito, non assecondato in quel modo”. Difficile andare contro Rich Paul quando bisognava intavolare una trattativa per arrivare a LeBron, contro chi negli ultimi mesi, stando alle conferme di tre fonti interne ai Lakers, ha preso spesso lo stesso aereo della squadra, continuando la sua opera di scouting indisturbato tra una trasferta e l’altra. Una delle tante incongruenze venute fuori in un’ambiente senza regole, in cui il senso di appartenenza ha lasciato presto il passo agli interessi personali. Magic, Pelinka, Paul: la triade che è costata cara alle ambizioni di rinascita dei Lakers.

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