NBA, Marco Belinelli a Sky Sport: "Golden State resta favorita, felice per Toronto"

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Stefano Salerno

Alla vigilia di un'estate mondiale tutta da giocare con la nazionale, il n°18 degli Spurs ripercorre la sua stagione a San Antonio, la sfida con Jokic e la Serbia a settembre, una finale NBA inedita tra due squadre che Belinelli conosce bene: "Leonard è andato oltre ogni aspettativa, avevo pronosticato questa finale"

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Ospite speciale della mostra NBA Crossover a Milano, Marco Belinelli è reduce da una stagione che gli ha regalato per la sesta volta in carriera l’accesso ai playoff: sette battaglie contro Denver, concluse con un’eliminazione che ha messo in mostra i limiti di una squadra in piena fase di rinnovamento come i suoi Spurs. Uno spogliatoio rivoluzionato nei suoi tre anni d’assenza, nonostante dirigenza e staff siano rimasti sempre gli stessi: “un ambiente familiare”, come sottolineato più volte durante l’intervista. Questa estate niente mercato, nessuna tensione in vista del prossimo 30 giugno: Belinelli il prossimo anno sarà ancora in Texas, ma prima di pensare alla sua tredicesima cavalcata nella Lega l’attenzione è focalizzata sull’estate con la nazionale e un mondiale in cui l’Italia spera finalmente di poter dire la sua. A 33 anni il n°18 degli Spurs sa che l’avventura azzurra è una di quelle da non farsi scappare, un’esperienza unica da sfruttare per un giocatore che continua “ad avere voglia di imparare”. E poi il bilancio di una stagione in altalena, le finali NBA, Leonard, i suoi ricordi a Toronto e la gioia per il traguardo storico raggiunto dai canadesi.

Dodicesima stagione NBA ormai alle spalle: il bilancio non può che essere positivo…

“Sono molto contento di essere tornato a San Antonio con altri due anni di contratto – la prossima stagione sarò ancora lì. Direi che è stata una stagione abbastanza altalenante: siamo partiti molto male, soprattutto i primi due mesi, poi ci siamo rialzati e alla fine abbiamo fatto una buona stagione. Eravamo partiti da una situazione in cui in molti a inizio stagione dicevano che non saremmo stati in grado di arrivare ai playoff, mentre siamo riusciti a fine novembre e dicembre a ingranare e a raccogliere risultati che ci hanno permesso di conquistare la post-season. Tutto sommato direi una stagione positiva, anche se San Antonio è una società vincente, dove un'annata conclusa con una eliminazione al primo turno di playoff non viene di certo festeggiata. Considerando però il fatto che fossimo una squadra nuova, devo dire che è stato fatto qualcosa di buono e positivo nel complesso”.

Ritornato agli Spurs dopo tre anni: Popovich e Messina ti hanno chiesto di insegnare qualcosa ai giovani?

“Popovich e Messina no, direi di no. Mi hanno rivoluto a San Antonio perché sanno che persona sono, mi conoscono bene anche al di fuori del campo, anche a livello di leadership. Praticamente ho ritrovato la stessa società di tre anni fa: vincente, sempre presente su ogni cosa, una realtà molto vicina ai giocatori in cui ti senti veramente a casa. Ovviamente la cosa diversa per me era non rivedere alcune facce in spogliatoio e in allenamento: non avere più al proprio fianco giocatori come Parker, Ginobili, Leonard, Green, Duncan… Insomma, tanta roba. Purtroppo questa è stata la vera differenza rispetto al passato. In una squadra diversa, piena di giovani, mi sono trovato molto bene.

Hai citato Ginobili: un ricordo particolare della serata del suo ritiro della maglia?

È stato tutto emozionante, dal primo all’ultimo secondo. Io con Manu ho avuto la fortuna di condividere squadra e allenamenti già in Virtus quando avevo 16 anni, giocare con lui nelle mie due stagioni a San Antonio, vincendo soprattutto il titolo insieme. Mi ha insegnato tantissimo sul campo e per me è sempre stato un esempio, anche fuori dal parquet. Essere presente a quella cerimonia per me è stato super importante, emozionante, mi ricordo benissimo tutto il discorso che ha fatto. È stato molto toccante: il fatto è che in giro di giocatori come lui ce ne sono pochi, per me è un onore aver giocato con lui.

Stagione in altalena per San Antonio, playoff inclusi. Cosa è mancato contro Denver?

Diciamo che Denver ha fatto quello che doveva: sono arrivati secondi in regular season a Ovest, un gruppo che gioca molto bene e in maniera corale. Hanno a disposizione un talento come Nikola Jokic che per me è fenomenale, un gruppo che riesce a trovare la propria forza nel gruppo, allenata bene da Mike Malone – che è un coach che conosco bene perché è stato assistente ai tempi di New Orleans. Noi invece abbiamo giocato bene gara-1, perso male la seconda e proseguito su questa falsariga. Secondo me non abbiamo espresso una pallacanestro convincente, di squadra. Questo secondo me è stato uno dei motivi per cui non siamo riusciti a superare la serie contro Denver.

Hai imparato come si ferma Jokic, visto che tra tre mesi ai mondiali sarà il nostro principale avversario?

È complicato pensare di fermarlo, anche perché sa fare davvero tante cose. Soprattutto nell’ultimo periodo: è migliorato tantissimo nel tiro da fuori, passa la palla in maniera fantastica, gioca sotto canestro con entrambe le mani. Insomma, è uno di quelli che non sai come affrontare. Diventa complicato anche pensare di raddoppiarlo, perché con quelle doti di passaggio riesce a vedere tutto – aiutato anche dall’altezza. È un ragazzo giovane già completo, ma che ha enormi margini di miglioramento.

Quindi è lui l’avversario da battere in Cina?

Beh, direi che ce ne sono tanti lì. Hanno una squadra fortissima. Bogdan Bogdanovic, ma non solo. Ci sono tanti talenti che arrivano dalla NBA, quindi ovviamente per noi non sarà facile. Sappiamo bene di dover fare il nostro meglio, ma la Serbia è una squadra che gioca alla grande in entrambe le metà campo, allenata alla perfezione da Djordjevic. Quindi so benissimo che sarà dura, ma proveremo a dire la nostra.

Un obiettivo che la nazionale può raggiungere ai mondiali? Meglio evitare di dirlo?

Guarda, preferisco non dire nulla. Certamente sarà importante fare al meglio la preparazione dal 23 luglio in poi, cercare di arrivare pronti all’appuntamento e presentarci nelle condizioni migliori per affrontare le squadre del nostro girone. E poi vedremo: senza fare pronostici cercheremo di portare a casa il risultato migliore per noi e per tutta l’Italia.

A 33 anni commetti ancora degli errori?

Sì, certo, ne faccio davvero tanti. Penso che sia normale sbagliare nella vita. Sia nello sport, che in quella di tutti i giorni, che in quella lavorativa. In difesa faccio tanti errori ad esempio, alcune volte sbaglio tiri liberi [quelli molto meno di frequente in realtà, nrd]. È impossibile pensare di essere perfetti. Ho sempre voglia di imparare, questo sì, mi riconosco questa dote. Da piccolo mi dicevano che ero bravissimo ad apprendere subito dall’errore, cercando di non farlo più la volta dopo. Probabilmente è una cosa che ho dentro.

Sei l'unico giocatore della storia NBA ad aver segnato almeno 50 triple con nove squadre diverse: un grande traguardo personale.

Io non sapevo neanche di questa statistica, sono sincero. Ovviamente nasco come tiratore, ma ormai sono anni che sto cercando di mettere su un bagaglio completo per diventare un giocatore migliore. Nel senso: non essere soltanto quello che tira da tre punti, ma riuscendo a essere pericoloso anche in tante altre situazioni. Quindi essere in grado di giocare un pick&roll, saper creare qualcosa dal palleggio per i miei compagni, farmi sentire a rimbalzo, essere in grado di spingere il contropiede sapendo come gestire la situazione. Insomma, cerco di essere abbastanza completo. E lavoro soprattutto su questo, provo a diventare un giocatore difficile da fermare e non monodimensionale.

Tu hai giocato sia a Golden State che a Toronto: com’è l’atmosfera attorno ai Raptors?

Penso che il clima in Canada sia sempre stato caloroso, il pubblico è storicamente molto vicino alla squadra. Ovviamente adesso che hanno Leonard, hanno messo assieme un gruppo molto forte e sono in finale NBA, il tifo è inevitabilmente aumentato. Penso che sia una cosa normale. Sono molto contento che questa sia la finale, era quella che io avevo in parte pronosticato. Immaginavo questa partita come atto conclusivo della stagione. Avevo detto Toronto o al massimo Milwaukee a Est, ma erano chiaramente le due squadre migliori quest’anno. I Raptors erano tra le mie favorite per arrivare fino in fondo: hanno un giocatore incredibile come Leonard che sta dimostrando a tutti il suo valore, un leader che parla pochissimo, che magari in molti prendono in giro per questo suo atteggiamento, ma alla fine lui il suo lo fa sempre. È riuscito a portare Toronto a un traguardo storico, hanno vinto anche gara-1. Sono contento per questo. Golden State d’altro canto resta la squadra da battere, gioca una pallacanestro fantastica, nel proseguimento della serie tornerà anche Durant… Quando saranno al completo penso che sarà dura per Toronto, però mai dire mai.

Il pronostico quindi per gara-2 è una vittoria Warriors?

È difficile dirlo, ma credo che Golden State possa vincere la partita e andare sull’1-1 nella serie.

E Leonard com’è nel privato, lontano dal campo? Diverso da come appare?

Ho giocato con lui per due anni a San Antonio, quindi era ancora in una fase di crescita dalla sua carriera. Io onestamente non pensavo che potesse diventare così forte, però sono felice per lui, che sia stato in grado di raggiungere questo livello di resa. È un ragazzo molto tranquillo, che sta sulle sue: quando lo vedo ci salutiamo in modo molto cordiale, ma certamente non abbiamo questo grande rapporto al di fuori del contesto legato alla pallacanestro.

A Toronto c’è Leonard, lì hai giocato, sei appassionato di dinosauri, quindi tifi per i Raptors?

Mi è sempre piaciuta Toronto, la città, lo stile. Uno dei miei film preferiti è Jurassic Park e quindi sono legato anche ai loro simbolo in un certo senso. Quando ho giocato lì ero molto contento, era un continuo richiamo a un mondo che mi sta molto a cuore. Per dirne una: la maglia storica dei Raptors con il dinosauro è una delle mie preferite. Quindi insomma, sono contento che questa sia la finale NBA.

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