Mercato NBA, Rodney Hood dice no ai soldi: "Portland per me vuol dire felicità"

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Ha disputato degli ottimi playoff, ha ricevuto offerte più ricche per contratti più lunghi: invece l'ala dei Blazers ha scelto di restare a Portland firmando un biennale a meno di 12 milioni di dollari. "Sono comunque tanti soldi, per me che sono cresciuto senza molto. E qui sono felice", spiega

RODNEY HOOD, EROE INATTESO DI GARA-3

La stagione 2017-18 nello Utah, iniziata con qualche problema fisico per via di una caviglia malconcia, era diventata in fretta la migliore della sua carriera: quasi 17 punti a partita, e Rodney Hood – al suo quarto anno nella lega – sembrava finalmente diventare il giocatore atteso da tutti, in uscita da Duke. Poi lo scambio con Cleveland, alla corte di LeBron James, all’inseguimento di un titolo NBA. Un’occasione per puntare ancora più in alto, ma ai Cavs qualcosa non funziona, lui non trova mai la sua dimensione all’interno della rotazione di squadra e il suo gioco ne soffre. Così, neppure anno dopo, Hood si ritrova di nuovo scambiato, stavolta a Portland. E lì la sua carriera rinasce, non tanto nelle 27 partite di necessario adattamento alla nuova realtà quanto nei playoff, e in particolare in una serie di semifinale di conference contro Denver che ha segnato il punto più alto della stagione dei Blazers (con l’eliminazione della testa di serie n°2) ma soprattutto il punto più alto della carriera. In gara-1 sorprende tutti e segna 17 punti in 18 minuti (dopo averne segnati 16 in 5 gare in tutta la serie di primo turno contro Oklahoma City), ne mette 15 in gara-2 e 19 nella spettacolare gara-3 con quattro overtime che decide proprio lui con una tripla a 18 secondi dalla fine. I playoff di Hood non si fermano qui, ci sono anche 25 punti in gara-6 contro Denver e i 17 per iniziare la serie contro Golden State, che poi segna la fine della corsa dei suoi Blazers. Il modo migliore per affacciarsi – da free agent – sul mercato estivo alla ricerca di un ricco contratto, un contratto che con Portland ricco più di tanto non avrebbe potuto essere, per la complicata situazione salariale dei Blazers e la loro possibilità di offrirgli soltanto una mid-level exception da 5.7 milioni di dollari. Per un giocatore capace di quel tipo di prestazioni nei playoff, un titolare in 227 delle 320 mai disputate nella lega, il valore di mercato era destinato a essere sicuramente superiore. E difatti le offerte a Hood non sono mancate. “Le ho ascoltate, è giusto che un giocatore faccia le sue valutazioni. Mi affaccio al mio sesto anno nella lega, quello in cui di solito firmi il contratto più ricco, quello con cui tutto cambia.  Poi però io e mia moglie Richa ci siamo chiesti: ‘Cosa ci rende più felici? Dov’è che stiamo meglio?’. Ne abbiamo parlato a lungo, notti intere – racconta l’ala dei Blazers – cercando di capire dove sarei cresciuto di più come giocatore io e dove la mia famiglia si sarebbe trovata meglio. A tutte le domande finiva per esserci una sola risposta: Portland”.

Un’infanzia senza soldi: “Cinque milioni sono comunque tanti”

E così Portland è stato, con la firma in calce a un biennale (il cui secondo anno è una player option a 6 milioni di dollari) povero dal punto di vista dei valori dettati dal mercato NBA ma non povero nell’accezione che Hood dà al termine. “Non avevamo tanti soldi quando ero ragazzo, per cui 5-6 milioni di dollari all’anno a me sembrano ancora tanti soldi”, dice quasi ingenuamente. Un’infanzia passata in Mississippi, di certo non nell’agio, spesso costretto a dormire per terra, per pranzo (e per cena) una scatola di pollo surgelato preso al distributore di benzina. “Certo, non guadagno i soldi che guadagna Dame [Lillard] ma a me va benissimo così. L’importante è che io sia felice, se trovi un posto dove stai bene e dove la tua famiglia è ben voluta è qualcosa di molto importante, e si riflette anche sul tuo rendimento in campo”. Quello che si augurano i Blazers, felici di averlo rifirmato, felici di poter contare su di lui come espressione di continuità in un roster che invece è cambiato molto, perdendo Evan Turner, Al-Farouq Aminu, Maurice Harkless, Enes Kanter e vedendoli rimpiazzati con i vari Kent Bazemore, Anthony Tolliver, Mario Hezonja, Hassand Whiteside e con il rookie da North Carolina Nassir Little. “Quello che mi è sembrato conoscendoli è che siano tutte delle brave persone, e qui salta subito all’occhio. Se hai un brutto carattere si nota subito, perché qui tutti – a partire dal top, da Dame e CJ [McCollum], due ottime persone – hanno un certo atteggiamento, molto alla mano, e se ti comporti male si nota immediatamente”. Un clima che Hood traduce con una sola parola: “Felicità – e la mia famiglia sa che essere felice per me è fondamentale. Ero disposto a tutto per restare e sono felice della mia scelta”. 

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