NBA, Michael Jordan cede quote degli Hornets: ma rimane lui il numero uno

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Due nuovi partner - Gabe Plotkin e Daniel Sundheim - entrano a dar man forte a MJ nella proprietà della franchigia, ma l'ex superstar dei Bulls assicura: "Resterò io quello che prende tutte le decisioni relative alla squadra e all’organizzazione"

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Non saranno Scottie Pippen e Dennis Rodman, ma Michael Jordan – non più giocatore ma proprietario – ha due nuovi compagni di squadra: l’ex n°23 dei Chicago Bulls, dal 2010 proprietario di maggioranza degli Charlotte Hornets, ha deciso di cedere a due investitori – Gabe Plotkin e Daniel Sundheim – una “larga parte” delle quote della franchigia del North Carolina, mantenendo però la maggioranza nel pacchetto e quindi il controllo della squadra. “Continuerò a dirigere la franchigia, prendere tutte le decisioni relative alla squadra e all’organizzazione e sarà sempre mio il ruolo di governor”, specifica Jordan, che fino a oggi deteneva il 97% delle azioni degli Hornets. Allo stesso tempo, però, “l’investimento di Gabe e Dan ha un valore fortissimo, per continuare a modernizzare la nostra franchigia, aggiungere nuovi strumenti tecnologici e cercare di competere con le migliori realtà della NBA”. Qualcosa che – va detto – da quando Jordan è entrato a far parte della proprietà degli Hornets (nel 2006, come socio di minoranza) non è mai successo: il record di Charlotte nel periodo è infatti di sole 441 vittorie a fronte di 609 sconfitte, una percentuale di successi del 42% che rende la squadra del North Carolina la sesta più perdente della lega in quel lasso di tempo (hanno fatto peggio solo Philadelphia, New York, Brooklyn, Sacramento e Minnesota). Se gli Hornets, oggi valutati 1.3 miliardi di dollari (cifra che li mette solo al 28° posto in tutta la lega), sono sicuramente stati un investimento proficuo per l’ex superstar di Chicago (il cui patrimonio personale è invece stimato in 1.9 miliardi di dollari) i risultati sportivi sono invece stati spesso al di sotto delle aspettative, con la squadra incapace di raggiungere i playoff in ciascuna delle ultime tre stagioni. Un risultato per cui tanti tifosi ritengono proprio Jordan – nelle sue vesti di proprietario – responsabile, visto che la società in 9 anni di sua gestione non ha mai accettato di pagare la tassa di lusso prevista dal contratto collettivo, segnale di una scarsa propensione a investire tanti soldi nel monte salari dei giocatori a roster (ultimo esempio, la gestione del rinnovo contrattuale a Kemba Walker, finito a Boston). 

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