NBA, Ja Morant e un inizio di stagione da Michael Jordan

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L’ultimo rookie a cominciare le prime sette gare della carriera con 20 punti, 5 assist e il 50% al tiro come Ja Morant era stato nientemeno che Michael Jordan nel 1984-85. Il nuovo playmaker dei Memphis Grizzlies ha già mostrato tutto il suo talento, cercando di interrompere la "maledizione della seconda scelta"

I Memphis Grizzlies in questa stagione non hanno nessun obiettivo se non quello di far crescere i propri giovani, uscendo dall’era del Grit & Grind e lanciandosi verso il futuro. Farlo con giovani di grande prospettiva però ha tutt’altro sapore rispetto a farlo nella speranza di pescare qualcuno al Draft, e in queste prime sette partite Ja Morant ha mostrato i primi lampi di una carriera che si preannuncia sfavillante. Con i 26 punti realizzati nella vittoria contro i Minnesota Timberwolves, il playmaker è salito ora a 20.4 punti di media con 5.3 assist, ma soprattutto con un eccellente 52.3% al tiro. Per trovare un altro debuttante in grado di cominciare le prime sette partite della sua carriera in questo modo bisogna risalire nientemeno che a Michael Jordan nella stagione 1984-85, la prima di una carriera inimitabile. Questo per dire che Morant non diventerà Michael Jordan e forse neanche un Hall of Famer, ma sembra proprio un giocatore capace di reggere sulle spalle una franchigia da qui agli anni a venire insieme a Jaren Jackson Jr. e a chiunque arriverà il prossimo anno dal Draft. Perché comunque i Grizzlies sono una squadra giovane che perderà molte partite, come dimostrato anche dal fatto che di vittorie ce ne sono state solamente due a fronte delle cinque sconfitte subite.

Il rituale di Ja: darsi un voto da 0 a 10 dopo ogni partita

Resta il fatto che l’ascesa di Morant nell’ultimo anno e mezzo è stata straordinaria. Dopo il suo primo anno a Murray State in pochi lo avrebbero dato come una scelta anche solo in Lotterya, ma nella scorsa stagione di college è completamente esploso fino a issarsi alla seconda scelta assoluta al Draft, dietro solo a un fenomeno come Zion Williamson. Ci sarebbe di che perdere la testa, ma Morant sa come far fronte alle pressioni perché è lui stesso il primo che se ne mette: come raccontato in un articolo del New York Times, il giovane playmaker si dà un voto da zero a dieci dopo ogni partita disputata sin dai tempi del college. Anche dopo una prestazione da 30 punti e 9 assist come quella contro i Brooklyn Nets (in cui si è anche tolto la soddisfazione di stoppare Kyrie Irving sul possesso decisivo dei regolamentari) si è dato solo un 7, voto che non ha mai superato neanche quando ha chiuso con 17 punti, 11 rimbalzi e 16 assist una partita al torneo NCAA.

Il problema delle palle perse e quella maledizione da spezzare

Il suo vero cruccio, infatti, sono le palle perse: con 4.3 a partita è quarto in NBA alle spalle di James Harden (5.8), Luka Doncic (4.9) e Trae Young (4.5), che però viaggiano tutti sopra i 7.5 assist di media per rendere più sopportabile il differenziale. È pur vero che Morant ha meno talento attorno e che i suoi Grizzlies viaggiano a un ritmo frenetico, ma è un dato che per sua stessa ammissione va riportato sotto controllo. Proprio la velocità a cui viaggia la lega è quello che più ha sorpreso il rookie fino ad ora (“Bisogna voltare subito pagina: non puoi preoccuparti dell’ultima gara disputata, devi immediatamente pensare alla successiva”), come si è reso conto a Los Angeles contro i Lakers dopo aver battuto i Nets in casa — chiudendo con 16 punti e 2 assist dopo i 30+9 contro Brooklyn. Un processo di adattamento con cui dovrà imparare a convivere se vorrà portare a casa un premio di rookie dell’anno che, dopo l’infortunio di Williamson, sembra destinato nelle sue mani: se dovesse riuscirci diventerebbe la prima seconda scelta assoluta a riuscirci dopo Kevin Durant nel 2007-08, interrompendo una sorta di maledizione che aleggia su quella posizione — capace di produrre qualche buon/ottimo giocatore come Victor Oladipo, D’Angelo Russell, Brandon Ingram e Marvin Bagley, ma anche delusioni come Michael Beasley, Hasheem Thabeet e Derrick Williams. Continuando così, potrebbe essere lui a togliere lo stigma su quella posizione al Draft.

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